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Trino, Vercelli, 1136 - Lucedio, Monferrato, 10 settembre 1214
Abate dell'abbazia cistercense di Santa Maria di Lucedio, visse in una fase particolarmente intensa della storia religiosa e politica dell'Italia settentrionale. Originario di Trino, entrò molto giovane nella comunità monastica di Lucedio e vi maturò una solida formazione spirituale e intellettuale. Nel 1205 fu eletto abate e rimase alla guida del monastero fino alla morte, avvenuta il 10 settembre 1214. La sua attività non si limitò alla vita interna dell'abbazia: per incarico dell'Ordine cistercense, di vescovi e della Santa Sede fu coinvolto in controversie ecclesiastiche e civili, svolgendo più volte funzioni di mediazione e di riforma. La sua importanza è legata anche agli scritti che gli sono attribuiti. Di particolare interesse è il Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitricis, opera mariana composta prima dell'elezione abbaziale, dalla quale deriva il celebre Planctus Mariae, a lungo attribuito erroneamente a san Bernardo di Chiaravalle. Oglerio compose inoltre l'Expositio super Evangelium in Coena Domini, commento ai capitoli 13-15 del Vangelo di Giovanni. I suoi testi testimoniano una spiritualità profondamente cristocentrica, con particolare attenzione alla Vergine Maria e al mistero eucaristico. Il suo culto, già documentato localmente nel XVI secolo, fu ufficialmente confermato da Pio IX nel 1875 per l'Ordine cistercense e per le diocesi di Vercelli, Casale e Biella.
Etimologia: Antico nome di origine gallica che significa 'lettore di scritture'
Emblema: Abito cistercense, pastorale abbaziale.
Martirologio Romano: Nel monastero di Lucedio presso Vercelli, beato Oglerio, abate dell’Ordine Cistercense.
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Le notizie sicure sui primi anni di Oglerio sono scarse. La tradizione lo fa nascere a Trino, nell'area vercellese, intorno al 1136, ma la ricerca storica più prudente colloca la nascita semplicemente tra il 1130 e il 1140. Anche l'appartenenza a una famiglia benestante, spesso ricordata nelle biografie tradizionali, non può essere considerata un dato pienamente documentato. La sua formazione si svolse nell'ambiente dell'abbazia di Santa Maria di Lucedio, fondata nel 1123 dai marchesi di Monferrato e affidata a monaci provenienti dall'abbazia francese di La Ferté. Il monastero era divenuto uno dei principali centri cistercensi del Piemonte e svolgeva contemporaneamente una funzione religiosa, culturale ed economica nella vasta campagna circostante. La tradizione agiografica racconta che il giovane Oglerio sarebbe stato profondamente impressionato dal passaggio di san Bernardo di Chiaravalle nella zona di Vercelli. Il racconto, tuttavia, presenta problemi cronologici nella versione tradizionale tramandata dalla vecchia biografia: non è quindi opportuno utilizzarlo come dato biografico certo. Più sicuro è il fatto che Oglerio appartenne alla comunità cistercense di Lucedio e che la sua formazione risentì profondamente della spiritualità dell'Ordine.
La formazione monastica All'interno della comunità Oglerio ricevette una formazione fondata sulla Regola di san Benedetto, sulla preghiera liturgica, sul lavoro e sulla lettura delle Scritture. La sua successiva produzione letteraria dimostra una preparazione teologica non comune e una particolare familiarità con la tradizione esegetica cistercense. Secondo una ricostruzione proposta dagli studiosi, Oglerio potrebbe avere ricoperto l'incarico di priore presso l'abbazia cistercense di Rivalta, in diocesi di Tortona, tra il dicembre 1198 e l'agosto 1202. L'identificazione non è però assolutamente certa e deve quindi essere mantenuta nel campo delle ipotesi storiche. Un monaco coinvolto nelle vicende della Chiesa Negli ultimi anni del XII secolo e nei primi del XIII, Oglerio appare sempre più inserito nelle attività esterne dell'Ordine. La sua esperienza non rimase confinata alla clausura monastica: fu chiamato a intervenire in questioni che richiedevano capacità di mediazione, conoscenza delle istituzioni ecclesiastiche e autorevolezza personale. La documentazione conservata permette di seguire con maggiore precisione la sua attività a partire dai primi anni del Duecento. Nel 1207 e nel 1208 il capitolo generale cistercense lo incaricò, insieme all'abate Baiamonte di Chiaravalle della Colomba, di esaminare la situazione della canonica di San Michele di Cameri, presso Novara, per verificare se esistessero le condizioni necessarie alla sua trasformazione in abbazia cistercense dipendente da Morimondo. Nel 1211 fu inoltre incaricato di visitare e correggere il monastero femminile di Santa Maria di Zebeto, interessato da un conflitto disciplinare con l'abbazia di Santa Maria di Acqui. L'incarico mostra la fiducia riposta nelle sue capacità di governo e di riforma della vita religiosa.
