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† Pompeiopoli, Cilicia (odierna Mersin, Turchia), 7 settembre tra il 284 e il 305
Originario della Licaonia, provincia dell'Asia Minore, visse tra la fine del III secolo e i primi anni del IV, in un periodo di violenta repressione contro i cristiani. Battezzato con il nome di Sozonte dopo aver abbracciato il cristianesimo, scelse di seguire Cristo fino al martirio dopo aver avuto una visione mistica presso una sorgente che sarebbe poi diventata luogo di pellegrinaggio e guarigione. Il suo gesto più celebre lo vide protagonista a Pompeiopoli, importante città portuale della Cilicia: durante una festa pagana, entrò nel tempio e con il suo bastone da pastore infranse la mano di una statua d'oro, distribuendo poi il prezioso metallo ai poveri. Quando le autorità arrestarono innocenti per quel gesto, Sozonte si consegnò spontaneamente, rifiutando di adorare l'idolo che aveva dimostrato di essere impotente. Sottoposto a torture cruente - uncini di ferro, chiodi nei sandali, bastonature - mantenne incrollabile la sua fede e morì sul rogo nel 304. I cristiani recuperarono miracolosamente le sue reliquie dopo che una tempesta provvidenziale aveva spento le fiamme. Il suo culto si diffuse rapidamente in Oriente e fu introdotto in Occidente dal cardinale Baronio nel Martirologio Romano. San Sozonte è venerato come patrono dell'isola di Lemno, dove le sue reliquie sono considerate taumaturghe, e la sorgente presso cui ebbe la visione divenne meta di pellegrini in cerca di guarigione. La sua memoria liturgica è celebrata il 7 settembre.
Etimologia: Dal greco sozo (σώζω), che significa 'salvare', 'preservare'; il nome indica quindi 'il salvato', 'colui che è in salvezza'.
Emblema: Bastone pastorale, palma del martirio, statua d'oro infranta, fiamme (martirio sul rogo), abito da pastore.
Martirologio Romano: A Pompeiopoli in Cilicia, nell’odierna Turchia, san Sozonte, martire.
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Tarasios - questo il suo nome di nascita, talvolta indicato anche come Farasio nelle fonti più tarde - nacque in Licaonia, regione dell'Asia Minore centrale, o forse direttamente in Cilicia, verso la metà del III secolo. La sua condizione sociale era umile: esercitava il mestiere di pastore, guidando il gregge attraverso i pascoli delle regioni montuose che separano la Licaonia dalla Cilicia Campestris, la pianura cilicia che si estende fino al Mediterraneo. La professione di pastore non era per Sozonte solo un mezzo di sostentamento, ma divenne progressivamente una scuola di vita spirituale. Le fonti agiografiche sottolineano come egli ammirasse la mansuetudine delle pecore e ne traesse insegnamento per la propria esistenza: "Mi vergogno", soleva dire, "di essere inferiore alle pecore". Questa umiltà caratteriale si accompagnava a una profonda sete di verità: Sozonte studiava attentamente le Scritture Sacre e, come buon pastore, si impegnava a guidare le "pecore razionali" di Cristo - ovvero le anime - verso buoni pascoli spirituali, istruendo nella fede cristiana la sua famiglia e gli amici. La svolta nella sua esistenza avvenne in circostanze che la tradizione ha tramandato come soprannaturali. Un giorno, mentre abbeverava il gregge presso una sorgente, Sozonte si addormentò sotto una quercia. Nel sonno ebbe una visione di Cristo che lo invitava a lasciare il suo gregge terreno e a seguirlo fino alla morte, preannunciandogli il martirio. La visione conteneva anche una profezia: quella sorgente sarebbe diventata fonte di benedizione e guarigione per molti, santificata dalla grazia divina in virtù del suo martirio futuro. Risvegliatosi, Sozonte comprese che era giunto il momento di abbandonare la vita tranquilla del pastore per abbracciare la via del martirio. Affidò il gregge a un altro pastore e si mise in viaggio verso Pompeiopoli.
