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> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera N > Santi Nemesiano, Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo Condividi su Facebook

Santi Nemesiano, Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo Martiri in Africa

Festa: 10 settembre

† Africa Proconsolare o Numidia, 10 settembre 257-259 circa

Costituiscono uno dei gruppi di martiri più significativi della Chiesa africana del III secolo, commemorati congiuntamente il 10 settembre dal Martirologio Romano e dal Martirologio Geronomiano. La loro memoria si inserisce nel contesto drammatico della persecuzione voluta dall'imperatore Valeriano (257-259 d.C.), la prima a colpire sistematicamente il clero, i vescovi e i luoghi di culto dell'Impero. Nemesiano, probabilmente vescovo, guidava un gruppo di presbiteri, diaconi e fedeli laici che condivisero con lui la sorte del martirio nelle province africane del Nordafrica romana. La loro vicenda si intreccia con quella di san Cipriano di Cartagine, le cui lettere testimoniano la fermezza dei confessori africani di fronte alle torture e alla condanna capitale. Pur nella scarsità delle fonti dirette sui singoli, il loro culto si diffuse rapidamente nella Chiesa cartaginese e fu recepito dai principali martirologi antichi, divenendo simbolo della resistenza ecclesiale di fronte alla violenza politica. 

Patronato: Protettori contro le persecuzioni religiose; compatroni del clero africano.

Etimologia: Nemesiano deriva dal greco 'Nemèsios' (legato a Nemesi, dea della giustizia divina); Felice = 'felice, fortunato'; Lucio = 'nato dalla luce'; Litteo e Poliano di incerta origine greca o latina; Iader forse legato al fiume Zara; Dativo = 'donato, offerto'.

Emblema: Palma del martirio, vesti episcopali e diaconali, libro dei Vangeli, corona del martirio.

Martirologio Romano: Commemorazione dei santi Nemesiano e compagni, Felice, Lucio, un altro Felice, Littéo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo, che, vescovi, sacerdoti e diaconi, allo scoppio della feroce persecuzione perpetrata in Africa sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, furono per la loro fede in Cristo dapprima crudelmente percossi e poi legati in ceppi e destinati alle miniere, dove san Cipriano con le sue lettere li esortava a sopportare con fermezza la prigionia e a custodire i precetti del Signore.


L'Impero romano, nella metà del III secolo, attraversava una fase di profonda crisi. L'imperatore Valeriano, salito al trono nel 253, cercò di restaurare l'unità religiosa come fondamento della coesione politica. Con due editti, promulgati tra il 257 e il 258, egli colpì direttamente i cristiani: il primo imponeva al clero di partecipare ai sacrifici pagani, sotto pena di esilio; il secondo inaspriva le pene, prevedendo la condanna a morte per vescovi, presbiteri e diaconi, e la degradazione per i senatori e i notabili cristiani. L'Africa Proconsolare, con Cartagine come metropoli, e le province della Numidia e della Mauritania furono tra le regioni più duramente toccate, poiché il cristianesimo vi aveva messo radici profonde e organizzate.

I martiri: un gruppo ecclesiale
Nemesiano è ricordato dalla tradizione come vescovo, forse della sede di Zamama o di altra diocesi africana. Accanto a lui compaiono Felice, Lucio, Litteo, Poliano e Vittore, identificati dalla tradizione liturgica come presbiteri e diaconi. Iader, il cui nome richiama forse la città di Iader (l'odierna Zara in Dalmazia) o un'origine locale, è talvolta indicato come vescovo di una sede mauritanica. Dativo compare in alcune fonti come laico che si distinse per la pietà verso i corpi dei martiri, e in altre come martire egli stesso: la doppia tradizione riflette la fluidità delle passioni africane, spesso redatte secoli dopo gli eventi.

La passione e il martirio
Le notizie precise sul processo, sulle torture e sul luogo dell'esecuzione sono frammentarie. Le lettere di san Cipriano di Cartagine (in particolare le epistole 80 e 81, indirizzate al vescovo Successo) menzionano confessori africani sottoposti a interrogatori, flagellazioni e condanne ai lavori forzati nelle miniere o alla decapitazione. È in questo quadro che si colloca verosimilmente il martirio di Nemesiano e dei compagni, avvenuto probabilmente tra il 257 e il 259, durante il proconsolato di Aspasio Paterno o di uno dei suoi successori. La data del 10 settembre, fissata dal Martirologio, potrebbe corrispondere al giorno della deposizione o della traslazione delle reliquie.

