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† Costanza, Romania, IV sec.
Nel lungo elenco delle vittime della grande persecuzione di Diocleziano, il gruppo guidato da Marcellino e Mannea occupa un posto singolare: non un martire isolato, ma un'intera famiglia, e attorno ad essa i frammenti di una comunità. Il Martirologio Romano commemora il 27 agosto, a Costanza in Romania, l'antica Tomi di Scizia, il tribuno Marcellino, la sposa Mannea, il figlio Giovanni, il chierico Serapione e il soldato Pietro. Gli Atti antichi allargano la scena fino a diciassette cristiani della Tebaide d'Egitto, denunciati per aver rifiutato il sacrificio agli idoli, giudicati dal governatore, esposti alle fiere nell'arena e infine decapitati. La loro vicenda, giunta attraverso Atti tardi e manoscritti contraddittori, è un caso esemplare di memoria martiriale in viaggio fra l'Egitto e il Mar Nero. Tra storia e rielaborazione agiografica resta il nucleo di un amore coniugale e familiare che affrontò insieme la morte: una delle poche coppie di sposi cui il Martirologio Romano dedichi una memoria congiunta.
Etimologia: Marcellino, diminutivo latino di Marcellus, a sua volta derivato da Marcus e legato al nome del dio Marte: 'consacrato a Marte'; Mannea, forma femminile tardoantica corrispondente a Mammaea, il nome p
Emblema: Palma del martirio; spada della decapitazione; abbigliamento militare per il tribuno Marcellino; le fiere mansuete ai piedi dei condannati nelle scene d'arena.
Martirologio Romano: A Costanza in Scizia, nell’odierna Romania, santi martiri Marcellino, tribuno, e Mannea, coniugi, e Giovanni, loro figlio, Serapione, chierico, e Pietro, soldato.
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L'orizzonte storico in cui si muovono Marcellino e Mannea è quello dell'ultima e più dura persecuzione che l'impero scatenò contro i cristiani. Fra il 303 e il 304 gli editti di Diocleziano e Massimiano imposero la distruzione delle chiese, il rogo dei libri sacri, l'esclusione dei cristiani dagli uffici pubblici e infine, per chi rifiutava il sacrificio, il carcere e la morte. L'Egitto e la Tebaide furono tra le regioni più colpite, e il governatore Culciano, che gli Atti pongono come giudice dei nostri martiri, è figura ben attestata: compare in altre passioni, è citato dalle fonti letterarie e affiora nei papiri di Ossirinco come magistrato davanti al quale furono processati cristiani di Cinopoli, come il decurione Dioscoro. In questo mondo gli Atti collocano la famiglia del tribuno Marcellino, un ufficiale con un ruolo pubblico, la moglie Mannea, trasmessa anche come Mammaea, e i figli, tra i quali emergono i nomi di Giovanni e, in alcuni manoscritti, di Babila. Attorno a loro il racconto raduna un'intera comunità: un vescovo, Melezio, tre chierici, il soldato Pietro, sette laici e una donna, per un totale di diciassette fedeli, presentati come gli unici abitanti della città, probabilmente Ossirinco, che avessero apertamente disobbedito al precetto imperiale. Il numero ha un valore insieme simbolico e concreto, e l'onomastica del gruppo, con nomi come Serapione frequenti nell'Ossirinco del IV secolo, ha indotto alcuni studiosi a riconoscervi un nucleo storico autentico.