Il gesto profetico a Pompeiopoli Pompeiopolis, l'antica Soli ricostruita da Pompeo Magno nel I secolo a.C., era una florida città portuale della Cilicia, situata circa undici chilometri a ovest dell'odierna Mersin. Quando Sozonte vi giunse, nella città era in corso una festa pagana, occasione di celebrazioni religiose che attiravano folle nei templi. Il giovane pastore, osservando l'empierà che regnava in quella città immersa nell'idolatria, provò un profondo dolore nel cuore. Entrò in uno dei templi pagani e vide una statua d'oro raffigurante una divinità pagana. Con grande coraggio, afferrò il suo bastone da pastore e colpì la statua, spezzandone la mano destra. Ridusse poi in piccoli frammenti la parte d'oro che aveva staccato e li distribuì ai poveri della città. Questo gesto aveva un duplice significato: da un lato era una denuncia profetica dell'idolatria, dimostrando concretamente che quelle statue erano oggetti inanimati e impotenti; dall'altro era un atto di carità cristiana, convertendo la ricchezza destinata al culto falso in aiuto concreto per gli indigenti. Il gesto causò un grande tumulto nella città. Massimiano, governatore della Cilicia, si adirò profondamente e ordinò una caccia al colpevole. Molti innocenti furono arrestati e torturati nel tentativo di estorcere una confessione. La notizia giunse a Sozonte, che non poté permettere che altri soffrissero per qualcosa che lui aveva compiuto.
L'arresto e il processo Sozonte si presentò spontaneamente davanti al governatore Massimiano, dichiarandosi autore del gesto. Interrogato sulle ragioni del suo agire, rispose con calma che la statua non faceva alcun bene all'interno del tempio, e quindi aveva utilizzato quell'oro per il beneficio dei poveri. Massimiano gli chiese come avesse osato disonorare in tal modo la loro divinità. La risposta di Sozonte è rimasta nelle tradizioni agiografiche come un modello di argomentazione teologica contro l'idolatria: "Ho fatto questo affinché tu sappia che il tuo 'dio' è senza potere. Quando ho staccato la sua mano, non ha protestato né ha tentato di fermarmi, né ha gridato dal dolore. Come avrebbe potuto? Il tuo idolo è sordo e muto, senza respiro. Non può vedere, udire, parlare o difendersi. Se il tuo 'dio' fosse stato reale, non mi sarebbe stato permesso di infrangerlo". Di fronte a tale risposta, il governatore ordinò che Sozonte fosse torturato senza misericordia. Fu sospeso e il suo corpo fu lacerato con uncini di ferro. Poi gli furono inchiodati ai piedi sandali con chiodi rivolti verso l'interno, e fu fatto sfilare attraverso la città. Nonostante le atroci sofferenze, il santo non cessava di glorificare Cristo Salvatore. Fu nuovamente sospeso a un albero e percosso con verghe di ferro, tanto che il suo corpo fu straziato e le ossa rotte. Secondo alcune tradizioni agiografiche, prima del martirio finale Sozonte fu sottoposto ad altre prove: fu colpito da una pioggia di frecce, ma i dardi che lo raggiungevano si piegavano senza scalfirlo; fu immerso in olio bollente, ma ne uscì illeso. Questi elementi, comuni a molte passioni martiriali, appartengono probabilmente più alla sfera della tradizione edificante che alla documentazione storica certa.
Il martirio e la sepoltura Visto l'insuccesso delle torture precedenti, il governatore condannò Sozonte al rogo. La sentenza fu eseguita nel 304, durante la grande persecuzione dioclezianea. I soldati accesero un grande fuoco per bruciare il corpo del martire, affinché i cristiani non potessero rivendicarlo e venerarlo. Ma secondo la tradizione, improvvisamente si scatenarono tuoni e fulmini, pioggia e grandine, che spensero il fuoco. I pagani fuggirono spaventati, mentre le sante reliquie rimasero illese. I fedeli giunsero a mezzanotte, nel buio più profondo. Erano turbati perché non riuscivano a trovare le reliquie, ma una luce dal cielo risplendette sul santo martire di Cristo per guidarli. Raccogliendo le reliquie del santo, i cristiani diedero loro onorevole sepoltura. La tradizione vuole che molti miracoli avvenissero presso la tomba del martire e anche presso la sorgente dove, anni prima, Sozonte aveva avuto la visione sotto la quercia. In seguito, presso quella sorgente fu costruita una chiesa dedicata a San Sozonte, diventando luogo di pellegrinaggio e preghiera.
