San Luca

Evangelista

Festa: 18 ottobre — Festa

Nascita-morte: Antiochia, 10 dC. - Tebe, Beozia, Grecia, 93 dC.

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Nascita - morte:
Antiochia, 10 dC. - Tebe, Beozia, Grecia, 93 dC.

Festa:
18 ottobre — Festa

Patronato:
Artisti, Pittori, Scultori, Medici, Chirurghi.

Etimologia:
Luca = nativo della Lucania, dal latino

Emblema:
Toro o bue alato; libro, penna, talvolta strumenti da pittore e immagine della Vergine.

Categoria: I santi che iniziano con la lettera L

Calendario: I santi del 18 ottobre

Martyrologium Romanum Martirologio Romano

Festa di san Luca, Evangelista, che, secondo la tradizione, nato ad Antiochia da famiglia pagana e medico di professione, si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrò negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma.

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Figlio di pagani, Luca appartiene alla seconda generazione cristiana. Compagno e collaboratore di san Paolo, che lo chiama «il caro medico», è soprattutto l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Al suo Vangelo premette due capitoli nei quali racconta la nascita e l’infanzia di Gesù. In essi risalta la figura di Maria, la «serva del Signore, benedetta fra tutte le donne». Il cuore dell’opera, invece, è costituito da una serie di capitoli che riportano la predicazione da Gesù tenuta nel viaggio ideale che lo porta dalla Galilea a Gerusalemme. Anche gli Atti degli Apostoli descrivono un viaggio: la progressione gloriosa del Vangelo da Gerusalemme all’Asia Minore, alla Grecia fino a Roma.
Protagonisti di questa impresa esaltante sono Pietro e Paolo. A un livello superiore il vero protagonista è lo Spirito Santo, che a Pentecoste scende sugli Apostoli e li guida nell’annuncio del Vangelo agli Ebrei e ai pagani. Da osservatore attento, Luca conosce le debolezze della comunità cristiana così come ha preso atto che la venuta del Signore non è imminente. Dischiude dunque l’orizzonte storico della comunità cristiana, destinata a crescere e a moltiplicarsi per la diffusione del Vangelo. Secondo la tradizione, Luca morì martire a Patrasso in Grecia.

Biografia

A cura di Giampietro Cattini

Le testimonianze neotestamentarie
Il nome di Luca compare in Filemone 24, fra i collaboratori di Paolo, e in Colossesi 4,14, dove è chiamato 'il caro medico'. La Seconda lettera a Timoteo 4,11 afferma che Luca è rimasto con Paolo. Questi passi costituiscono il nucleo delle notizie personali trasmesse dal Nuovo Testamento. L'attribuzione paolina di Colossesi e della Seconda lettera a Timoteo è tuttavia discussa dagli studiosi; di conseguenza, non tutte le indicazioni possono essere trattate automaticamente come testimonianze autografe dell'apostolo. Filemone, generalmente riconosciuta come autentica, conferma l'esistenza di un collaboratore di nome Luca.
Non si conoscono con sicurezza la data della nascita, i genitori, la formazione professionale, le circostanze della conversione e l'anno della morte. Il riferimento alla medicina in Colossesi è importante per la tradizione, ma non consente di ricostruire studi, esercizio della professione o singoli interventi terapeutici.

Antiochia e l'ambiente delle prime comunità
Eusebio di Cesarea, nella Storia ecclesiastica, presenta Luca come originario di Antiochia e medico di professione, strettamente associato a Paolo. Antiochia di Siria era uno dei maggiori centri urbani dell'Oriente romano e un luogo decisivo per la formazione delle comunità cristiane aperte ai non ebrei. L'indicazione della città natale risale dunque a una testimonianza ecclesiastica antica, ma non a un documento anagrafico contemporaneo.
Luca è comunemente considerato di provenienza non ebraica: questa interpretazione si fonda anche sulla distinzione, in Colossesi 4,10-14, fra alcuni collaboratori 'della circoncisione' e quelli nominati successivamente. Si tratta di un indizio, non di una prova definitiva della sua origine etnica o religiosa.

Il rapporto con Paolo e i viaggi
Gli Atti degli Apostoli contengono alcuni racconti in prima persona plurale, spesso chiamati 'sezioni noi', in particolare a partire da Atti 16,10 e poi in Atti 20-21 e 27-28. La tradizione ha interpretato questo cambiamento narrativo come traccia della presenza personale di Luca accanto a Paolo, specialmente nel viaggio verso Roma. Gli studiosi hanno proposto anche altre spiegazioni: impiego di un diario di viaggio, incorporazione di una fonte preesistente oppure scelta letteraria. Le sezioni non nominano Luca e non dimostrano da sole che egli abbia assistito a tutti gli episodi descritti.
La narrazione degli Atti attraversa Macedonia, Grecia, Asia Minore, Palestina e infine Roma. Non è corretto trasformare automaticamente ogni tappa del racconto in un dato biografico accertato su Luca: ciò dipende dall'identificazione dell'autore e dall'interpretazione delle fonti utilizzate nell'opera. Rimane storicamente significativa la testimonianza della tradizione cristiana antica, che lo collega in modo stabile alla missione paolina.
Il quadro delle lettere e quello degli Atti non coincidono perfettamente. Filemone presenta Luca in un elenco che comprende anche Marco, Aristarco e Dema, senza specificarne l'incarico. Colossesi menziona Luca accanto a Dema e lo qualifica medico, ma non descrive le sue prestazioni professionali. La Seconda lettera a Timoteo lo presenta come l'unico rimasto con Paolo in una fase di isolamento dell'apostolo. La collocazione storica di quest'ultima notizia dipende dalla discussione sull'origine e sulla datazione delle lettere pastorali. L'immagine di un compagno fedele emerge dunque da testimonianze di diverso valore documentario, che la tradizione ha successivamente riunito in una biografia continua.
Nel racconto degli Atti, il primo passaggio alla prima persona plurale avviene nel contesto del viaggio da Troade verso la Macedonia e dell'arrivo a Filippi. Il narratore torna poi alla terza persona, mentre il plurale ricompare durante il percorso da Filippi verso Gerusalemme e, più tardi, nella navigazione che conduce Paolo prigioniero a Roma. La distribuzione di queste sezioni è importante: non si tratta di una prima persona presente dall'inizio alla fine dell'opera, ma di un procedimento limitato ad alcuni itinerari. La sua interpretazione rimane controversa, e la ricostruzione secondo cui Luca avrebbe risieduto a Filippi durante l'intervallo è possibile ma non direttamente attestata.
Il viaggio marittimo degli Atti 27 offre una descrizione articolata di imbarcazioni, venti, soste, pericoli e approdi, fino al naufragio presso Malta. La precisione di alcuni particolari nautici è stata considerata un argomento a favore dell'impiego di testimonianze informate. Non è tuttavia sufficiente a identificare senza residui l'autore con un passeggero: un narratore antico poteva servirsi di memorie altrui e di materiali di viaggio. La questione riguarda il modo in cui fu costruita la narrazione, oltre all'identità della persona che la redasse.
Gli Atti ricordano inoltre incontri di Paolo con le comunità di Filippi, Tessalonica, Berea, Corinto, Efeso e Cesarea. Il libro mostra la complessità delle reti cristiane del Mediterraneo orientale, ma non consente di attribuire a Luca, individualmente, predicazioni, fondazioni di chiese o responsabilità pastorali in ciascuno di quei luoghi. Le notizie sul suo apostolato personale dopo la separazione da Paolo provengono prevalentemente da tradizioni successive e presentano versioni differenti.