Il processo: il rifiuto e la provocazione La denuncia trascinò il gruppo in catene davanti al governatore. Gli Atti costruiscono il confronto secondo la linea dei grandi racconti martiriali: da una parte il magistrato romano che tenta la persuasione, dall'altra gli imputati che oppongono un rifiuto tranquillo e assoluto. All'ordine di sacrificare agli dèi risponde il silenzio o il no. A questo punto il governatore, così il racconto, gioca l'ultima carta, una provocazione che è tra i passaggi più vividi del dossier: chiede ai condannati se non si vergognino di onorare un uomo messo a morte e sepolto centinaia di anni prima per ordine di Ponzio Pilato. La provocazione non ha effetto. Il vescovo Melezio risponde anzi con una professione di fede nella divinità di Cristo la cui lingua riecheggia chiaramente le definizioni del concilio di Nicea del 325: un indizio che tradisce l'epoca di redazione degli Atti e mostra come la memoria dei martiri fosse stata riletta alla luce delle grandi controversie cristologiche. Esaurita la persuasione, la sentenza segue il rito più spettacolare della giustizia romana: la condanna alle fiere nell'arena, riservata a chi era considerato nemico degli dèi e dello Stato.
L'arena, il fuoco, la spada Ciò che segue appartiene al linguaggio tipico dell'agiografia antica, in cui l'impotenza degli strumenti di persecuzione diventa la prova suprema della verità della fede. Liberate contro i condannati, le fiere non li assalgono ma si accasciano ai loro piedi, mansuete come agnelli. Il fuoco preparato per bruciarli perde forza e si spegne. Davanti a questi segni, così gli Atti, al governatore non resta che la spada: i diciassette sono decapitati. Il modo della morte, semplice e quasi burocratico, è in realtà l'elemento storicamente più plausibile dell'intero episodio: la decapitazione era la pena ordinaria per le persone di qualche rango, mentre l'arena e il fuoco appartengono al simbolico del racconto. L'epilogo della passione riguarda le reliquie: un sacerdote di nome Giuliano avrebbe raccolto i corpi e li avrebbe fatti portare a Ossirinco, dove la memoria del gruppo si sarebbe innestata su quel culto dei martiri che i papiri documentano fiorentissimo fra IV e VI secolo, con oracoli, santuari e patronati legati ai morti per la fede.
Tra Egitto e Mar Nero: una geografia contesa È a questo punto che si apre il problema più delicato del dossier: il luogo del martirio. La tradizione manoscritta oscilla. Un manoscritto nomina Tomi, la città sul Mar Nero, un altro Thmuis nel Delta egiziano, un terzo una città dal nome corrotto; l'edizione degli Acta Sanctorum, poi, non indica più alcun luogo e parla genericamente dell'Egitto, facendo per la prima volta dei martiri dei nativi di Ossirinco. Ippolito Delehaye osservò, con la sua consueta finezza, che furono probabilmente le reliquie, giunte da luoghi diversi, a fornire al redattore il personale del racconto: un gruppo assembled dalla memoria liturgica più che dalla realtà storica, in un caso da manuale di trasformazione della tradizione. Anche il Martirologio Romano riflette questa oscillazione. L'edizione vecchia, sulla scia del Baronio, commemorava al 27 agosto «a Tomi nel Ponto» i martiri Marcellino tribuno, Mannea sua moglie e i figli Giovanni, Serapione e Pietro, attribuendo alla coppia tre figli e collocando Tomi nel Ponto anziché in Scizia. L'edizione vigente, più cauta e più precisa, ha corretto geografia e famiglia: a Costanza in Scizia, nell'odierna Romania, elenca gli sposi Marcellino e Mannea, il figlio Giovanni, il chierico Serapione e il soldato Pietro. Che l'esecuzione sia avvenuta davvero sulle rive del Mar Nero o che Tomi sia soltanto l'approdo finale di un culto migrato dall'Egitto resta questione aperta: in entrambi i casi la commemorazione lega la famiglia del tribuno all'antica metropoli della Scizia Minore.
La memoria degli sposi Il culto di Marcellino e Mannea non ha conosciuto la fortuna dei grandi nomi del martirologio. Nessuna chiesa maggiore, nessun santuario celebre, nessuna festa popolare documentata ne mantiene viva la memoria al di fuori delle pagine dei martirologi, e anche nei sinassari orientali il gruppo affiora solo marginalmente, con i nomi di Marcellus e Mammaea, in menologi tardi. Eppure la loro iscrizione nel Martirologio Romano li colloca in una costellazione piccola e preziosa: quella delle coppie di sposi che hanno affrontato insieme il martirio, da Nicostrato e Zoe ad Aurelio e Natalia, da Felice e Liliosa a Bonifacio e Tecla. In questa galleria la famiglia del tribuno occupa un posto singolare, perché attorno agli sposi si raccoglie un'intera casa, figli e compagni, soldati e chierici: una chiesa domestica che la persecuzione ha colpito come un solo corpo e che la liturgia ricorda con una sola voce.
