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Efeso, Asia Minore (attuale Turchia), I sec. - Roma o Colofone, I sec.
E' una delle figure più commoventi del cristianesimo delle origini, un laico il cui nome è rimasto legato alle pagine dell'apostolo Paolo. Compare nelle Lettere Pastorali, in particolare nella Seconda Lettera a Timoteo, dove Paolo lo ricorda con profonda gratitudine per il coraggio dimostrato visitandolo durante la prigionia romana. In un momento di abbandono generale, quando molti si erano allontanati dall'apostolo incarcerato, Onesiforo non si vergognò delle sue catene e lo cercò finché non lo trovò, recandogli conforto e sostegno materiale. Questo gesto di fedeltà e carità fraterna, documentato direttamente dalle Scritture, costituisce il nucleo storico della sua figura. La tradizione successiva lo ha venerato come martire, sebbene i dettagli del suo martirio ci siano pervenuti attraverso fonti tarde e poco attendibili. Ciò che emerge con chiarezza dai testi neotestamentari è l'immagine di un cristiano comune che, rischiando la propria incolumità, dimostrò amore concreto verso il maestro della fede. La Chiesa lo ricorda il 6 settembre.
Etimologia: Dal greco 'Onesiphoros', composto da 'onesis' (vantaggio, utilità) e 'phoros' (che porta), quindi 'portatore di beneficio' o 'utile'.
Emblema: Catene, libro delle Lettere di Paolo, palma del martirio, spesso raffigurato insieme a san Paolo.
Martirologio Romano: Commemorazione di sant’Onesíforo, che spesso ristorò san Paolo Apostolo a Efeso e non ebbe vergogna delle sue catene, ma recatosi a Roma lo cercò con sollecitudine e lo trovò.
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Le informazioni certe su Onesiforo sono estremamente scarse e si limitano a quanto san Paolo stesso ci ha tramandato nella Seconda Lettera a Timoteo. Dal contesto delle lettere paoline si può dedurre che Onesiforo fosse originario di Efeso, importante città dell'Asia Minore dove Paolo aveva svolto un intenso ministero missionario durante il suo terzo viaggio apostolico, intorno agli anni 53-57 d.C. Efeso era in quel periodo un vivace centro di evangelizzazione, e qui si era formata una comunità cristiana numerosa e fervente. È plausibile che Onesiforo abbia conosciuto Paolo proprio durante la permanenza dell'apostolo a Efeso, rimanendo colpito dalla sua predicazione e unendosi al gruppo dei suoi collaboratori. Non sappiamo se fosse stato giudeo o pagano convertito, né quale fosse la sua professione o condizione sociale. Il fatto che potesse intraprendere viaggi e che avesse mezzi per assistere materialmente Paolo suggerisce una certa autonomia economica, forse era un mercante o un artigiano benestante.
Il coraggio durante la prigionia romana Il momento che ha consegnato Onesiforo alla memoria della Chiesa è documentato in 2 Timoteo 1,16-18, uno dei passaggi più toccanti del Nuovo Testamento. Paolo si trova imprigionato a Roma, probabilmente durante la persecuzione neroniana seguita all'incendio del 64 d.C., o forse durante una successiva detenzione. Le condizioni dell'apostolo sono difficili: si sente abbandonato da molti, la solitudine pesa, la morte sembra vicina. In questo contesto, le parole di Paolo su Onesiforo risuonano come un inno alla gratitudine: "Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché egli mi ha recato spesso conforto e non si è vergognato delle mie catene; anzi, quando è venuto a Roma, mi ha cercato con premura e mi ha trovato". Queste parole rivelano diversi aspetti del carattere di Onesiforo. Innanzitutto la determinazione: non si è limitato a inviare aiuti o messaggi, ma ha cercato attivamente Paolo, probabilmente muovendosi tra le varie carceri o luoghi di detenzione della città imperiale. Poi il coraggio: in un periodo in cui essere associati a un cristiano condannato poteva comportare gravi rischi, Onesiforo non si è vergognato delle catene del maestro. Infine la costanza: Paolo ricorda che lo ha confortato "spesso", indicando visite ripetute e un'assistenza continuativa. Il testo paolino suggerisce anche che Onesiforo non fosse solo: Paolo menziona la sua "famiglia" o "casa", pregando che il Signore conceda loro misericordia. Questo indica che Onesiforo aveva una famiglia cristiana, probabilmente coinvolta nell'assistenza a Paolo e attiva nella comunità.
Gli ultimi anni e la tradizione del martirio Dopo le menzioni neotestamentarie, le notizie su Onesiforo diventano incerte e si mescolano con elementi leggendari. Secondo alcune tradizioni agiografiche tarde, Onesiforo sarebbe tornato a Efeso o si sarebbe stabilito a Colofone, altra città dell'Asia Minore, dove avrebbe svolto un ministero episcopale. Tuttavia, non esistono documenti storici che confermino questa tradizione, e gli studiosi moderni la considerano poco attendibile. La tradizione martirologica lo venera come martire, ma non possediamo atti autentici del suo eventuale martirio. Alcune versioni tarde collocano la sua morte a Roma, altre in Asia Minore, senza fornire dettagli circostanziati attendibili. È possibile che Onesiforo abbia subito il martirio durante le persecuzioni della fine del I secolo, forse sotto Domiziano (81-96 d.C.), ma si tratta di ipotesi basate più sulla verosimiglianza storica che su documenti certi. Ciò che rimane storicamente fondato è l'immagine del discepolo fedele che, nelle parole stesse di Paolo, merita di essere ricordato come esempio di carità coraggiosa e di dedizione al Vangelo.