Il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli
Il terzo Vangelo e gli Atti costituiscono due parti di un progetto letterario unitario: entrambi sono indirizzati a Teofilo e il prologo degli Atti richiama esplicitamente il precedente racconto. L'unità di autore è ampiamente riconosciuta in ragione della continuità linguistica, narrativa e teologica. Il nome dell'autore, però, non è indicato nei prologhi.
Il Vangelo dichiara di fondarsi su tradizioni trasmesse da testimoni oculari e ministri della parola, che l'autore ha cercato di ordinare accuratamente. Questo esordio, in Luca 1,1-4, distingue il narratore dai primi testimoni senza rivelarne l'identità. L'opera presenta un'attenzione particolare alla misericordia, alla preghiera, ai poveri, alle donne e all'apertura della salvezza ai popoli. Sono caratteristiche letterarie e teologiche del testo, non prove dirette di episodi della vita personale dell'evangelista.
Fra i brani propri del terzo Vangelo figurano la parabola del buon Samaritano, quella del padre misericordioso e del figlio perduto, la vicenda del ricco e di Lazzaro, il racconto dei discepoli di Emmaus e numerosi passi relativi all'infanzia di Gesù. Il Magnificat, il Benedictus e il Nunc dimittis hanno avuto un ruolo durevole nella preghiera liturgica cristiana.
Gli Atti descrivono il passaggio dalla comunità di Gerusalemme all'annuncio missionario nel mondo mediterraneo. Pietro, Stefano, Filippo, Barnaba e Paolo vi assumono ruoli diversi; la conclusione presenta Paolo a Roma. L'opera non racconta la morte di Paolo e non offre una biografia finale dell'evangelista.
La datazione dei due libri è dibattuta. Molti studi contemporanei collocano il Vangelo dopo il 70 d.C., spesso intorno agli anni 80-90, e gli Atti successivamente o nello stesso periodo di elaborazione; esistono anche proposte più precoci e più tarde. Queste ipotesi riguardano la composizione delle opere e non permettono di fissare con precisione gli anni di vita di Luca.
Il prologo del Vangelo riveste particolare importanza per comprendere il profilo culturale dell'autore. La dedica a un certo Teofilo, chiamato con un appellativo onorifico, richiama le consuetudini delle opere greche rivolte a un destinatario identificabile. Non è possibile stabilire con certezza se Teofilo fosse un patrono, un funzionario, un credente già istruito o una figura rappresentativa. L'autore dichiara di conoscere racconti precedenti, di dipendere dalla trasmissione dei testimoni e di voler offrire una narrazione ordinata. Queste indicazioni descrivono un lavoro di composizione e selezione, non un'autobiografia.
Il terzo Vangelo condivide con Matteo e Marco una parte considerevole di episodi e di tradizioni. Nella spiegazione sinottica più diffusa, Luca e Matteo utilizzarono indipendentemente il Vangelo di Marco e altro materiale, in parte comune; l'esistenza e la configurazione di una raccolta ipotetica di detti, spesso chiamata fonte Q, rimangono oggetto di dibattito. Sono state proposte anche ricostruzioni senza tale fonte. Qualunque modello si adotti, il Vangelo non appare come la semplice trascrizione di un testimone isolato, ma come un'opera che rielabora tradizioni anteriori in una costruzione coerente.
I primi due capitoli presentano l'annuncio della nascita di Giovanni Battista e di Gesù, la visita di Maria a Elisabetta, la nascita a Betlemme, la presentazione al tempio e il ritrovamento di Gesù dodicenne. Rispetto al racconto di Matteo, il punto di vista narrativo, le scene e i personaggi sono in buona parte differenti. I cantici inseriti in questa sezione intrecciano linguaggio biblico, attese d'Israele e interpretazione cristiana della salvezza. L'affermazione che Luca avrebbe ricevuto personalmente tutti questi episodi dalla Vergine Maria è una spiegazione tradizionale, non una notizia espressa dal testo.
Nel racconto del ministero di Gesù, un posto rilevante spetta al grande itinerario verso Gerusalemme, avviato in Luca 9,51. Qui sono collocati insegnamenti e parabole che hanno segnato profondamente la catechesi cristiana. Il buon Samaritano propone una visione della prossimità che oltrepassa le appartenenze convenzionali; il padre e i due figli rappresentano la misericordia e il conflitto tra esclusione e riconciliazione; il ricco e Lazzaro mette in scena la responsabilità di fronte alla povertà. Sono contenuti dell'opera attribuita a Luca, e non episodi ai quali si possa affermare che l'evangelista abbia assistito.
Il ruolo delle donne risulta particolarmente visibile nelle scene dedicate a Elisabetta, Maria, Anna, alla vedova di Nain, a Marta e Maria e alle donne che accompagnano Gesù. L'attenzione ai poveri emerge dalle beatitudini, dal racconto del ricco insensato, dall'incontro con Zaccheo e dalla critica delle ricchezze non condivise. Anche la preghiera attraversa il racconto: Gesù prega al battesimo, prima della scelta dei Dodici e in altri passaggi decisivi. Questi motivi, intrecciati, formano un profilo teologico riconoscibile, senza permettere di dedurre automaticamente la condizione sociale o le esperienze personali dello scrittore.
Il Vangelo insiste inoltre sullo Spirito Santo, sulla gioia e sul carattere universale dell'annuncio. La genealogia di Gesù risale fino ad Adamo, mentre la conclusione del racconto affida ai discepoli l'annuncio della conversione e del perdono a tutte le genti. La scena dei discepoli di Emmaus, propria di Luca, collega il riconoscimento del Risorto all'interpretazione delle Scritture e allo spezzare il pane. Gli Atti riprendono l'apertura universale in forma narrativa, mostrando la progressiva uscita dell'annuncio dai confini della prima comunità di Gerusalemme.
Gli Atti non sono una raccolta completa delle biografie dei Dodici. La loro struttura segue soprattutto alcuni protagonisti e alcune svolte: Pentecoste e vita comunitaria a Gerusalemme, conflitti interni, testimonianza di Stefano, missione in Samaria, conversione di Saulo, ingresso dei non ebrei con Cornelio, attività di Antiochia, viaggi di Paolo e suo arrivo a Roma. Il concilio o assemblea di Gerusalemme, narrato nel capitolo 15, rappresenta un momento cruciale della discussione sulle condizioni di appartenenza dei convertiti provenienti dal paganesimo.
Il confronto tra Atti e lettere paoline è indispensabile. Le lettere autentiche di Paolo sono testimonianze dirette, spesso anteriori alla stesura degli Atti; il racconto lucano dispone invece gli eventi in una prospettiva storica e teologica successiva. Le presentazioni delle visite a Gerusalemme, di alcuni conflitti e dell'immagine complessiva di Paolo non coincidono sempre nei dettagli. Queste differenze non cancellano il valore degli Atti come fonte per il cristianesimo antico, ma impediscono di considerarli una cronaca neutra o una trascrizione integrale dei discorsi pronunciati.
La conclusione degli Atti è particolarmente significativa: Paolo si trova a Roma e annuncia il regno di Dio, mentre non vengono narrati né il suo processo finale né la morte. Alcuni hanno visto in questa interruzione un indizio di composizione vicina agli avvenimenti; altri la interpretano come conclusione deliberata di un progetto incentrato sulla diffusione della parola fino al centro dell'impero. Il finale, da solo, non stabilisce una data sicura per la redazione. Anche l'ipotesi di un terzo volume progettato dall'autore rimane priva di conferma documentaria.