Il culto e la venerazione La memoria di San Sozonte fu inserita nei sinassari bizantini alla data del 7 settembre, e da lì si diffuse in tutto l'Oriente cristiano. In Occidente, il cardinale Cesare Baronio la introdusse nel Martirologio Romano alla fine del XVI secolo, rendendo universale la sua venerazione nella Chiesa cattolica. Particolarmente significativo è il legame del santo con l'isola di Lemno, nel Mar Egeo settentrionale. San Sozonte divenne patrono di Lemno, e le sue reliquie sono considerate taumaturghe dall'isola. Secondo la tradizione, le reliquie del martire sarebbero state traslate da Pompeiopoli a Lemno in epoca antica, forse durante il periodo bizantino. Nell'isola sono dedicate al santo diverse chiese, tra cui una cappella nella località di Fisini, meta di particolare devozione popolare. La festa del patrono è celebrata con una solenne tradizione di tre giorni, istituita all'inizio del Novecento. La sorgente presso cui Sozonte ebbe la visione divenne fin dall'antichità luogo di venerazione. I fedeli attribuivano all'acqua di quella fonte proprietà curative, in adempimento della profezia contenuta nella visione. Una chiesa fu edificata accanto alla sorgente, e il luogo divenne centro di pellegrinaggi per chi cercava guarigione fisica e spirituale. Ancora oggi, nella tradizione ortodossa, San Sozonte è invocato come guaritore.
Iconografia Nell'arte sacra, San Sozonte è raffigurato con attributi che richiamano sia la sua condizione di pastore sia le circostanze del martirio. Gli elementi iconografici principali sono: il bastone pastorale (simbolo della sua professione e strumento con cui infranse l'idolo); la palma del martirio (attributo comune a tutti i martiri); la statua d'oro infranta o i frammenti d'oro (riferimento al gesto profetico); le fiamme (martirio sul rogo); l'abito semplice da pastore. Nelle icone bizantine è talvolta rappresentato nell'atto di spezzare l'idolo con il bastone, mentre nelle raffigurazioni occidentali più tarde può apparire con la palma e il bastone, vestito da pastore. La tradizione iconografica orientale lo mostra spesso con le sembianze di un giovane barbuto, in piedi, con in mano il bastone ricurvo e la palma.
Curiosità - Il nome Sozonte, derivante dal greco sozo ("salvare"), è relativamente raro nell'onomastica cristiana occidentale ma più diffuso in ambito greco-ortodosso, specialmente nelle isole dell'Egeo. - La città di Pompeiopoli, teatro del martirio, era stata ricostruita da Pompeo Magno nel 64 a.C. dopo essere stata distrutta nel I secolo a.C. La città fu abbandonata definitivamente nel VI secolo a causa di un grande terremoto e delle incursioni piratesche. - Nell'isola di Lemno, la cappella di San Sozonte a Fisini è considerata luogo di particolare importanza religiosa, e la tradizione popolare associa al santo la benedizione di una sorgente di acqua santa sull'isola. Autore: Enrico Quiri
Gli “Acta” documentati di questo martire sono conservati in due testi greci, il secondo dei quali consiste in una rielaborazione operata da Simone Metafraste, in ogni caso così vaghi da rendere assai difficile stabilire l’esatta identità e l’epoca in cui visse San Sozonte. Secondo la leggenda, probabilmente in relazione ad una sorgente considerata miracolosa, Sozonte era pastore in Cilicia o forse in Licaonia. Originariamente chiamato Farasio o Tarasio, scelse poi il nuovo nome al momento del battesimo. Un giorno, intento a dormire sdraiato sotto un albero, ebbe una visione del Cristo, che lo invitò a lasciare il suo gregge ed a seguirlo sino alla morte. Sozonte si trasferì immediatamente nella vicina città di Pompeiopoli, ove era in corso una festa pagana: qui si diresse senza indugio verso il tempio ed entratovi distrusse un’immagine d’oro con un colpo di bastone, frantumando la mano della statua in piccoli frammenti, che poi distribuì ai poveri. Alcuni di loro vennero però arrestati per l’accaduto e Sozonte non esitò allora a consegnarsi alle autorità: dopo un lungo interrogatorio da parte del magistrato, gli fu proposta la liberazione qualora fosse stato disposto ad adorare quella divinità. Egli si limitò semplicemente a deridere a priori l’idea di adorare un dio che poteva essere fatto a pezzi con un semplice bastone da pastore. Fu allora costretto a girare per l’arena con dei chiodi nei sandali, dopodichè il magistrato gli intimò di suonare una melodia con il suo flauto in cambio della libertà. Sozonte rifiutò però nuovamente, sostenendo che pur avendolo già suonato per le sue pecore, ora lo avrebbe suonato solo in onore di Dio. Fu dunque condannato al rogo e, nella notte seguente, i cristiani indigeni raccolsero e seppellirono i suoi poveri resti carbonizzati. La sua festa, posta in data odierna dai sinassari bizantini, fu introdotta nel Martyrologium Romanum dal Cardinale Baronio.
Autore: Fabio Arduino
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