San Gennaro
Vescovo e martire
Festa: 19 settembre
Nascita-morte: Napoli? III sec. – Pozzuoli, 19 settembre 305
Nascita - morte:
Napoli? III sec. – Pozzuoli, 19 settembre 305
Festa:
19 settembre
Patronato:
Napoli; invocato contro le eruzioni vulcaniche.
Etimologia:
Dal latino Ianuarius, relativo al mese di gennaio o al dio romano Giano.
Emblema:
Abiti episcopali, mitra, pastorale, palma del martirio e ampolle.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera G
Calendario: I santi del 19 settembre
Martirologio Romano
Ascolta
Venerato come vescovo di Benevento e martire a Pozzuoli, è una delle figure più significative del cristianesimo antico in Campania e il principale patrono di Napoli. La sua memoria liturgica ricorre il 19 settembre, giorno associato dalla tradizione al martirio durante la persecuzione dioclezianea, generalmente collocato nell'anno 305. Le testimonianze sul suo culto sono antiche, mentre le narrazioni dettagliate della sua vita e del processo che avrebbe preceduto l'esecuzione furono redatte molto tempo dopo gli avvenimenti e presentano varianti. Alla sua vicenda sono associati altri sei martiri: Sossio, Festo, Desiderio, Procolo, Eutiche e Acuzio. La traslazione delle reliquie a Napoli e la venerazione presso le catacombe contribuirono a consolidarne il culto, che nei secoli assunse una rilevanza religiosa e civica eccezionale. Particolarmente nota è la tradizione della liquefazione del contenuto di un'ampolla ritenuta contenere il suo sangue, attestata per iscritto dalla fine del XIV secolo. La distinzione fra memoria antica, racconti agiografici e storia successiva del culto è essenziale per comprenderne la figura.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Le testimonianze più antiche
Gennaro è ricordato come vescovo di Benevento e martire venerato nell'area di Pozzuoli. Le notizie sulla sua famiglia, sulla formazione e sugli anni del suo episcopato non sono conservate in testimonianze contemporanee sicure. Anche il luogo di nascita resta incerto: Napoli e Benevento sono indicate da tradizioni differenti, senza che sia possibile stabilire una provenienza precisa.
La memoria del martire compare in antichi repertori liturgici e martirologici, fra i quali il calendario della Chiesa di Cartagine e il Martirologio geronimiano. La presenza del nome in testimonianze di età tardoantica conferma l'antichità della venerazione, ma non permette di considerare storicamente accertati tutti i particolari delle successive narrazioni del martirio.
Il racconto del martirio
Secondo la tradizione raccolta negli Atti bolognesi, Gennaro si trovava nell'area flegrea accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio. La vicenda si intreccia con quella di Sossio, diacono della comunità di Miseno, arrestato durante la persecuzione dei cristiani. Gennaro e i suoi accompagnatori avrebbero manifestato solidarietà al prigioniero e sarebbero stati a loro volta arrestati.
Le narrazioni associano alla condanna anche Procolo, diacono di Pozzuoli, e i cristiani Eutiche e Acuzio. I sette sarebbero stati decapitati presso la Solfatara di Pozzuoli. L'episodio è tradizionalmente situato durante la persecuzione di Diocleziano, intorno al 305. Il giorno del 19 settembre è profondamente radicato nella tradizione liturgica; l'esatta ricostruzione della sequenza degli arresti, degli interrogatori e dell'esecuzione rimane invece problematica.
Le differenti redazioni della passione presentano particolari non sempre concordanti, anche riguardo ai magistrati responsabili del processo. Le scene delle belve che avrebbero risparmiato i condannati appartengono al patrimonio narrativo agiografico e non possono essere trattate come cronaca contemporanea. L'importanza di questi racconti consiste anche nel testimoniare il modo in cui le comunità cristiane successive interpretarono e tramandarono il ricordo dei martiri.
Dalla sepoltura al culto napoletano
La tradizione colloca una prima sepoltura di Gennaro nell'area flegrea, prima del trasferimento del corpo a Napoli. La traslazione è collegata alla storia della Chiesa napoletana e alla formazione del complesso funerario che avrebbe preso il nome di catacombe di San Gennaro. Le fonti ecclesiastiche napoletane attribuiscono un ruolo decisivo a un vescovo Giovanni del V secolo; la ricostruzione dei singoli passaggi deve tuttavia distinguere il nucleo della memoria cultuale dai dettagli trasmessi in epoca successiva.