L'attribuzione antica delle opere
Ireneo di Lione, nella seconda metà del II secolo, attribuisce esplicitamente a Luca, compagno di Paolo, il Vangelo e ne richiama l'autorità nella propria esposizione della tradizione apostolica. Anche il cosiddetto Frammento muratoriano associa Luca al terzo Vangelo e agli Atti; la datazione del documento è discussa. Successivamente Origene, Eusebio e Girolamo confermano l'attribuzione ricevuta.
Questa convergenza testimonia l'antichità e la forza della tradizione ecclesiastica, ma non elimina le questioni poste dall'anonimato originario delle opere, dalla distanza cronologica delle attestazioni e da alcune differenze fra il ritratto di Paolo negli Atti e le sue lettere autentiche. La discussione sull'autore non deve essere confusa con la constatazione, assai più solida, che il Vangelo e gli Atti appartengono a un medesimo progetto letterario.
Un capitolo decisivo nella storia dell'attribuzione è costituito dal rapporto tra i Vangeli e le controversie del II secolo. Marcione utilizzava una forma del Vangelo associato a Luca, distinta dal testo accolto nella tradizione ecclesiale; il rapporto storico fra le diverse forme testuali è stato lungamente discusso. Le polemiche contro Marcione contribuirono a rendere centrale la questione dell'origine apostolica e dell'autorevolezza dei racconti evangelici. Non è però possibile dedurre semplicemente che il nome di Luca sia stato inventato in quel contesto.
Ireneo di Lione, nella sua difesa dei quattro Vangeli, presenta Luca come colui che mise per iscritto il Vangelo predicato da Paolo. Questa formula esprime la relazione tra l'opera e la tradizione apostolica così come la concepiva la Chiesa del II secolo; non dimostra che ogni episodio del Vangelo provenga da un insegnamento orale di Paolo. La vicinanza del terzo Vangelo alla missione paolina è un elemento della ricezione ecclesiastica, mentre l'opera stessa conserva materiali e interessi che non derivano direttamente dalle lettere dell'apostolo.
Il Frammento muratoriano, trasmesso in latino in un manoscritto medievale, presenta una testimonianza antica sul canone e sui libri attribuiti a Luca. La datazione e la storia della sua redazione sono controverse, e ciò impone prudenza nel collocarlo esattamente rispetto a Ireneo. Anche i prologhi antichi ai Vangeli, talvolta definiti antimarcioniti, offrono notizie su Luca, sulla sua età e sul luogo di composizione: la loro cronologia è incerta e le indicazioni biografiche non possono essere assunte come dati contemporanei al personaggio.
Eusebio di Cesarea raccolse nel IV secolo testimonianze precedenti e descrisse Luca come antiocheno e medico, associato a Paolo. Girolamo, nel De viris illustribus, riprese il profilo tradizionale e riferì ulteriori notizie sulla sepoltura e sulle traslazioni. La successione di questi autori documenta la stabilità di una memoria ecclesiastica, ma non costituisce una serie di attestazioni tutte indipendenti: gli scrittori più tardi conoscevano e utilizzavano materiali precedenti.
Nel corso della storia cattolica l'attribuzione tradizionale ricevette anche formulazioni autorevoli in sede ecclesiastica. Le risposte della Pontificia Commissione Biblica del 1912 sul Vangelo di Luca e del 1913 sugli Atti difesero esplicitamente la paternità lucana e una datazione antica. La riflessione biblica successiva ha sviluppato metodi storici e letterari più articolati: il documento della medesima Commissione del 2014 sull'ispirazione e la verità della Scrittura riconosce la complessità dei processi redazionali e affronta il rapporto tra testimonianza, tradizione e composizione. Si distinguono pertanto la continuità dell'attribuzione liturgica ed ecclesiale e le ipotesi critiche sull'identità storica dello scrittore.

Gli ultimi anni e la morte
Le testimonianze sulla fase finale della vita di Luca sono frammentarie e divergenti. Tradizioni antiche lo collegano alla Grecia, specialmente alla Beozia e a Tebe; alcune versioni gli attribuiscono una morte in età avanzata, altre parlano di martirio. Mancano elementi contemporanei sufficienti per stabilire le circostanze della morte, la sua data o un eventuale supplizio.
L'identificazione con uno dei settantadue discepoli inviati da Gesù e quella con uno dei due viandanti di Emmaus appartengono a tradizioni interpretative successive. Non risultano dimostrate dai testi evangelici. Anche il racconto secondo cui Luca avrebbe dipinto dal vivo il volto della Vergine è una tradizione devozionale sviluppatasi nel tempo, non una notizia verificabile del I secolo.
Il silenzio delle fonti più vicine al I secolo rende difficile ricostruire la vita di Luca dopo gli episodi ai quali la tradizione lo collega. Non esistono lettere sicuramente sue, documenti amministrativi che ne attestino la presenza in una comunità determinata o una narrazione contemporanea della morte. Le informazioni sulle missioni in Grecia, sull'età raggiunta e sul luogo della sepoltura appartengono a una tradizione agiografica formatasi e trasmessa in epoche successive.
Alcuni antichi prologhi presentano Luca come morto in Beozia a un'età avanzata; in altre tradizioni la sua morte assume i tratti del martirio. Il fatto che le narrazioni non concordino sulla modalità del decesso impedisce di affermare con sicurezza che sia stato ucciso per la fede. La qualifica di evangelista, che ne definisce la memoria liturgica, non implica di per sé il martirio. La localizzazione tebana è importante soprattutto per la storia della venerazione e delle reliquie.
L'assenza di dati biografici certi non riduce la rilevanza storica della figura: mostra piuttosto che la sua fama dipende principalmente dall'associazione con due opere fondamentali e dalla loro trasmissione nelle comunità cristiane. La ricostruzione dell'individuo e lo studio della sua memoria sono quindi due piani collegati, ma non sovrapponibili.

La memoria ecclesiale
La celebrazione del 18 ottobre attesta l'inserimento stabile di Luca nel calendario dei santi. Il suo profilo religioso si è formato soprattutto attorno ai due libri attribuitigli, al legame con Paolo e al titolo di evangelista. L'immagine del medico e quella del pittore hanno favorito l'adozione del santo come patrono di categorie professionali, mentre la rappresentazione con il toro alato è divenuta uno dei simboli più riconoscibili dell'arte cristiana.
La festa del 18 ottobre si è mantenuta nelle tradizioni liturgiche occidentali e orientali, con forme e calendari propri delle diverse Chiese. Nell'Occidente latino la celebrazione presenta Luca come evangelista; nelle Chiese bizantine è frequentemente ricordato come apostolo ed evangelista, secondo un uso più ampio del titolo di apostolo riferito ai collaboratori della prima missione. Le differenze di titolatura riflettono sviluppi liturgici e non forniscono di per sé nuovi elementi sulla sua biografia.
La tradizione artistica lo rappresenta come scrittore intento al libro, talvolta con il bue alato, e in numerose opere come pittore della Madonna. L'accostamento del santo alle arti figurative divenne particolarmente importante per le corporazioni e le accademie dedicate a san Luca. Il patrocinio sui medici dipende invece dall'espressione della Lettera ai Colossesi, riletta nel tempo come tratto identificativo della sua figura.
L'influenza del Vangelo e degli Atti supera la devozione propriamente agiografica. La liturgia cristiana utilizza quotidianamente cantici conservati nel Vangelo dell'infanzia; la predicazione, l'arte, la musica e la letteratura hanno ripreso la Visitazione, il Natale, il buon Samaritano, il figlio perduto, Emmaus, la Pentecoste e i viaggi paolini. Questa vastissima ricezione riguarda anzitutto i testi e spiega perché la memoria di Luca abbia conservato una posizione così rilevante anche dove le notizie personali sono poche.

La narrazione dell'infanzia e la sua originalità
I primi due capitoli del terzo Vangelo presentano una composizione che non trova un parallelo integrale negli altri evangelisti. L'annuncio della nascita di Giovanni Battista a Zaccaria, l'annunciazione a Maria, la visita a Elisabetta, la nascita di Gesù a Betlemme, la presentazione al tempio e l'episodio del dodicenne Gesù tra i maestri sono organizzati in una sequenza che mette in relazione le due famiglie e collega gli avvenimenti alle promesse d'Israele. I cantici attribuiti a Maria, Zaccaria e Simeone sono costruiti con un linguaggio intensamente biblico, ricco di richiami ai Salmi e ai profeti. La loro presenza ha inciso profondamente sulla liturgia delle ore, nella quale Magnificat, Benedictus e Nunc dimittis conservano un posto stabile.
Il racconto non equivale a una testimonianza personale di Luca sulla nascita di Gesù. L'autore stesso, nel prologo, dichiara di dipendere dalla tradizione trasmessa dai primi testimoni. La tradizione cristiana ha spesso ipotizzato un rapporto diretto con Maria, per spiegare la ricchezza delle notizie sull'infanzia; tuttavia il Vangelo non descrive alcun incontro tra l'evangelista e la madre di Gesù. La formula secondo cui Maria custodiva e meditava gli avvenimenti nel suo cuore appartiene alla narrazione evangelica e non costituisce, da sola, la prova che Maria abbia dettato ricordi a Luca.
La collocazione della nascita di Gesù durante il censimento associato a Quirinio ha suscitato una discussione storica specifica, per il rapporto con il regno di Erode e con le cronologie amministrative della Siria romana. Le proposte di soluzione sono numerose e non unanimemente accettate. La difficoltà mostra perché i racconti dell'infanzia richiedano una lettura attenta sia al genere letterario sia al contesto storico, senza ridurre automaticamente ogni dettaglio a una cronaca verificabile con le fonti amministrative conservate.