Gli Atti e il loro valore storico Il dossier è trasmesso da una tradizione manoscritta sottile e tormentata. Gli editori degli Acta Sanctorum lavorarono su due testimoni latini: un manoscritto fiorentino, ritenuto compilato alla fine del VI secolo da monaci galli su calendari e martirologi di Roma, dell'Africa e dell'Oriente, e oggi perduto, e il manoscritto cluniacense edito da Mabillon, del quale si sono perse le tracce dopo il Settecento. La critica moderna ha smontato e rimontato il racconto. Delehaye e Achelis hanno mostrato l'incoerenza dei toponimi (Tomi, Thmuis, l'Egitto generico) e il progressivo riassetto del gruppo. Blumell, pur ricordando che si tratta dell'unica testimonianza diretta di martirio a Ossirinco, ne sottolinea l'unico errore evidente, la datazione consolare al secondo consolato di Diocleziano e al primo di Massimiano, cioè al 287, troppo presto per la grande persecuzione; al tempo stesso osservava che non vi sono anacronismi clamorosi e che il governatore Culciano e i nomi dei martiri trovano riscontro nei papiri. Ne esce un quadro coerente: un nucleo autentico di vittime della persecuzione dioclezianea in Egitto, rivestito da una redazione posteriore al 325, che vi ha cucito dentro la professione di fede nicena, e approdato infine, con le reliquie o con la sola memoria, alla sede di Tomi. Autore: Enrico Quiri
Il gruppo di cinque santi martiri festeggiato in data odierna è capeggiato dai coniugi Marcellino e Mannea, che patirono il supplizio con il figlio Giovanni, il sacerdote Serapione ed il soldato Pietro presso l’antica Tomi in Mesia, odierna Costanza in Romania, sulle rive del Mar Nero. Questa è la versione accreditata dall’ultima versione del Martyrolgium Romanum che li commemora appunto al 27 agosto. Antiche fonti agiografiche vogliono che ben diciassette membri della comunità cristiana, probabilmente della città di Ossirinco, vennero denunciati al governatore dei tebaidi egiziani, essendosi opposti al decreto imperiale che imponeva loro di sacrificare agli idoli. I cristiani oggetto di denuncia furono il tribuno Marcellino, sua moglie Mannea e due loro figli, un vescovo e tre chierici, un soldato, sette altri laici ed una donna. Tutti furono condotti in catene dinnanzi al governatore a Tomi. Questi tentò di persuaderli ad obbedire alla legge, ma al loro rifiuto vennero condannati ad essere gettati in pasto alle fiere nell’arena. Il governatore tentò un ultima volta di salvare loro la vita domandando: “Non vi vergognate di onorare un uomo messo a morte e seppellito centinaia di anni fa per ordine di Ponzio Pilato?”. Questa provocazione non ebbe però alcun effetto sui condannati. Secondo l’autore dei loro Atti il vescovo, Melezio, pronunziò una professione di fede nella divinità di Gesù Cristo, chiaramente ispirata alle definizioni dogmatiche emanate dal concilio di Nicea del 325. Infine gli intrepidi cristiani vennero decapitati perché, come vuole la leggenda, quando le fiere vennero liberate non li vollero toccare ed anche il fuoco non riuscì a bruciarli. Marcellino e Mannea non sono che una della miriade di coppie di sposi che nella storia dell’umanità hanno scalato le vette della santità, anche se spesso si tratta di casi poco noti al grande pubblico.
Autore: Fabio Arduino
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