La testimonianza di Cipriano
San Cipriano, vescovo di Cartagine e anch'egli martire sotto Valeriano (14 settembre 258), scrisse ai confessori e ai vescovi imprigionati lettere di grande forza spirituale. In esse esalta la costanza dei fratelli che preferiscono la morte all'apostasia, e descrive le condizioni delle carceri africane, dove vescovi e chierici condividevano la sorte dei laici. La menzione di gruppi di martiri, talvolta anonimi, talvolta identificati per nome, riflette la realtà di comunità intere che sceglievano collettivamente la fedeltà a Cristo. Nemesiano e i compagni rientrano in questa schiera.

Gli ultimi anni e la morte
Nulla di certo si conosce sugli ultimi giorni dei singoli martiri. La tradizione agiografica, tardiva e frammentaria, descrive Nemesiano come guida spirituale dei compagni, esortandoli alla fermezza durante la prigionia. Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore e Iader lo avrebbero seguito nell'esempio della fede. Dativo, secondo una versione, avrebbe raccolto di nascosto i corpi per dar loro sepoltura cristiana, subendo anch'egli la condanna. La morte avvenne probabilmente per decapitazione, pena riservata ai cittadini romani e ai chierici, o attraverso le fiere nell'anfiteatro, come avveniva per i non cittadini.

Il culto e la memoria
La commemorazione dei otto martiri si affermò rapidamente nella Chiesa cartaginese. Il Martirologio Geronomiano, compilato tra V e VI secolo ma basato su fonti precedenti, li ricorda al 10 settembre. Il Martirologio Romano, riformato dopo il Concilio di Trento e aggiornato nel 2001, conserva la memoria con la dizione "Sancti Nemesiani et aliorum martyrum in Africa". La festa si diffuse in Italia meridionale e in Spagna attraverso i contatti con le Chiese africane, soprattutto per opera dei monaci profughi dopo la conquista vandala e poi araba.

Il culto
Il culto dei santi Nemesiano e compagni è antico e mai interrotto. La loro memoria è presente nei calendari liturgici africani, nel Calendario di Cartagine del 505 e nei martirologi gallicani. Dopo la distruzione delle Chiese africane ad opera degli arabi (VII-VIII secolo), il culto si conservò a Roma, dove le reliquie di molti martiri africani erano state traslate, e in Spagna, dove i mozarabi mantennero viva la memoria dei santi d'Africa.

Reliquie
Le reliquie dei martiri africani furono oggetto di traslazioni già in epoca tardoantica. Alcune tradizioni medievali collocano reliquie di Nemesiano e compagni in chiese dell'Italia meridionale e della Sicilia, ma le identificazioni sono spesso incerte e soggette a omonimie con altri santi omonimi. La chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma conservava reliquie di martiri africani, probabilmente giunte al tempo delle migrazioni dei vescovi esuli.

Iconografia
L'iconografia dei santi Nemesiano e compagni è piuttosto rara. Nelle rappresentazioni tradizionali, Nemesiano compare in abiti episcopali con mitra e pastorale, mentre i compagni indossano vesti diaconali o presbiterali. L'attributo comune è la palma del martirio, talvolta accompagnata dalla corona d'alloro o dal libro dei Vangeli. In alcune raffigurazioni tardomedievali, i santi compaiono in gruppo, disposti secondo l'ordine gerarchico ecclesiastico.

Curiosità
- Il nome "Litteo" è di interpretazione incerta: alcuni studiosi lo ritengono una corruzione di un nome greco o punico, altri lo collegano a un toponimo africano.
- La figura di Dativo oscilla tra quella di martire e quella di pio seppellitore, riflettendo un motivo agiografico diffuso (si pensi a san Sebastiano e a santa Lucina).
- Il Martirologio Romano del 2004 ha semplificato la commemorazione, menzionando i martiri africani del 10 settembre senza l'elenco nominativo completo, in linea con la revisione critica dei calendari.