Culto e memoria liturgica Il culto di Onesiforo è antico e diffuso sia in Oriente che in Occidente. Il Martyrologium Romanum lo commemora il 6 settembre, data che la tradizione ha fissato come sua festa liturgica. Nelle Chiese orientali è ricordato in diverse date del calendario bizantino, spesso insieme ad altri discepoli di Paolo. La sua memoria è stata sempre associata a quella di san Paolo, e in alcune tradizioni liturgiche viene commemorato insieme ad altri collaboratori dell'Apostolo. Non esistono santuari principali dedicati specificamente a Onesiforo, ma la sua memoria è viva nelle comunità che custodiscono le tradizioni paoline, specialmente a Efeso e Roma.
Iconografia L'iconografia di Onesiforo non è particolarmente ricca né antica. Quando viene raffigurato, appare generalmente insieme a san Paolo, in scene che illustrano le visite al carcere o l'assistenza all'apostolo. Gli attributi principali sono le catene (simbolo della prigionia di Paolo che egli visitò), il libro delle Lettere (a indicare il suo legame con gli scritti paolini) e talvolta la palma del martirio. Nell'arte medievale e rinascimentale è raramente rappresentato come figura autonoma, mentre compare più frequentemente in cicli dedicati alla vita di san Paolo. Alcune raffigurazioni lo mostrano mentre porta cibo o conforto a Paolo imprigionato, illustrando visivamente le parole della Seconda Lettera a Timoteo.
Curiosità - Il nome Onesiforo, raro nell'antichità come oggi, ha una connotazione particolarmente positiva: significa letteralmente "portatore di beneficio". È significativo che Paolo scelga proprio questo nome per descrivere qualcuno che è stato effettivamente "utile" e di beneficio nel momento del bisogno. Alcuni studiosi hanno notato come questo nome rifletta perfettamente l'atteggiamento del suo portatore, quasi come se il nome avesse influenzato il carattere o viceversa. - Un'altra curiosità riguarda la menzione della "famiglia" di Onesiforo: è uno dei rari casi nel Nuovo Testamento in cui un collaboratore di Paolo viene ricordato insieme alla sua famiglia, suggerendo un coinvolgimento domestico nell'opera di evangelizzazione e assistenza, anticipando quel modello di "chiesa domestica" che caratterizzerà il cristianesimo dei primi secoli. Autore: Enrico Quiri
La notizia più certa che riguarda s. Onesiforo è la lettera di s. Paolo, allora prigioniero a Roma, indirizzata a Timoteo che si trovava ad Efeso: “Faccia il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo; poiché egli spesso mi riconfortò e non arrossì della mia prigionia, ma venuto a Roma premurosamente cercò di me e mi ritrovò. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso di Lui in quel giorno. E quanti servizi mi abbia reso ad Efeso tu lo sai molto bene…. saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesiforo”. Quindi il discepolo era oriundo di Efeso, dove aveva lasciato la famiglia per venire a trovare a Roma l’apostolo Paolo; si suppone che quando s. Paolo scrisse a Timoteo, Onesiforo fosse già morto. Egli è commemorato in date diverse nei sinassari e menei bizantini, con descrizioni discordanti secondo la data. Una versione lo classifica come vescovo di Kolôfonia, un’altra come vescovo di Koroneia; in altra data, il 30 giugno, compare nella lista dei settantadue discepoli ancora come vescovo, mentre il 6 dicembre insieme a sei discepoli, non reca nessun titolo vescovile. Le notizie si complicano quando al 16 luglio, sempre nei sinassari, Onesiforo è commemorato insieme al suo servo Porfirio, ma non più originario di Efeso, ma di Iconio (Lacaonia), dove sarebbe stato battezzato da s. Paolo e l’avrebbe seguito nell’opera di evangelizzazione. Con l’apostolo e Porfirio sarebbe giunto a Pario nell’Ellesponto e poi a Gerusalemme e Roma, giungendo fino in Spagna e ritornando poi nell’Ellesponto. Avendo rifiutato di obbedire agli ordini del proconsole Adriano, fu sottoposto insieme a Porfirio a diverse torture e infine costretti a correre legati a due cavalli selvatici, che trascinandoli posero fine al loro martirio. Tralasciando altre versioni e commemorazioni, citiamo che in Occidente fu Adone che inserì “Onesiforo discepolo di s. Paolo” nel suo ‘Martirologio’ scegliendo la data del 6 settembre. Cesare Baronio l’introdusse nel ‘Martirologio Romano’ alla stessa data, conservando la memoria della lettera di s. Paolo, ma associandogli Porfirio nel martirio. Nella recente edizione del ‘Martirologio Romano’ viene commemorato solo in base alla lettera paolina e quindi non vi è più associata la figura di Porfirio, mentre è rimasta immutata la data del 6 settembre.
Autore: Antonio Borrelli
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