Abate di Lucedio Nel 1205 Oglerio fu eletto abate di Santa Maria di Lucedio. Il monastero si trovava allora in una posizione importante nel territorio del Monferrato e possedeva una considerevole rete di beni e diritti. Secondo la documentazione, al momento della sua elezione la comunità contava circa cinquanta monaci, anche se questo dato appartiene alla tradizione documentaria utilizzata dalle fonti più antiche e va distinto dalle informazioni più direttamente attestabili. L'ufficio abbaziale portò Oglerio a occuparsi non soltanto della disciplina monastica, ma anche della complessa amministrazione dei beni dell'abbazia e dei rapporti con autorità civili ed ecclesiastiche. Nel marzo 1210 ottenne dall'imperatore Ottone IV un diploma di protezione per Lucedio. Il documento confermava diversi diritti del monastero, compresi quelli relativi alla navigazione e alla pesca lungo il Po e l'esenzione generale dai pedaggi. Si trattava di privilegi importanti per una comunità monastica che disponeva di vasti interessi fondiari ed economici. Nel dicembre 1211 Oglerio concluse inoltre una controversia con il Comune di Vercelli relativa ai diritti dell'abbazia sui mulini e sulle acque di Trino. L'accordo prevedeva la cessione di tali diritti al comune in cambio di 122 lire pavesi. Anche questo episodio mostra come il governo di Lucedio richiedesse una continua capacità di negoziazione con le autorità civili.
Al servizio dell'Ordine e della Santa Sede L'attività di Oglerio si inserì in una rete di relazioni ecclesiastiche che oltrepassava i confini della diocesi di Vercelli. Il 2 gennaio 1212 papa Innocenzo III lo nominò, insieme ai vescovi Aliprando di Vercelli e Giacomo di Torino, giudice delegato in una controversia tra la pieve di Sant'Evasio di Casale e la canonica di San Germano di Paciliano, relativa tra l'altro all'esercizio di diritti pievani. Nello stesso periodo Oglerio intervenne nella questione riguardante il monastero di Chortaiton, presso Tessalonica. Il monastero, donato all'abbazia di Lucedio dalla famiglia dei marchesi di Monferrato, era stato successivamente sottratto ai cistercensi. Il 25 maggio 1212 Innocenzo III incaricò gli arcivescovi di Filippi e di Serre di provvedere alla restituzione del monastero all'abbazia vercellese. Queste vicende mostrano come Oglerio fosse considerato un religioso capace di muoversi in questioni nelle quali si intrecciavano interessi monastici, poteri signorili, autorità comunali e giurisdizione ecclesiastica.