Le catacombe costituiscono una testimonianza materiale fondamentale della venerazione. La presenza di un luogo di culto monumentale e di immagini antiche del santo mostra che il suo ricordo aveva assunto grande rilievo nella comunità cristiana di Napoli già nella tarda antichità. Fra le rappresentazioni più significative figura un'immagine del V secolo conservata nel complesso catacombale.
Nel corso del Medioevo le vicende delle reliquie si intrecciarono con quelle politiche ed ecclesiastiche dell'Italia meridionale. Il legame con Napoli, pur non cancellando quello con Benevento e Pozzuoli, divenne progressivamente l'elemento predominante della sua identità cultuale. La sua figura fu associata alla protezione della città nei momenti di calamità, pericolo e crisi collettiva.
Il sangue e la devozione cittadina
Il culto delle ampolle tradizionalmente identificate con il sangue del martire è una delle espressioni più conosciute della devozione napoletana. La prima attestazione scritta comunemente indicata per la liquefazione risale al 1389. La data è molto posteriore al presunto martirio e non costituisce una testimonianza diretta sull'origine o sulla raccolta del contenuto delle ampolle.
La tradizione attribuisce a una donna chiamata Eusebia la raccolta del sangue dopo l'esecuzione; tale episodio appartiene però alla memoria devozionale e non è confermato da documenti coevi. Il fenomeno osservato durante le celebrazioni è descritto come passaggio del contenuto dell'ampolla da uno stato apparentemente solido a uno più fluido. La sua interpretazione religiosa appartiene alla vita del culto; la natura materiale del contenuto e il meccanismo del fenomeno non possono essere dedotti dalla sola tradizione.
Le celebrazioni più note ricorrono il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre. Quest'ultima ricorrenza è collegata alla memoria dell'eruzione vesuviana del 1631 e all'invocazione del patrono da parte dei napoletani. Il culto di Gennaro è rimasto così un elemento distintivo della storia religiosa, artistica e civile della città.
Biografia
A cura di Antonio Borrelli
Fra i santi dell’antichità è certamente uno dei più venerati dai fedeli e se poi consideriamo che questi fedeli, sono primariamente napoletani, si può comprendere per la nota estemporaneità e focosa fede che li distingue, perché il suo culto, travalicando i secoli, sia giunto intatto fino a noi, accompagnato periodicamente dal misterioso prodigio della liquefazione del suo sangue, che tanto attira i napoletani.
Prima di tutto il suo nome diffuso in Campania e anche nel Sud Italia, risale al latino ‘Ianuarius’ derivato da ‘Ianus’ (Giano) il dio bifronte delle chiavi del cielo, dell’inizio dell’anno e del passaggio delle porte e delle case.
Il nome era in genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio “Ianuarius”, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo d.C.
Gennaro appartenne alla gens Ianuaria, perché Ianuarius che significa “consacrato al dio Ianus” non era il suo nome, che non ci è pervenuto, ma il gentilizio corrispondente al nostro cognome.
Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli “Atti Bolognesi” e gli “Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato a Napoli (?) nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto.
Nella sua vecchiaia però, sotto la pressione del suo cesare Galerio (293), firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, colpendo la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi per impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare.
E in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti.
In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovavano a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro).
Gennaro saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede.
Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio.
Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.
Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri.
I cristiani di Pozzuoli, nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani, erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà dal vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo.
Le reliquie degli altri sei martiri, hanno una storia a parte per le loro traslazioni, ma in maggioranza ebbero culto e spostamento nelle loro zone di origine.
Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.
Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.
Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per s. Gennaro, diminuiva man mano quello per s. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città.
Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.
Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo.
Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.
Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli nel succorpo del Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.
Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343).
La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo, racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.
Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale. San Gennaro è conosciuto in tutto il mondo, grazie anche al culto esportato insieme ai tantissimi emigranti napoletani, suoi fedeli, non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, purtroppo ricorrenti che colpivano Napoli, come pestilenze, terremoti e le numerose eruzioni del vulcano Vesuvio, croce e vanto di tutto il Golfo di Napoli; ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della già menzionata Cappella del Tesoro.
Il Tesoro è oggi custodito in un caveau di una banca, essendo ingente e preziosissimo, quale testimonianza dei doni fatti al santo patrono da sovrani, nobili e quanti altri abbiano ricevuto grazie per sua intercessione, o alla loro persona e famiglia o alla città stessa.
Le chiavi della nicchia, sono conservate dalla Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, da secoli composta da nobili e illustri personaggi napoletani con a capo il sindaco della città. Il miracolo della liquefazione del sangue, che è opportuno dire non è un’esclusiva del santo vescovo, ma anche di altri santi e in altre città, ma che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento, è avvenuto per la prima volta nel lontano 17 agosto 1389; non è escluso, perché non documentato, che sia avvenuto anche in precedenza.