Le parabole e il linguaggio della misericordia
Una delle caratteristiche più riconoscibili del terzo Vangelo è la scelta di racconti nei quali la condizione sociale e il comportamento verso il prossimo assumono particolare rilievo. La parabola del buon Samaritano, in Luca 10,25-37, mette al centro un uomo soccorso da uno straniero appartenente a un gruppo con il quale esistevano tensioni religiose e culturali. Il racconto del ricco e di Lazzaro, in Luca 16,19-31, oppone la sicurezza di un uomo benestante alla sofferenza di un povero posto alla sua porta. La parabola del fariseo e del pubblicano, in Luca 18,9-14, contrappone la fiducia nella propria giustizia all'umiltà di chi chiede misericordia.
Il capitolo 15 riunisce le parabole della pecora perduta, della moneta ritrovata e del padre con due figli. Quest'ultima, spesso denominata del figlio prodigo, non si limita alla vicenda del figlio minore: il confronto con il maggiore introduce anche il tema della difficoltà di accogliere il perdono accordato ad altri. Questi racconti hanno esercitato un'influenza duratura sulla predicazione, sulla catechesi e sulle arti figurative. La loro presenza nel Vangelo rivela scelte teologiche e narrative dell'autore, ma non consente di dedurne in modo immediato episodi della sua vita privata o particolari esperienze personali di carità.
Anche la figura di Zaccheo, in Luca 19,1-10, e la scena della peccatrice che unge i piedi di Gesù, in Luca 7,36-50, partecipano di questa prospettiva. Il tema del perdono non è isolato dall'esigenza di conversione: nel caso di Zaccheo, la trasformazione si esprime anche nella restituzione e nella condivisione dei beni. Il Vangelo unisce così l'annuncio della salvezza a una riflessione concreta sui rapporti umani e sull'uso delle ricchezze.

Donne, discepoli e comunità
Luca 8,1-3 ricorda alcune donne che accompagnavano Gesù e i Dodici, fra le quali Maria di Magdala, Giovanna e Susanna, e riferisce il loro sostegno materiale al gruppo. Il Vangelo contiene inoltre le scene di Marta e Maria, della vedova di Nain, della donna curva guarita di sabato e della vedova che offre due piccole monete. Nel racconto della passione e della risurrezione, le donne compaiono come testimoni della crocifissione, della sepoltura e della tomba vuota. La selezione di questi episodi costituisce un tratto significativo dell'opera lucana, anche se la presenza di personaggi femminili non è esclusiva di questo evangelista.
Negli Atti degli Apostoli la stessa attenzione si estende alla vita delle comunità: Maria, madre di Gesù, è ricordata tra i credenti riuniti in preghiera; Tabita è descritta attraverso le sue opere di assistenza; Lidia, commerciante di porpora, accoglie i missionari a Filippi; Priscilla compare con Aquila nell'ambiente della predicazione cristiana. La presenza di tali figure aiuta a comprendere la varietà sociale delle prime comunità, ma non prova che Luca le abbia conosciute personalmente. La questione dipende, anche qui, dalla natura delle fonti degli Atti e dal rapporto fra l'autore e i fatti narrati.

Gerusalemme, lo Spirito e la missione
Il collegamento fra Vangelo e Atti è particolarmente evidente nelle rispettive conclusioni e aperture. Il Vangelo termina con gli incontri del Risorto e con i discepoli che attendono a Gerusalemme; gli Atti riprendono il racconto, collocano l'ascensione all'inizio e descrivono la Pentecoste. La differente articolazione narrativa degli avvenimenti ha suscitato discussioni sulla loro sequenza cronologica. La continuità principale riguarda la missione: ciò che Gesù annuncia e compie nel Vangelo viene proclamato dai suoi testimoni negli Atti.
Il discorso di Pietro a Pentecoste, la predicazione di Stefano, l'incontro di Filippo con il funzionario etiope, la conversione di Cornelio e l'assemblea di Gerusalemme illustrano progressivamente l'ingresso di nuovi gruppi nella comunità cristiana. La missione di Paolo occupa poi un'ampia parte dell'opera. Non si tratta di un resoconto completo di tutta la storia della Chiesa primitiva: molte comunità e numerosi protagonisti sono ricordati solo marginalmente oppure non compaiono. La selezione degli eventi risponde a un progetto narrativo che segue l'espansione dell'annuncio da Gerusalemme fino a Roma.
Un ruolo ricorrente è attribuito allo Spirito Santo, presentato come principio di discernimento e impulso alla missione. Lo Spirito interviene nei racconti dell'infanzia, nel ministero di Gesù e, con particolare evidenza, negli Atti. Questa continuità ha contribuito alla lettura ecclesiale dei due libri come un'unica grande narrazione della storia della salvezza. L'interpretazione teologica non annulla però le domande storiche sull'origine delle tradizioni, sulla composizione dei discorsi e sulle diverse fasi di redazione.

La figura di Paolo nel racconto degli Atti
L'immagine di Paolo trasmessa dagli Atti deve essere confrontata con le lettere considerate autentiche dell'apostolo. Gli Atti descrivono il suo passato di persecutore, la svolta sulla via di Damasco, le missioni in Asia Minore e Grecia, il confronto con le autorità giudaiche e romane e il trasferimento finale a Roma. Le lettere permettono di ascoltare la voce diretta di Paolo su alcune delle medesime questioni, ma offrono talvolta una cronologia o un'accentuazione differente. Il confronto fra Galati 1-2 e Atti 9, 11 e 15 è un esempio classico di questo problema.
Le differenze non impongono di negare in blocco il valore storico degli Atti, né autorizzano a trattarli come una trascrizione letterale degli avvenimenti. L'autore seleziona, dispone e interpreta il materiale secondo le convenzioni della storiografia antica e secondo i propri interessi religiosi. I discorsi attribuiti ai protagonisti, in particolare, devono essere valutati anche come composizioni letterarie inserite nel racconto. L'importanza dell'opera risiede nella conservazione di tradizioni preziose sulle origini cristiane, non nell'assenza di mediazione narrativa.

Ireneo e la stabilizzazione dell'attribuzione
Ireneo di Lione, nella seconda metà del II secolo, offre una testimonianza fondamentale per la storia dell'attribuzione del terzo Vangelo. Nel terzo libro dell'Adversus haereses associa Luca a Paolo e lo colloca accanto agli altri evangelisti in una ricostruzione dell'origine dei quattro Vangeli. In un altro passo dello stesso libro richiama le sezioni in prima persona degli Atti e le lettere paoline per sostenere la vicinanza di Luca all'apostolo. Il suo ragionamento mostra che già alla sua epoca l'identificazione del collaboratore di Paolo con l'autore del Vangelo e degli Atti era inserita in una tradizione ecclesiastica articolata.
Ireneo scrive tuttavia a distanza di più generazioni dai fatti e nel contesto di controversie dottrinali. La sua testimonianza è di grande valore per conoscere la ricezione del testo nel II secolo, ma non equivale a un documento firmato dall'autore del Vangelo. Il rapporto tra attribuzione tradizionale, antichità della testimonianza e prova storica diretta deve quindi rimanere distinto. Proprio questa distinzione permette di riconoscere la forza della tradizione senza attribuirle una certezza documentaria che i testi non possiedono.

Padova, Tebe e la memoria delle reliquie
La venerazione del corpo attribuito a san Luca nella basilica di Santa Giustina a Padova rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della storia del suo culto. Il legame con Tebe in Beozia e con Costantinopoli appartiene alla tradizione delle traslazioni, ricordata anche da Girolamo. Il percorso che avrebbe condotto le reliquie fino a Padova è oggetto di ricostruzioni storiche, ma le sue singole fasi non sono documentate con uguale solidità. L'esistenza di una venerazione antica e la possibilità di ricostruire senza lacune la provenienza materiale dei resti sono questioni diverse.
Nel 2000 Giovanni Paolo II indirizzò un messaggio all'arcivescovo di Padova in occasione della festa di san Luca e del congresso internazionale dedicato all'evangelista. Il pontefice richiamò espressamente la tradizione della sepoltura a Tebe, della traslazione a Costantinopoli e della successiva presenza delle reliquie a Padova, distinguendo il racconto tradizionale dalle ricerche storiche ancora in corso. Ricordò inoltre la ricognizione del corpo venerato e la richiesta dell'arcivescovo ortodosso di Tebe di ricevere una porzione delle reliquie. L'episodio documenta la vitalità contemporanea del culto e il suo significato ecumenico, senza risolvere automaticamente tutte le questioni di autenticità storica.