La spiritualità e gli scritti La figura di Oglerio acquista un rilievo particolare grazie alle opere che sono giunte fino a noi. Il principale testimone della sua produzione è un manoscritto del XIII secolo proveniente dall'abbazia cistercense di Staffarda e oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Il codice comprende il Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitricis e l'Expositio super Evangelium in Coena Domini. Il Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitricis è composto da tredici sermoni preceduti da un prologo e fu scritto prima del 1205. L'opera è dedicata alla Vergine Maria e manifesta una particolare attenzione alla sua santità e alla sua partecipazione al mistero della redenzione. Nel testo emerge anche una concezione della santità di Maria che comprende la sua preservazione dal peccato originale, elemento teologico di notevole interesse per la storia della dottrina mariana medievale. Ancora più significativa è la storia della parte dell'opera divenuta celebre con il nome di Planctus Mariae. Per secoli questo testo circolò attribuito a san Bernardo di Chiaravalle e talvolta ad altri autori. Gli studi moderni hanno invece stabilito il suo rapporto con l'opera di Oglerio. Il Planctus presenta la Vergine che, in prima persona, esprime il proprio dolore davanti alla passione e alla morte di Cristo. La fortuna del testo fu notevolissima. Ne esistono numerose testimonianze manoscritte medievali e l'opera fu tradotta, adattata e ripresa in diverse tradizioni letterarie europee. Il suo interesse supera quindi l'ambito strettamente agiografico e riguarda anche la storia della letteratura religiosa medievale. Studi specialistici hanno continuato a esaminare la tradizione manoscritta e l'iter compositivo dell'opera, segno della sua rilevanza filologica. L'altra opera conservata, l'Expositio super Evangelium in Coena Domini, fu composta durante il periodo in cui Oglerio era abate. È una raccolta di sermoni dedicati ai capitoli 13-15 del Vangelo di Giovanni, centrati sugli ultimi discorsi di Gesù ai discepoli e sul mistero eucaristico. Nel sermone tredicesimo Oglerio manifesta esplicitamente la propria fede nella concezione immacolata di Maria.
Gli ultimi anni Gli ultimi anni della vita di Oglerio furono ancora caratterizzati da incarichi di governo e da rapporti con le autorità ecclesiastiche. La documentazione registra anche un episodio che mostra quanto fosse rigorosa la disciplina dell'Ordine: nel 1212 Oglerio fu sanzionato dal capitolo generale di Cîteaux perché non aveva partecipato all'annuale riunione degli abati, contravvenendo alle indicazioni del proprio visitatore. L'episodio è significativo perché restituisce un'immagine concreta del religioso, lontana dalle rappresentazioni esclusivamente celebrative della tradizione agiografica. Oglerio rimase alla guida di Lucedio fino alla morte. Morì il 10 settembre 1214 e fu sepolto nell'abbazia.
Il culto e le reliquie Il culto di Oglerio si sviluppò nell'ambiente cistercense e soprattutto a Trino e nell'area di Lucedio. Una testimonianza significativa risale almeno al 1577, quando gli fu dedicato un altare nella chiesa locale. La memoria del beato si mantenne anche nei secoli successivi nonostante le vicende travagliate dell'abbazia. Nel 1616 il monastero fu saccheggiato dai soldati del duca di Savoia, ma le reliquie di Oglerio furono preservate. Dopo la soppressione dell'abbazia, avvenuta nel 1784 per disposizione di papa Pio VI, i monaci cistercensi furono trasferiti e le reliquie vennero portate a Castelnuovo Scrivia. Il 9 settembre 1792 furono restituite a Trino e successivamente collocate nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, dove sono tuttora conservate. La ricostruzione documentaria più autorevole colloca la traslazione nella chiesa di Trino dopo la soppressione del monastero. Il culto locale fu confermato ufficialmente da papa Pio IX l'8 aprile 1875. La conferma riguardò l'Ordine cistercense e le diocesi di Vercelli, Casale e Biella. Oglerio è quindi venerato come beato in forza della conferma di un culto preesistente, non a seguito di una canonizzazione equiparabile a quella dei santi canonizzati formalmente. Il Martirologio Romano lo ricorda il 10 settembre con una formula essenziale: nel monastero di Lucedio, presso Vercelli, il beato Oglerio, abate dell'Ordine cistercense.
La tradizione degli spiriti maligni Una tradizione agiografica attribuisce a Oglerio un episodio avvenuto in una città ligure, dove avrebbe allontanato alcuni spiriti maligni. Da questo racconto deriva parte della sua iconografia e l'appellativo con cui viene ricordato nella tradizione cistercense come 'terrore degli spiriti immondi'. L'episodio non appartiene tuttavia al nucleo delle notizie storiche documentabili sulla sua vita e deve pertanto essere presentato come tradizione agiografica. Il suo significato va probabilmente letto anche alla luce della rappresentazione medievale dell'abate come uomo di preghiera capace di contrastare il male.