Detto prodigio avviene da allora tre volte l’anno; nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle, vengono portati in processione, insieme ai busti d’argento dei numerosi santi compatroni di Napoli, anch’essi esposti nella suddetta Cappella del Tesoro, dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli, e qui dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumito; la seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione, una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli, il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove anche qui dopo ripetute preghiere, con la presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli, avviene il prodigio tra il tripudio generale.
Avvenuta la liquefazione la teca sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicini la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia e chiusa a chiave.
Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre “festa del patrocinio di s. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte le porte argentee per prelevare le ampolle; il miracolo a volte è avvenuto al di fuori delle date solite, per eventi straordinari.
Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli, ha convinto la maggioranza dei fedeli, che anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione semmai di una vita più cristiana.
Del resto questo “miracolo ballerino”, imprevedibile, è stato oggetto di profondi studi scientifici, l’ultimo nel 1988, con i quali usando l’esame spettroscopico, non potendosi aprire le ampolline sigillate da tanti secoli, si è potuto stabilire la presenza nel liquido di emoglobina, dunque sangue.
La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro, vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.
Pur essendo venuti tanti papi a Napoli in devoto omaggio e personalmente baciarono la teca lasciando doni, la Chiesa è bene ricordarlo, non si è mai pronunciata ufficialmente sul miracolo di s. Gennaro.
Papa Paolo VI nel 1966, in un discorso ad un gruppo di pellegrini partenopei, richiamò chiaramente il prodigio: “…come questo sangue che ribolle ad ogni festa, così la fede del popolo di Napoli possa ribollire, rifiorire ed affermarsi”.
Biografia
A cura di Mariella Lentini
Patrono di Napoli e Benevento, San Gennaro è venerato in tutto il mondo anche se le notizie storiche su di lui sono poche. Secondo la tradizione Gennaro (dal latino “nato nel mese di gennaio”) nasce a Napoli nel II secolo. Diventa vescovo di Benevento ed è molto attivo nell’opera di evangelizzazione. Tutti lo amano perché è buono e generoso. Per un certo periodo la libertà di culto viene garantita dall’imperatore romano Diocleziano. Tuttavia dopo il 193 riprendono le persecuzioni dei cristiani. San Gennaro nel 305 si trova a Pozzuoli (Napoli) per andare a visitare un diacono imprigionato. Anche lui viene catturato assieme a tanti altri cristiani e subisce il martirio: prima viene condotto davanti a belve affamate che, però, invece di sbranarlo, si accucciano ai suoi piedi, infine viene ucciso con la spada.
Si narra che una donna di nome Eusebia abbia raccolto il suo sangue in due ampolle, davanti alle quali ancora oggi, ogni anno, dal 1389 (in occasione di una processione organizzata dalla popolazione per allontanare una tremenda carestia) folle di fedeli assistono al miracolo della liquefazione. Dal 1492 il corpo di San Gennaro riposa nel Duomo di Napoli, dove sono custodite anche le due ampolle con il suo sangue. Tanti sono i fatti prodigiosi avvenuti per intercessione del famoso santo partenopeo e il suo culto è diventato, attraverso i secoli, sempre più fervente. Nel 1631 l’eruzione del Vesuvio minaccia Napoli ma, grazie alle preghiere rivolte a San Gennaro, la città è salva.
In onore di San Gennaro tutti gli anni, ogni primo sabato di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre, nel capoluogo campano, si celebra una solenne cerimonia davanti ai credenti che partecipano numerosissimi e, quasi sempre, si assiste al famoso miracolo del sangue secco di San Gennaro disciolto. Indagini scientifiche non riescono a spiegare il miracolo della liquefazione, ma confermano che il sangue contenuto nelle ampolle è umano. Il santo è protettore dei donatori di sangue e degli orafi. Viene invocato contro coliche e dolori intestinali e pure contro le eruzioni vulcaniche.
Approfondimenti
Gli Atti bolognesi e le altre passioni
La cosiddetta Passio di san Gennaro, conosciuta attraverso diverse redazioni, non è un verbale processuale contemporaneo al martirio. Gli Atti bolognesi sono generalmente considerati fra le redazioni più antiche del racconto; la loro datazione e la storia della trasmissione sono state oggetto di studi critici. Accanto a essi circolano altre versioni, fra cui gli Atti vaticani. La presenza di più racconti non implica che ciascuno rappresenti una testimonianza indipendente: alcuni elementi possono derivare da una tradizione narrativa comune.