Il valore dell'opera oltre le incertezze biografiche
Le informazioni sicure sulla vita personale di Luca rimangono limitate rispetto all'importanza dei due libri che portano tradizionalmente il suo nome. Questa sproporzione è una caratteristica essenziale della sua figura storica. I testi neotestamentari documentano un collaboratore di Paolo chiamato Luca; la tradizione del II secolo associa quel nome a un autore evangelico; la critica moderna esamina separatamente le testimonianze, i procedimenti letterari e le date di composizione. La storia del culto, infine, mostra come l'identificazione tradizionale sia divenuta parte stabile della memoria cristiana.
Il terzo Vangelo e gli Atti hanno influito in modo profondo sul calendario liturgico, sulla predicazione, sull'arte e sul modo di rappresentare le origini della Chiesa. La nascita di Gesù a Betlemme, i cantici dell'infanzia, il buon Samaritano, il padre misericordioso, i discepoli di Emmaus, la Pentecoste e i viaggi di Paolo sono entrati nella cultura europea e cristiana attraverso la trasmissione di questi testi. È quindi possibile riconoscere l'importanza straordinaria di san Luca nella storia religiosa e culturale senza presentare come certi i particolari biografici che rimangono affidati a testimonianze tarde o a tradizioni non verificabili.

Biografia

A cura di Don Luca Roveda

San Luca col suo Vangelo ha voluto imprimere alla storia dell’uomo, considerata dal filosofo greco Eraclito come «un giuoco di dadi fatto da bambini» (frammento 52, un senso in Gesù Cristo, il coordinatore di quel groviglio di eventi, salvatore dal male e dall’assurdo che si annida nelle vicende umane, l’«evangelizzatore» della speranza, della libertà e della gioia. Questa citazione del cardinal Ravasi racchiude in sintesi la portata del grande evangelista Luca, dal nome già indicativo, portatore di luce. Luca  (in greco Loukás; Antiochia, 10 dC.; † Tebe, 93 dC.) è l'evangelista autore dell'omonimo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. A quanto pare non conobbe direttamente Gesù, ma fu un fedele seguace di Paolo e suo compagno nel secondo e terzo viaggio di Paolo. Anche se il suo ruolo nella Chiesa primitiva non appare come di primo piano, la sua importanza indiretta è fondamentale: grazie in particolare agli Atti degli Apostoli ci ha permesso di conoscere l'evoluzione e la storia delle comunità cristiane dei primi decenni. La sua festa è celebrata il 18 ottobre; il suo emblema è il bue. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.

Le fonti storiche e le Sacre Scritture

Nei Vangeli e negli Atti, Luca non viene esplicitamente nominato. Assumendo però la sua paternità degli Atti degli apostoli , appare come protagonista implicito di parte della predicazione di Paolo descritta nelle cosiddette "sezioni noi" (At 16,10-17; 20,15-21; 27,1-28,16): in esse la narrazione passa dalla terza persona (p.es. andò, andarono) alla prima persona plurale (andammo), lasciando intendere che l'autore fosse protagonista degli eventi narrati. Nelle lettere paoline, Luca viene citato fugacemente tre volte (Col 4,14; Fm 24; 2Tim 4,11), confermando l'ipotesi desumibile da At che fosse uno stretto e fedele collaboratore di Paolo. Altre informazioni sono presenti in alcune opere di autori cristiani successivi, la cui storicità non appare però sempre certa.

La vita 
Secondo il cosiddetto Prologo antimarcionita a Marco (II sec., testo lat. e gr.), Luca era nato ad Antiochia (di Siria) da famiglia siriaca, non ebrea, ed esercitava la professione di medico (v. anche Col 4,14). Non è chiaro se prima di aver aderito al cristianesimo fosse stato o meno un simpatizzante del giudaismo (proselito): dato però che l'annuncio cristiano aveva inizialmente luogo principalmente tra gli Ebrei e solo in seguito (con Paolo) tra i pagani greco-romani, la prima ipotesi è più verosimile. Sia dalle indicazioni del Prologo, sia dallo stile delle opere attribuitegli (Lc e At), Luca sembra aver avuto una robusta formazione greco-ellenista, che costituiva la cultura ufficiale del mediterraneo orientale dell'epoca, elemento che sarebbe in accordo col medio-alto stato socio-economico corrispondente alla professione esercitata. Il greco nel quale sono redatti i suoi scritti è fluente ed elegante, mostra un'ottima conoscenza della Bibbia greca (Settanta) e, di tanto in tanto, affiorano punti di contatto con il modo di scrivere degli storici greci del suo tempo. Non sono note con chiarezza le modalità della sua adesione al cristianesimo. Secondo il Canone muratoriano (circa 170) non conobbe direttamente Gesù, cosa che sarebbe confermata dalle ricerche presso i testimoni oculari accennate nell'incipit del suo Vangelo (1,1-4). È verosimile che abbia conosciuto il cristianesimo nella sua città natale, Antiochia, attorno agli anni 40, dove era presente una florida comunità cristiana e dove Paolo arrivò attorno al 44. Attorno al 375 Epifanio[1] lo identifica con uno dei settanta discepoli inviati in missione da Gesù (Lc10,1), ma si tratta probabilmente di una leggenda tardiva. Altre tradizioni tardive e leggendarie lo identificano con l'anonimo discepolo di Emmaus (Lc 24,13-35) o con Lucio di Cirene (At 13,1). Le "sezioni noi" degli Atti suggeriscono la sua partecipazione al secondo viaggio di Paolo (iniziato attorno al 50 e durato circa 4-5 anni, con partenza da Antiochia e predicazione nelle attuali Turchia e Grecia) e a successivo terzo viaggio (collocato attorno al 54-58 con le stesse mete del precedente), che termina con l'arrivo a Gerusalemme dove Paolo viene arrestato attorno al 57-58 e detenuto a Cesarea. Sempre la narrazione in prima persona suggerisce la sua presenza di fianco a Paolo durante il suo viaggio verso Roma, in attesa di essere giudicato dall'imperatore, e dove rimase in una sorta di arresti domiciliari per almeno due anni. Durante questo soggiorno forzato di Paolo a Roma, attorno al 60-62, la vicinanza di Luca all'apostolo sarebbe testimoniata dai tre passi succitati (Col4,14; Fm 24; 2Tim 4,11), contenuti però in lettere la cui attribuzione paolina non è del tutto condivisa. Secondo il Prologo antimarcionita, Luca rimase celibe tutta la vita e non ebbe figli, e morì (senza accenni a un suo martirio) a Tebe, in Beozia (nell'attuale Grecia), all'età di 84 anni, e lì sarebbe stato anche sepolto. Secondo Gaudenzio di Brescia (IV secolo, PL XX,962) e Gregorio di Nazianzo invece fu martirizzato a Patrasso (sempre nell'attuale Grecia) assieme all'apostolo Andrea. Secondo quando riportato da San Girolamo (De viris illustribus 7), le sue ossa furono trasportate a Costantinopoli. Le sue spoglie giunsero poi a Padova, dove tuttora si trovano nella basilica di santa Giustina; solo la testa è invece conservata a Praga.