Oglerio e il Planctus Mariae La vicenda letteraria del Planctus Mariae rappresenta forse l'aspetto più originale dell'eredità di Oglerio. Il testo fu per lungo tempo considerato opera di san Bernardo di Chiaravalle e venne trasmesso anche con titoli che ne accentuavano l'origine bernardina. L'analisi dei manoscritti ha però permesso di ricondurlo alla produzione di Oglerio, come estratto del più ampio Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitricis. Il procedimento letterario è particolarmente significativo: Maria non viene semplicemente descritta dall'esterno, ma diventa voce narrante del proprio dolore. Il testo costruisce così una meditazione sulla Passione attraverso la partecipazione della Madre alla sofferenza del Figlio. La fortuna medievale del Planctus fu molto ampia e contribuì alla diffusione del tema della Vergine addolorata nella letteratura religiosa europea. La ricerca contemporanea continua a studiarne la tradizione manoscritta e le diverse forme redazionali. Autore: Giampietro Cattini
Oglerio nacque intorno all'anno 1136, probabilmente da famiglia benestante. Ancora oggi in città viene tradizionalmente indicata la sua casa natale che, nonostante gli inevitabili rimaneggiamenti, conserva nella facciata tre stemmi del VIII secolo. Vi è pure un affresco che raffigura i tre beati locali. Nel 1248 il giovane Oglerio assistette al passaggio solenne di S. Bernardo di Chiaravalle che accompagnava, insieme a quattordici cardinali, il Papa B. Eugenio III (anch'egli cistercense) nel viaggio da Asti a Vercelli, per la consacrazione della basilica di S. Maria Maggiore. Il grande Dottore della Chiesa, col suo carisma eccezionale, fece breccia nel cuore di Oglerio che, probabilmente già studente a Lucedio, vestì il candido saio cistercense tre anni più tardi. Secondo la Regola Benedettina, alternò allo studio il lavoro, prese i voti nel 1153 e nel 1161 venne ordinato sacerdote. Mortificava il proprio corpo con penitenze e digiuni, ma era mansueto con gli altri, rivelando quel carattere che lo contraddistinguerà per tutta la vita. Nel 1174 Bernardo di Chiaravalle fu canonizzato, Lucedio era al suo massimo splendore. Circa dieci anni dopo fu eletto abate Pietro II e Oglerio, suo braccio destro, sovente gli fu compagno nelle molte missioni che ebbe in ambito ecclesiastico e civile. Su incarico di Papa Celestino III ripianarono le controversie fra il Vescovo di Tortona e i Templari. Dal successore Innocenzo III ebbero il compito di riappacificare Parma e Piacenza (1200), riformare l'importante Monastero di Bobbio e, col Vescovo di Vercelli, la congregazione degli Umiliati di quella città, appianare le discordie tra i monaci e i canonici di S. Ambrogio di Milano (1202) e tra il Vescovo di Genova e il Capitolo della sua cattedrale (1203). Portarono perfino a compimento un'ambasciata in Armenia. Nel 1202 predicarono a Trino la IV Crociata, uno dei capitani era Bonifacio del Monferrato. La Crociata fallì nel suo intento, anche perché i veneziani, nonostante il dissenso del papa, la sfruttarono per il proprio tornaconto politico. Bonifacio comunque fu insignito del titolo di Re di Tessaglia e l'abate Pietro II eletto Vescovo di Ivrea e poi Patriarca di Antiochia. Oglerio divenne l'undicesimo abate di Lucedio che, in quell'anno (1205), contava cinquanta monaci. Il Beato nutrì sempre un grande amore per il suo paese e più volte fece da “paciere” negli annosi contrasti sorti per la sua signoria tra il Vescovo e il Comune di Vercelli. Nel 1210 Trino acquistò una certa autonomia e l'Imperatore Ottone IV concesse al monastero possessi e privilegi che andarono a vantaggio del territorio circostante: grande era la carità