Un problema specifico riguarda il rapporto fra la passione di Gennaro e quella di Sossio. Gli studi agiografici hanno individuato possibili processi di composizione e fusione di tradizioni precedentemente distinte. La commemorazione comune dei sette martiri conserva una forte unità liturgica, mentre i particolari biografici di ciascuno devono essere valutati separatamente.
Il santuario della Solfatara
Nei pressi della Solfatara di Pozzuoli sorge il santuario di San Gennaro, legato alla memoria tradizionale del luogo dell'esecuzione. La storia dell'edificio comprende fasi di distruzione, ricostruzione e trasformazione. La tradizione del sito è antica, ma le strutture attualmente visibili non possono essere considerate una prova diretta dell'esatta posizione del martirio.
Curiosità
- Il nome Gennaro deriva dal latino Ianuarius ed era diffuso nel mondo romano anche indipendentemente dal culto del martire.
- Un'immagine di san Gennaro risalente alla seconda metà del V secolo è conservata nelle catacombe napoletane.
- Il 16 dicembre è una ricorrenza cittadina legata alla memoria dell'eruzione del Vesuvio del 1631.
- La tradizione della liquefazione del sangue è attestata per iscritto molti secoli dopo l'epoca attribuita al martirio.
Cronologia
- Fine del III - inizi del IV secolo - Periodo nel quale viene tradizionalmente collocata l'attività di Gennaro come vescovo di Benevento.
- Circa 305 - Martirio tradizionalmente situato a Pozzuoli durante la persecuzione dioclezianea.
- V secolo - Consolidamento del culto napoletano e sviluppo delle testimonianze monumentali nelle catacombe.
- VI secolo - Testimonianze liturgiche e martirologiche antiche attestano la memoria di Gennaro.
- Alto Medioevo - Circolazione e rielaborazione delle narrazioni agiografiche del martirio.
- 1389 - Prima attestazione scritta comunemente riconosciuta del fenomeno della liquefazione.
- 1631 - Eruzione del Vesuvio alla quale è collegata la ricorrenza devozionale del 16 dicembre.
Valutazione storico-critica
- L'esistenza di un antico culto di Gennaro in Campania è sostenuta da testimonianze liturgiche e monumentali tardoantiche.
- Il titolo di vescovo di Benevento e la memoria del martirio a Pozzuoli appartengono alla tradizione agiografica consolidata.
- Il luogo di nascita e i particolari della vita precedente al martirio non sono accertati.
- L'anno 305 è una datazione tradizionale plausibile nel contesto della persecuzione dioclezianea, non una data dimostrata da documenti contemporanei.
- Gli Atti bolognesi e le altre passioni sono posteriori ai fatti e non concordano su ogni particolare; i loro episodi narrativi richiedono una lettura critica.
- Il calendario cartaginese e il Martirologio geronimiano attestano una memoria antica, senza confermare ogni episodio della passione.
- La traslazione e il culto nelle catacombe sono elementi centrali della storia religiosa napoletana, benché alcuni dettagli cronologici delle traslazioni rimangano discussi.
- L'identificazione del contenuto delle ampolle con il sangue del martire appartiene alla tradizione; la prima testimonianza scritta della liquefazione è medievale.
- L'ipotesi che Gennaro sia da identificare con un omonimo vescovo di Benevento attestato nel IV secolo è stata discussa nella storiografia e non costituisce un'identificazione acquisita.
- Non risulta necessario postulare una canonizzazione moderna per spiegare il riconoscimento ecclesiale di un culto di origine antica.
Fonti e bibliografia essenziale
- Stato della Città del Vaticano, 19 settembre: San Gennaro, Vescovo di Benevento e martire, profilo storico-agiografico.
- L'Osservatore Romano, Una compagnia di amici cristiani, 18 settembre 2020.
- Diocesi di Pozzuoli, scheda storica sul diacono san Procolo e gli Atti bolognesi.
- Ministero della Cultura, Catalogo generale dei beni culturali, scheda del santuario di San Gennaro a Pozzuoli.
- Enciclopedia Cattolica, voce Gennaro, vescovo di Benevento, santo, martire, e compagni, vol. VI, p. 31, riproduzione consultata.
- Acta Sancti Ianuarii, traduzione della passione pubblicata dalla St. Pachomius Library e riprodotta da EWTN.
- Fordham University, Internet Medieval Sourcebook, Januarius, testo della tradizione agiografica e appendice martirologica.
Patronati
- Benevento, Diocesi di
- Cervinara (AV)
- Eruzione del Vesuvio
- Napoli
- Napoli, Diocesi di
- Pozzuoli (NA), Diocesi di
- Somma Vesuviana (NA)
- Torre del Greco (NA)

