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Giuseppe, Benedetto e Antonio Pierami

Festa: Testimoni

† novembre 1944


Giuseppe Pierami era nato a Piazza al Serchio, in Garfagnana, il 2 maggio 1923. A quel tempo tale porzione di territorio apparteneva all’allora diocesi apuana, per poi passare all’Arcidiocesi di Lucca. Beppino era un giovane di carattere lieto e mite, franco e leale. Era in un primo tempo entrato nel Seminario di Castelnuovo Garfagnana per frequentare il Ginnasio inferiore, poi passo a Massa per il superiore e per il Liceo. Infine fu accolto a Sarzana nel collegio dei Signori della Missione (una congregazione fondata dall’abate genovese Francesco Maria Imperiale Lercari nel XVIII secolo) per la Teologia. In ciascuna di queste sedi il seminarista si distinse per la sua buona condotta e l’amore per lo studio, ammirato dai professori e dai compagni.

Ilare per temperamento, non poté che rimanere straziato quando il 6 dicembre 1943 giunse a casa da Sarzana e trovò sua madre senza vita. Sopraggiunse poi un altro giorno altrettanto doloroso, il 29 giugno 1944, festa di San Pietro, patrono della parrocchia di Piazza al Serchio. Erano le dieci, quando Beppino si trovava in chiesa ad istruire e preparare i chierichetti per la Messa solenne, mentre le campane suonavano a festa per richiamare la popolazione. Il rombo di parecchi aeroplani, più bassi del solito, incuriosirono ed allarmarono tutti. Cominciarono a fare alcuni giri su tutta la zona. Qualche attimo dopo viene sganciata la prima bomba, che esplode schiantandosi a terra e scatena un inferno di fuoco. È un fuggi fuggi generale, tra il terrore generale della gente che non sa come e dove mettersi al riparo.

Beppino si rifugia nel campanile e porta con sé alcuni altri ragazzi. Due di essi, cui faceva paura il stare al chiuso, fuggono e vengono uccisi a colpi di mitraglia. È una mezz’ora d’inferno, al termine della quale torna finalmente il silenzio, ma il paese è ridotto in rovina. Beppino facendosi largo tra le macerie corre a casa e trova incolumi i suoi familiari. La casa è però distrutta, tre feriti ed un morto attendono di essere estratti. Poi con il babbo ed il fratello corre in paese per procedere con l’opera di disseppellimento, aiuto, conforto, trasporto dei morti, cura dei feriti. Seguirono tre mesi di lavoro: sempre con il babbo ed il fratello, dopo un breve soggiorno di sfollamento a Casciana in Lunigiana presso lo zio Don Marco, da una mano per preparasi alla meglio un luogo di sfollamento nella campagna, vicino al paese. Rimuovono poi le macerie della loro vecchia casa distrutta, per poter dare il via alla ricostruzione. Seppur impegnatissimo, Beppino mai dimentica i suoi doveri di chierico e con frequenza si accosta ai Sacramenti.

Il 2 ottobre una squadra di SS tedesche, aizzate da un soldato cui era fallito un tentato furto, cattura suo babbo e sta per fucilarlo contro un muro. Il seminarista e suo fratello Benedetto, gridando, corsero ad abbracciarlo, facendogli scudo. Vengono allora catturati tutti e tre, portati al comando delle SS e verosimilmente maltrattati. Accusati di essere partigiani, nell’attesa di ordini superiori furono portati al lavoro. Un’alta autorità intervenne a loro favore, senza però restituirli subito alla famiglia, ma riconoscendo comunque la loro innocenza. Nella notte o nelle primissime ore del mattino inaspettatamente vengono fatti partire, volendo dare una lezione ai numerosi partigiani della zona. Innocenti, pagarono per le colpe altrui. Il babbo, Antonio, uomo dal nobile portamento che ispirava rispetto e fiducia, per riguardo alla sua età ed alla condizione di mutilato di guerra stava per essere rilasciato, ma insistette: “O tutti liberi o non abbandono i miei figli”. Probabilmente vennero allora deportati in Lunigiana, a Pallerone ed Aulla.

L’aiuto di un soldato tedesco consentì loro di fuggire e mettersi in salvo il 2 novembre 1944. Passarono il fronte sui monti della Versilia, ormai laceri, scalzi ed affamati. Vagarono per qualche giorno in cerca di un po’ di cibo, di un rifugio, di un aiuto per fare ritorno a casa. Si imbatterono però in n gruppo di “cannibali assetati di sangue”, per giunta italiani. Questi non ascoltarono scuse, non vollero riscontrare la verità delle deposizioni. Non si lasciarono commuovere dalla quasi canizie del padre e dalla sua condizione di mutilato, neppure dall’adolescenza del fratello appena diciassettenne. Non fermò la loro mano neppure il vedere la lacera veste talare di Beppino. Una, due scariche di mitra. I tre corpi rotolarono insieme, abbracciati. Non ci è dato sapere il luogo e la data precisi. Gli assassini, forse resisi conto dell’errore commesso, cercarono con successo di occultare i cadaveri, disperdere la memoria di quanto compiuto ed impedire con ogni mezzo le ricerche. La famiglia tentò invano di rintracciare gli assassini, ma questa dolorosissima pagina di storia contemporanea è rimasta aperta come una ferita sanguinante.


Autore:
Don Fabio Arduino


Fonte:
Vita Apuana

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Aggiunto/modificato il 2020-07-30

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