dei monaci che attingevano dai granai dell'abbazia per soccorrere i bisognosi nei molti periodi di necessità. Anche Oglerio ebbe molti incarichi: per conto del marchese Guglielmo il Buono andò in missione dall'Imperatore Corrado e dal Re di Francia Luigi VII. Nel 1212 Papa Innocenzo III lo nominò arbitro tra i Canonici di Casale e quelli di Paciliano e l'anno successivo ebbe il compito di ristabilire i diritti dei cistercensi sul cenobio di Chortaiton, presso Tessalonica, devastato dai saraceni. Il Vescovo di Novara Gerardo gli fece riformare un monastero femminile e appianare alcune controversie tra Lucedio e il comune di Vercelli. Oglerio fu però, soprattutto, un eccellente padre spirituale, negli anni in cui la Chiesa contrastava l'eresia degli albigesi. Dei suoi scritti, preziosi anche dal punto di vista letterario, benché siano discorsivi e non finalizzati alla stampa, sono fortunatamente giunti fino a noi il “Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitrix” e una “Expositio super Evangelium in Coena Domini”. Il primo, rivolto in particolare alle consacrate, narra le glorie di Maria, attraverso i passi del Vangelo e difende la sua immunità dal peccato originale fin dal concepimento (quello che sarà il dogma della Immacolata Concezione). Il secondo contiene tredici omelie sull'Eucaristia, “pane dello Spirito”, trattando dei capitoli XIII - XV del Vangelo di Giovanni. Oglerio indica Gesù come Agnello immolato per la salvezza degli uomini e ai suoi monaci dice è “la via, per cui dovete passare, la verità, a cui dovete giungere, la vita in cui dovete restare” (sermone VII). Cristo prevale sul demonio per le virtù ”dell'umiltà, della pazienza e della benignità” (sermone IX). Colui che “senza misura ti amò, senza misura devi amarlo” (sermone I). Maria è “la vergine incorrotta, la Vergine intemerata, la Vergine prima del parto e dopo il parto” (sermone III). Le sue opere, per molto tempo, furono credute di S. Bernardo, ma, nel 1661, il Cardinale Giovanni Bona le attribuì correttamente. Da esse traspare tutta la dolcezza per i suoi monaci: tanti furono quelli da lui formati alla scuola della santità. Il codice membranaceo del XIII secolo (141 fogli) che contiene i suoi scritti fu conservato nell'Abbazia di Staffarda, passò alla Biblioteca Reale di Torino e definitivamente, nel 1724, a quella Universitaria. Giovanni Andrea Irico iniziò in quell'anno degli importanti studi critici. L'illustre trinese un giorno passò per una città ligure, allontanandovi alcuni spiriti maligni. Tale episodio ne caratterizzò l'iconografia (a somiglianza di S. Bernardo) e nel martirologio cistercense è ricordato come “terrore degli spiriti immondi”, anche però per ricordare il suo infaticabile apostolato come operatore di pace. Ormai anziano, morì il 10 settembre 1214, con gran fama di santo tra il popolo e nel suo Ordine. Il corpo fu deposto prima nel chiostro del monastero, poi sotto l'altare maggiore. Gli fu dedicato un altare nel 1577, divenendo titolare della locale parrocchia. Il 2 settembre 1616 ci fu un saccheggio ai danni del monastero da parte dei soldati del Duca di Savoia, ma fortunatamente le reliquie non furono disperse. Nel 1786 i cistercensi, trasferendosi, le portarono a Castelnuovo Scrivia. I trinesi le riebbero il 9 settembre 1792 e furono definitivamente collocate nella parrocchia del paese. Il Papa B. Pio IX, l'8 aprile 1875, ne confermò il culto. L'abbazia di Lucedio venne secolarizzata da Papa Pio VI nel 1784, originale dei tempi di Oglerio restano il bel campanile e pochi elementi del complesso, successivamente più volte rimaneggiato.
Autore: Daniele Bolognini
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