Cronologia
- Metà III secolo: nascita di Nemesiano e dei compagni nelle province africane dell'Impero romano
- 257: primo editto di Valeriano contro il clero cristiano
- 258: secondo editto, con pene capitali per vescovi, presbiteri e diaconi; martirio di san Cipriano di Cartagine (14 settembre)
- 257-259: martirio di Nemesiano, Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo
- 10 settembre 259 circa: data tradizionale della commemorazione liturgica
- V-VI secolo: iscrizione nel Martirologio Geronomiano
- Medioevo: diffusione del culto in Italia meridionale, Sicilia e Spagna mozaraba
- 2004: nuova edizione del Martirologio Romano, che conferma la memoria al 10 settembre.

Autore: Enrico Quiri
 


 

Santi NEMESIANO, FELICE, LUCIO, LITTEO, POLIANO, VITTORE, JADER, DATIVO e FELICE, vescovi e compagni, martiri in Africa.

L'unica fonte che tratta di questo cospicuo gruppo di santi è l'epistolario di san Cipriano, in cui si trova una lettera a loro diretta dal vescovo cartaginese e le risposte dei confessori. Dai brevi cenni contenuti in queste lettere si può così ricostruire la storia dei martiri.
In seguito all’editto di Valeriano del 257, che comminava l’esilio agli appartenenti al clero e la proibizione di tenere assemblee liturgiche, e dopo l’arresto dello stesso san Cipriano, anche i nove vescovi predetti, con presbiteri, diaconi e molti fedeli, tra cui c’erano anche donne e bambini, furono condannati a lavorare nelle miniere della Numidia. Ad essi san Cipriano, dall’esilio di Curubi, inviò una bellissima lettera consolatoria, esaltando la loro fermezza nella fede (« conservantes firmi ter dominica mandata»), incoraggiandoli a sopportare con gioia le catene, le privazioni e gli stenti della prigionia, a non rattristarsi troppo se non potevano celebrare o assistere al santo Sacrificio poiché essi stessi erano diventati sacrificio accetto a Dio, avendo già sofferto la pena della flagellazione per la quale «initiastis confessionis vestrae religiosa primordia».
La lettera fu portata dal suddiacono Erenniano e dagli accoliti Lucano, Massimo e Amanzio, i quali recarono ai confessori, per disposizione dello stesso vescovo, anche doni ed oggetti necessari alla loro vita.
Dalle risposte dei condannati si deduce chiaramente che essi erano stati smistati in tre luoghi diversi; infatti una lettera è firmata dai vescovi Nemesiano, Dativo, Felice e Vittore; un’altra dal solo Lucio, e la terza da Felice, Jader e Poliano. Tra le firme manca il nome del vescovo Litteo, dal che si deve dedurre che egli fosse già morto; del resto lo stesso Cipriano nella sua lettera, dice espressamente che anche altri condannati, tra gli stessi destinatari, avevano già ricevuto la corona del martirio.
Le tre risposte contengono più o meno le stesse notizie: elogi per il loro metropolita, per l’esempio ad essi dato, ringraziamenti per le premure verso di loro e richiesta di preghiere per sopportare fino in fondo il duro esilio.
Quanti dei destinatari della lettera di san Cipriano siano morti martiri è impossibile precisare; la condanna alle miniere di per sé equivaleva alla morte civile ed il nuovo editto di Valeriano del 258 stabiliva la pena di morte per tutti gli ecclesiastici: è lecito quindi dedurre che tutti quei condannati debbano essere annoverati tra i martiri. È però doveroso aggiungere che il loro ricordo non si trova nel Calendario cartaginese e se i loro nomi sono inseriti nel Martirologio Romano ciò è dovuto al fatto che Floro per primo li inserì nel suo Martirologio al 10 settembre, ingannato da un latercolo del Geronimiano che in quel giorno ricorda un martire Nemesio di Alessandria; e da Floro li trascrissero Adone ed Usuardo.


Autore:
Agostino Amore


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2026-09-02

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