L’evangelista e l’autore degli Atti 
A Luca è attribuita la paternità del terzo vangelo e degli Atti degli Apostoli, che ne costituisce una sorta di prosecuzione. Le più antiche indicazioni in tal senso si trovano nel Canone Muratoriano[2] (circa 170), Ireneo di Lione (Adversus Haereses 3, 1, 1, circa 180), il succitato Prologo antimarcionita (fine II secolo). Entrambe le opere, scritte probabilmente tra il 70-80 d.C., sono dedicate a un certo Teòfilo (probabilmente un eminente cristiano), in ciò seguendo l'uso degli scrittori classici, che appunto erano soliti dedicare le loro opere a personaggi illustri. Altra ipotesi è che egli intendesse dedicare il proprio Vangelo a chi ama Dio (Teofilo = "amante di Dio"). Come ogni altro evangelista (come Marco, Matteo, Giovanni), Luca narra l’esperienza che la sua comunità cristiana ha fatto e fa della persona di Gesù: concretamente il significato dei suoi gesti, delle sue parole, delle sue azioni e lo riporta al contesto, al luogo e momento storico attuale. Cosa c’entra Gesù, le sue scelte, il suo modo di relazionarsi, il suo progetto; con le domande, le difficoltà, le problematiche, le gioie, le speranze, con la fede, con gli intenti di una vita alternativa che questa comunità stava cercando di vivere? Dove era andato a finire il Sogno di Dio narrato da Gesù? Quanto i cristiani lo avevano fatto proprio? Come aveva cambiato il loro stile di vita, di relazione con gli altri, di porsi davanti alla mentalità imperiale? Luca scrive per verificare e confermare la consistenza della fede dei suoi destinatari (1, 1-4). Inizia il suo vangelo con il tema della fedeltà del Dio di Gesù, narra come le promesse si siano realizzate nella nascita di Gesù; chiude il vangelo con questo stesso tema quando narra come Dio abbia mantenuto le sue promesse risuscitando Gesù dai morti. Questo Dio, che non permise che il Santo di Dio vedesse la corruzione (At 2,27), sicuramente sarà fedele alle promesse fatte ai seguaci di Gesù che vengono da tutti gli angoli della terra per prendere posto al banchetto celeste con Abramo, Isacco e Giacobbe. Per chi? Luca scrive per i Cristiani provenienti dal paganesimo che avevano dubbi su Gesù. Loro volevano capire, chiarire dubbi sulla vita di Gesù di Nazaret. Teofilo (nome greco che significa Amico di Dio) è icona di questa categoria di persone. Luca, mentre scrive, ha in mente le persone e comunità situate nelle grandi città, dove c’erano forti contrasti sociali, con una minoranza di privilegiati e una maggioranza di esclusi ed emarginati. Scrive per persone di provenienze culturali diverse con molte barriere e pregiudizi reciproci, che rendevano difficile la convivenza. Le donne non erano riconosciute nella loro dignità. La fame di pane e di relazioni sociali più giuste sicuramente era molto sentita. Scrive per una comunità che conosce dubbi, crisi, scoraggiamento, che si sentiva minoranza insignificante di fronte all’immensità dell’Impero.
L'attenzione data da Luca agli incontri di Gesù con i Samaritani va vista in ottica missionaria: la missione nei loro confronti costituisce l'inizio della missione fra i non-giudei e fa parte del piano di Dio. Non ci sono preclusioni: con Gesù il tempo della salvezza è arrivato per tutti, compresi quelli che venivano disprezzati. Va notato, però, che in Luca il superamento delle esclusioni e la prospettiva universale si accompagnano ad un suo netto atteggiamento positivo verso il popolo giudeo, la sua religione e cultura. La missione è universale, ma parte da Gerusalemme. Quando e dove scrive? Anche se non è semplice stabilire una data esatta, si può arrivare per approssimazione considerando molti altri avvenimenti storici ad ampio raggio. Luca usa come una delle sue fonti il Vangelo di Marco, che fu scritto poco prima della guerra giudaica del 66-70. Lc 21, 5-38 presuppone che la distruzione di Gerusalemme sia già avvenuta; quindi, si impone una data dopo il 70. Luca negli Atti non riflette una conoscenza della dura persecuzione avvenuta nell’ultimo periodo dell’Impero di Domiziano (81-96), né riflette l’aspra controversia che oppose la chiesa e la sinagoga dopo la ricostruzione del giudaismo a Iamnia (85-90 d.C) Da queste considerazioni si può concludere, per la composizione di Lc-At, ad una data tra l’80 e l’85. Altri studiosi suggeriscono 80-90. Il luogo esatto dove fu scritto non è possibile definirlo, ma certamente deve essere stato qualche città dell’Impero Romano, e probabilmente Antiochia di Sira, Efeso, o Filippi che sono i luoghi ben conosciuti da lui.

Scriba e Medico

Dante lo ha definito lo “scriba della mansuetudine di Cristo” per il predominio, nel suo Vangelo, di immagini di mitezza, di gioia e di amore.  Compagno e collaboratore di san Paolo, che lo chiama «il caro medico». La qualifica di medico attribuita a Luca viene confermata, secondo gli studiosi, dall’esame interno delle sue opere. La sua cultura e la preparazione specifica erano sicuramente note tra le comunità di cui faceva parte; potrebbe addirittura avere curato la Madre del Signore. Certamente la sua cultura generale e la sua esperienza degli uomini erano piuttosto notevoli. Una lunga tradizione lo vuole originario di Antiochia, tanto da essere denominato “il medico antiocheno”, ed è per questo patrono di tutti i medici e i chirurghi.

Patrono dei pittori e iconografo 
Un'antica tradizione cristiana dice che Luca fu il primo iconografo e che dipinse quadri della Madonna, di Pietro e Paolo. La tradizione che vuole Luca pittore e iniziatore della tradizione artistica cristiana sorge nel contesto della controversia iconoclastica (730-843). Al di là della speculazione teologica sui passi biblici dell'Esodo e del Deuteronomio che esplicitamente avversano la raffigurazione del divino, sorse tra il VIII e il IX secolo una ricerca minuziosa delle antiche tradizioni che avvalorassero l'idea di un'origine apostolica dell'uso delle effigi sacre. Tali racconti riportano l'esistenza di personaggi che si preoccuparono di eseguire ritratti delle figure più importanti che ruotarono attorno a Gesù durante la sua vita, conservando la memoria del loro aspetto terreno. In questo contesto si portava l'esempio della Immagine di Edessa dove secondo la tradizione cristiana il volto di cristo rimase impresso su di un lino fatto dono al re armeno Abgar V di Edessa. I ritratti eseguiti da Luca sarebbero stati conservati per secoli a Roma e a Gerusalemme, dando il via ad una vera e propria scuola del ritratto religioso. I teologi del periodo scelsero Luca probabilmente perché, tra gli evangelisti, fu quello più accurato nelle descrizioni dei personaggi sacri, finendo con ciò con colmare diverse lacune degli altri "sinottici". Si aggiunga che fu Luca stesso ad avere premura di ricordare, nel prologo del proprio vangelo, di essere stato molto scrupoloso nel raccogliere informazioni da "testimoni oculari" (1,1-4) e qui si pensa in particolare alla stessa Madre di Gesù. Fu, di fatto, l'unico a inserire nel racconto notizie accurate sulla Vergine e sull'infanzia di Gesù. D'altra parte, il suo ruolo di medico suggeriva una familiarità con la pittura, che nella tradizione tardo-antica e non solo in quella, era ritenuta imprescindibile strumento per la riproduzione, in repertori illustrati, di piante officinali e del corpo delle persone. Agli stessi artisti è stata sempre necessaria una certa competenza in ambito botanico per la confezione dei colori.La più antica attestazione della leggenda è il Trattato sulle sante immagini di Andrea da Creta (VIII secolo), in cui l'autore si dichiara certo dell'accuratezza massima dei ritratti lucani, al contrario di quanto accade con le fisionomie riportate da Giuseppe Flavio nel Testimonium Flavianum. Risulta interessante la testimonianza di Simeone Metafraste (950-1022), che nel suo Menologio (raccolta di vite di santi ordinate secondo il calendario liturgico), oltre ad attribuire a Luca raffinati studi in Ellade ed Egitto, sottolineava come l'evangelista, per le sue opere, si era avvalso di "cera e colori" (la cosiddetta pittura ad encausto, la più diffusa in età antica e in epoca proto-bizantina, prima di essere sostituita dai più versatili colori a tempera), con ciò dimostrando un'insospettabile consapevolezza (almeno per un agiografo) delle trasformazioni della pratica artistica. Ciò fa sospettare che egli conoscesse qualche antico dipinto del genere sopravvissuto all'iconoclastia.
Nell'ambito della competizione tra Roma e Gerusalemme nella promozione e conservazione degli originali lucani, il canonico Nicolao Maniacuzio (1145) associa la qualità del ritrattista dell'evangelista al suo essere di origine greca. Fu, di fatto, la cultura orientale ad accaparrarsi la determinazione ex postdelle caratteristiche stilistiche e tecniche del Luca pittore, tanto che questi apparì poi soprattutto una sorta di iconografo bizantino ante litteram, cioè un pittore di icone su tavole (in particolare di legno di palma). Il giureconsulto Burgundio da Pisa (1153) realizzò una traduzione del Trattato sulla fede ortodossa di Giovanni Damasceno basandosi su un manoscritto greco interpolato con il passaggio dello pseudo-Andrea da Creta sugli originali lucani conservati a Roma e Gerusalemme. Con ciò, la tradizione di Luca pittore trovò una consacrazione ufficiale e autorevole, quella cioè di un padre della Chiesa. Tommaso d'Aquino riprese da Giovanni Damasceno gli elementi teorici per affermare la necessità di rispettare tradizioni venerabili quali quella di eseguire e onorare le immagini sacre.

Sono molte le immagini bizantine a lui attribuite, tra cui:
- L'icona della Madonna di Częstochowa, in latino Imago thaumaturga Beatae Virginis Mariae Immaculatae Conceptae, in Claro Monte, in Slavo ecclesiastico Ченстоховская икона БожиеМатери, Čenstohovskaja ikona Božiej Materi.
- L'icona Theotokos di Vladimir (in greco: Θεοτόκος του Βλαντιμίρ, Theotókos tou Blantimír), detta anche Nostra Signora di Vladimir o Vergine di Vladimir (in russo: Владимирская Богоматерь, Vladimirskaja Bogomater‘).
- La Madonna Costantinopolitana che si trova nella Basilica di santa Giustina a Padova, gelosamente custodita perché molto rovinata. Si racconta che il prete Urio, custode della basilica dei Dodici Apostoli di Costantinopoli, tra l'VIII e il IX secolo l'avrebbe portata a Padova, a santa Giustina, insieme al corpo di Luca e alle reliquie di san Mattia, per sottrarli alla furia iconoclasta.
- Una antica immagine della Vergine, detta Salus populi romani, conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore, nella Cappella Paolina, a sinistra dell'altare centrale. L'icona della Madonna è collocata sull'altare in una cornice di angeli che la recano in gloria, splendendo sul fondo turchino di un cielo di lapislazzuli. Le lettere greche che campeggiano ai lati della Vergine sono, di nuovo, l'abbreviazione del suo titolo di Madre di Dio, affermazione rovesciata e identica della divinità di Gesù.
- La Madonna di san Luca a Bologna.

Le reliquie
Secondo san Girolamo, le ossa di san Luca furono trasportate a Costantinopoli nella famosa basilica dei Santi Apostoli dopo la metà del IV secolo;[24] le sue spoglie giunsero poi a Padova, dove tuttora si trovano nella basilica di Santa Giustina. L'abate del monastero Domenico e il vescovo di Padova Gerardo Offreducci assieme a papa Alessandro III si ritrovarono per certificare che il corpo fosse effettivamente del santo evangelista. La stessa fonte infatti racconta che la sua reliquia giunse fino a Padova assieme a quella di san Mattia al tempo dell'imperatore romano Flavio Claudio Giuliano (361-363); altri scritti invece datano il trasferimento al secolo VIII durante una persecuzione iconoclastica.[24]Una parte del suo cranio fu traslata dalla basilica di Santa Giustina alla cattedrale di San Vito a Praga nel XIV secolo per volontà di Carlo IV di Lussemburgo, allora re di Boemia.[24] Una costola del corpo del santo è stata donata il 17 settembre 2000 al metropolita Hieronymos della Chiesa greco-ortodossa di Tebe.[24] Esiste un'altra reliquia della testa nel Museo Storico Artistico "Tesoro" nella basilica di San Pietro in Vaticano.[25] Un reliquiario contenente un'altra parte della testa di san Luca è custodito a Cremona nella chiesa omonima gestita dai padri barnabiti.

Biografia

A cura di Mariella Lentini

Nato ad Antiochia di Siria (Turchia) dieci anni dopo Gesù, Luca è un bravo medico pagano e, sembra, anche un pittore. Si narra che sia stato il primo a raffigurare la Madonna con il Bambino. Molte immagini della Santa Vergine sono attribuite a lui come la Salus Populi Romani nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma. Il nome Luca deriva dal greco lukios che significa “nato all’alba, alle prime luci del mattino”. Il santo non conosce personalmente Gesù, ma si converte al Cristianesimo quando sente parlare di Cristo da Paolo, il futuro santo, missionario ad Antiochia. Luca è colpito profondamente dalla storia di Gesù e decide di diventare subito stretto collaboratore e compagno di viaggio di Paolo. Lo segue a Gerusalemme e in Italia fino a Roma. In seguito, si narra che Luca si rechi missionario in altri territori per diffondere il Cristianesimo: Dalmazia, Macedonia, Italia, Gallia, Egitto.
Luca scrive il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli dove si narrano le vicende delle prime comunità cristiane. Il Vangelo di Luca descrive la Madonna, soffermandosi soprattutto sull’infanzia del Figlio di Dio. Il santo cerca a lungo testimoni della vita di Gesù, avvicina gli stessi apostoli e Maria, Madre di Gesù. Da loro si fa raccontare fatti, miracoli e la resurrezione di Gesù per poterli descrivere nel Vangelo. Alcune pagine sono molto famose come quelle delle parabole del “figliol prodigo” e del “buon samaritano”, della visita della Madonna alla cugina Elisabetta, della nascita di San Giovanni Battista e di Gesù. Le parole di Luca parlano in particolare della tenerezza e della misericordia di Dio. Per questo motivo il suo emblema è il bue, simbolo di mansuetudine.
È protettore di medici, chirurghi, pittori (pure su vetro), scultori, artisti in generale, notai, legatori di libri (anche in pelle), scrittori cattolici. Viene invocato contro il male alle orecchie. Il santo non si sposa e non ha figli. Della sua morte non si sa nulla di certo. Sarebbe avvenuta a Tebe, in Grecia, all’età di 84 anni, forse dovuta a martirio o a cause naturali. Secondo la tradizione le spoglie di San Luca si troverebbero a Padova, custodite nell’Abbazia di Santa Giustina.

Fonte: Mariella Lentini, Santi compagni guida per tutti i giorni

Approfondimenti

Le reliquie fra Tebe, Costantinopoli e Padova
Secondo la tradizione ricordata da Girolamo, le spoglie di Luca furono trasferite dalla Grecia a Costantinopoli e deposte nella basilica dei Santi Apostoli. La successiva presenza di un corpo venerato come quello dell'evangelista nella basilica di Santa Giustina a Padova appartiene a una storia cultuale complessa, nella quale le circostanze e la cronologia dei trasferimenti non sono interamente chiarite. Giovanni Paolo II, in un messaggio del 17 ottobre 2000 all'arcivescovo di Padova, ha richiamato esplicitamente il carattere tradizionale dell'identificazione e l'interesse delle ricognizioni condotte sulle reliquie.
Nel 2000 una costola venerata come reliquia del santo fu destinata a Tebe, in risposta alla richiesta della Chiesa ortodossa locale. Sono inoltre presenti tradizioni relative a reliquie conservate a Praga. L'esame di resti umani può contribuire a verificarne antichità e compatibilità geografica, ma non equivale da solo a identificare nominativamente un individuo del I secolo.
Una ricerca storica dell'Università di Bologna ha inoltre documentato la vicenda di un diverso corpo venerato come quello di Luca, attestato nell'area balcanica e poi a Venezia. La presenza di tradizioni concorrenti impone di distinguere la continuità del culto dalla certezza dell'attribuzione materiale delle reliquie.
La tradizione sulla traslazione da Tebe a Costantinopoli colloca la memoria materiale di Luca nel quadro delle grandi raccolte di reliquie promosse nella capitale imperiale tardoantica. Le fonti antiche richiamate da Girolamo associano le spoglie alla basilica dei Santi Apostoli. La catena successiva che conduce a Padova è meno lineare: le notizie sulla provenienza del corpo venerato a Santa Giustina non permettono di seguire senza interruzioni tutti i passaggi attraverso i secoli.
Nel suo messaggio del 17 ottobre 2000, Giovanni Paolo II ricordò espressamente la tradizione tebana, il trasferimento a Costantinopoli e la presenza delle reliquie a Padova, segnalando che la ricerca storica continuava a indagare sulle fasi successive. Il testo pontificio documenta il significato ecclesiale della ricognizione e la dimensione ecumenica dell'iniziativa, ma non trasforma in certezza storica ogni passaggio della tradizione.
L'esame antropologico e scientifico dei resti è utile per formulare giudizi di compatibilità con l'epoca e con alcune caratteristiche biologiche, e per verificare la storia materiale di un deposito funerario. Non è invece possibile ricavare il nome di un individuo da una semplice datazione delle ossa. L'identificazione con Luca rimane dunque fondata su una combinazione di memoria cultuale, testimonianze storiche e dati materiali, con gradi diversi di certezza.
Il legame con Tebe conserva un significato particolare per il dialogo fra cristiani d'Oriente e d'Occidente. La richiesta di una reliquia da parte dell'arcivescovo ortodosso di Tebe, ricordata nel messaggio pontificio, mostra come un culto condiviso possa essere anche occasione di rapporti ecclesiali contemporanei. Questo dato appartiene alla storia moderna della venerazione di Luca, non alla sua biografia del I secolo.

Luca pittore e il simbolo del toro
La tradizione del Luca pittore, soprattutto di immagini della Madonna, ebbe ampia fortuna nell'Oriente bizantino e nell'Occidente medievale. Non esistono testimonianze del I secolo che attestino dipinti eseguiti da lui. L'associazione con la pittura ha tuttavia avuto grande influenza sulla devozione degli artisti e sulla rappresentazione di Luca davanti a un cavalletto.
Il toro alato deriva dal sistema simbolico dei quattro viventi di Ezechiele e dell'Apocalisse, applicato ai quattro evangelisti dalla tradizione esegetica cristiana. Per Luca il collegamento è stato spiegato anche con l'inizio del suo Vangelo, ambientato nel contesto sacerdotale di Zaccaria e del culto del tempio.
Nell'iconografia cristiana il bue o toro può comparire da solo, accanto all'evangelista o come essere alato che sostiene un libro. L'associazione tradizionale risale all'interpretazione cristiana delle visioni di Ezechiele e dell'Apocalisse, nelle quali compaiono quattro esseri viventi. L'assegnazione dei simboli ai singoli evangelisti conobbe formulazioni differenti nell'antichità prima di stabilizzarsi nella combinazione più familiare all'arte occidentale. La presenza del toro in una raffigurazione non indica dunque una professione o un episodio della vita di Luca, ma una lettura simbolica del suo Vangelo.
Il tema di san Luca che dipinge la Vergine compare in immagini, cicli pittorici e racconti medievali e moderni. L'evangelista viene talvolta mostrato davanti a Maria con il Bambino, intento a realizzare un ritratto. Il motivo esprime visivamente l'idea di una conoscenza privilegiata dei racconti dell'infanzia di Gesù, ma non dimostra un incontro personale tra Luca e Maria. Numerose icone mariane sono state attribuite a Luca nella tradizione, senza che tali attribuzioni possano essere documentate fino al I secolo.
Il patrocinio artistico assunse forme istituzionali nelle corporazioni dei pittori e nelle accademie di san Luca. Queste associazioni testimoniano la fortuna del racconto del pittore e il ruolo del santo come modello simbolico per chi produce immagini sacre. L'iconografia è quindi una fonte preziosa per la storia della devozione, pur non essendo una prova dell'attività artistica dell'evangelista.

Curiosità
- Luca è l'unico evangelista al quale la tradizione attribuisce anche un secondo libro del Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli.
- La narrazione dell'infanzia di Gesù nel terzo Vangelo comprende i cantici del Magnificat e del Benedictus, entrati stabilmente nella liturgia delle ore.
- La tradizione di Luca pittore ha favorito la nascita di confraternite e corporazioni artistiche poste sotto il suo patrocinio.

Cronologia

- I secolo d.C. - Epoca in cui visse il Luca ricordato nelle lettere neotestamentarie.
- seconda metà del I secolo - Attività missionaria di Paolo, alla quale la tradizione collega Luca.
- circa 80-90 d.C. - Datazione proposta da molti studiosi per la composizione del terzo Vangelo, senza unanimità.
- fine del I secolo o inizio del II secolo - Una delle fasce cronologiche proposte per la composizione degli Atti degli Apostoli.
- seconda metà del II secolo - Ireneo di Lione attribuisce il terzo Vangelo a Luca.
- tra II e IV secolo - Formazione e consolidamento delle testimonianze antiche sull'attribuzione lucana delle opere.
- IV secolo - Eusebio di Cesarea riferisce la provenienza di Luca da Antiochia.
- fine del IV secolo - Girolamo trasmette notizie tradizionali sulla vita e sulla traslazione delle reliquie.
- 26 giugno 1912 - La Pontificia Commissione Biblica pubblica risposte sulla paternità e sulla datazione del Vangelo secondo Luca.
- 12 giugno 1913 - La Pontificia Commissione Biblica pubblica risposte sull'autore e sulla composizione degli Atti degli Apostoli.
- 17 ottobre 2000 - Giovanni Paolo II invia un messaggio all'arcivescovo di Padova in occasione della festa di san Luca e delle iniziative sulle reliquie.

Valutazione storico-critica

- L'esistenza di un Luca collaboratore di Paolo è attestata dalla lettera a Filemone; la qualifica di medico compare in Colossesi, la cui attribuzione paolina è discussa.
- Il terzo Vangelo e gli Atti sono anonimi nel loro testo; l'attribuzione a Luca è documentata nella tradizione ecclesiastica dal II secolo.
- L'unità letteraria del Vangelo e degli Atti è più ampiamente condivisa dell'identificazione del loro autore con il collaboratore di Paolo.
- Antiochia come luogo di origine è attestata da Eusebio, ma non da testimonianze anagrafiche contemporanee.
- Data, luogo e modalità della morte non sono accertati; le notizie di martirio e di morte naturale appartengono a tradizioni divergenti.
- L'identificazione con i discepoli di Emmaus o con i settantadue non è storicamente dimostrata.
- L'attività di pittore non è documentata per il I secolo, benché la relativa tradizione abbia avuto un'importanza iconografica e cultuale.
- Le sezioni in prima persona plurale degli Atti consentono interpretazioni diverse e non identificano esplicitamente Luca.
- Le divergenze tra Atti e lettere paoline richiedono di distinguere testimonianza epistolare e narrazione storiografica successiva.
- La datazione delle opere è discussa e non equivale a una cronologia personale dell'evangelista.
- I prologhi antichi contengono particolari biografici la cui datazione e indipendenza restano incerte.
- Il culto e la venerazione delle reliquie sono storicamente attestati, mentre l'identificazione personale dei resti e l'intera successione delle traslazioni rimangono questioni distinte e non definitivamente risolte.

Fonti e bibliografia essenziale

- Nuovo Testamento: Lettera a Filemone 24; Lettera ai Colossesi 4,14; Seconda lettera a Timoteo 4,11; Vangelo secondo Luca 1,1-4; Atti degli Apostoli 1,1-2 e sezioni in prima persona plurale.
- Ireneo di Lione, Adversus haereses, III, 1,1 e III, 14,1, testimonianze sull'attribuzione del Vangelo e sulla relazione con Paolo.
- Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, III, 4, testimonianza sulla provenienza antiochena di Luca.
- Girolamo, De viris illustribus, capitolo 7, tradizioni sulla vita e sulle reliquie.
- Giovanni Paolo II, Messaggio all'arcivescovo di Padova per la festa di san Luca, 17 ottobre 2000.
- Catholic Encyclopedia, voci Gospel of Saint Luke e Acts of the Apostles, per la storia dell'attribuzione tradizionale.
- Le reliquie veneziane di san Luca evangelista, studio storico registrato nell'archivio della ricerca dell'Università di Bologna.
- Pontificia Commissione Biblica, Autore, tempo di composizione e verità storica dei Vangeli secondo Marco e secondo Luca, 26 giugno 1912.
- Pontificia Commissione Biblica, Autore, tempo di composizione e verità storica del libro degli Atti degli Apostoli, 12 giugno 1913.
- Pontificia Commissione Biblica, Ispirazione e verità della Sacra Scrittura, 2014, sezioni sui Vangeli e sugli Atti degli Apostoli.

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Aggiunto/modificato il 17 ottobre 2026