Beato Giovanni di Santa Marta
Sacerdote francescano, martire
Festa: 16 agosto
Nascita-morte: Prados, Tarragona, 1578 - Kyoto, Giappone, 16 agosto 1618
Nascita - morte:
Prados, Tarragona, 1578 - Kyoto, Giappone, 16 agosto 1618
Festa:
16 agosto
Etimologia:
Dall'ebraico Yehohanan, 'Dio ha usato misericordia'.
Emblema:
Abito francescano, palma del martirio, croce, libro, scure del boia.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera G
Calendario: I santi del 16 agosto
Gruppo: Beati 205 Martiri Giapponesi
Martirologio Romano
Nato a Prados, non lontano da Tarragona, nel 1578, entrò nell'Ordine dei Frati Minori Osservanti della provincia di san Giacomo. Partito dalla Spagna nel 1606, dalle Filippine passò nel Giappone nel 1607. Scoppiata la persecuzione nel 1614, si allontanò dal Giappone per ritornarvi poco dopo a continuare il suo ministero. Arrestato il 24 giugno 1615 fu mandato a Meaco, dove fu chiuso in prigione coi comuni malfattori. Condannato a morte, subì il martirio mediante decapitazione il 16 agosto 1618. Cinque cristiani che avevano preso il suo corpo, furono imprigionati e l'anno seguente martirizzati. Giovanni fu beatificato da Pio IX il 7 luglio 1867 insieme con gli altri duecentoquattro martiri del Giappone.
Biografia
A cura di Enrico Quiri
L'ordinazione e il viaggio missionario
Nel 1606 Giovanni fu ordinato sacerdote. Nello stesso anno, o nei mesi immediatamente successivi, partì dalla Spagna alla volta delle Filippine, allora colonia spagnola e importante base logistica per le missioni nell'Asia orientale. Il viaggio, lungo e pericoloso, si svolgeva attraverso la rotta del Capo di Buona Speranza o quella americana di Acapulco, attraversando l'Oceano Pacifico. Dalle Filippine, nel 1607, Giovanni raggiunse il Giappone, un paese che da circa trent'anni accoglieva con alterni favori i missionari europei. San Francesco Saverio vi era sbarcato nel 1549 e, da allora, gesuiti, francescani, domenicani e agostiniani avevano fondato numerose comunità cristiane, specialmente nell'isola di Kyushu e nella regione di Kyoto. Il Giappone di inizio Seicento era un paese in trasformazione: la dinastia Tokugawa stava consolidando il proprio potere e, pur tollerando inizialmente la presenza cristiana, nutriva crescente diffidenza verso l'influenza straniera.
Gli anni di apostolato e la persecuzione
Giunto in Giappone, Giovanni si distinse per una dote rara tra i missionari dell'epoca: la capacità di apprendere rapidamente la lingua locale. Questa abilità gli permise di entrare in contatto diretto con la popolazione, di predicare nella lingua dei destinatari e di tradurre testi fondamentali della fede cristiana. Il suo ministero si svolse principalmente nella regione di Kyoto, allora capitale imperiale e importante centro culturale e religioso. Nel 1614, tuttavia, la situazione mutò radicalmente. Lo shogun Tokugawa Ieyasu, preoccupato dall'influenza crescente delle potenze europee e dal proselitismo cristiano, emanò un editto di espulsione per tutti i missionari stranieri e proibì la pratica della religione cristiana. Molti religiosi obbedirono all'editto, ritirandosi nelle Filippine o a Macao. Giovanni di Santa Marta, invece, dopo un breve allontanamento, decise di tornare clandestinamente in Giappone. La scelta era dettata dal senso di responsabilità pastorale verso le comunità cristiane giapponesi, che rischiavano di rimanere senza guide spirituali in un momento di grave pericolo.
L'arresto e la prigionia a Meaco
Il ritorno in Giappone fu breve ma intenso. Il 24 giugno 1615, festa di San Giovanni Battista, il frate fu arrestato dalle autorità locali. Condotto a Meaco, l'antico nome di Kyoto, fu rinchiuso nelle prigioni cittadine insieme a criminali comuni. La detenzione si protrasse per oltre tre anni, un periodo durissimo durante il quale Giovanni dovette sopportare condizioni igieniche precarie, la promiscuità con detenuti violenti e l'incertezza sul proprio destino. Eppure, secondo le testimonianze giunte fino a noi, il frate trasformò la prigionia in un'occasione di apostolato. Continuò a catechizzare i compagni di cella, a confessare i cristiani che riuscivano a raggiungerlo e a celebrare, quando possibile, i sacramenti. La sua presenza in carcere divenne un punto di riferimento per i cristiani perseguitati della regione, che lo consideravano un padre spirituale e un testimone vivente della fede.
Il martirio e il canto del salmo
Nell'estate del 1618, le autorità emisero la condanna a morte. Il 16 agosto, Giovanni di Santa Marta fu condotto al luogo del supplizio per essere decapitato. Il Martirologio Romano, nella sua sobrietà, conserva un dettaglio di straordinaria forza espressiva: 'mentre veniva condotto al supplizio, predicava al popolo e cantava il salmo Laudate, popoli tutti, il Signore'. Questo canto, tratto dal Salmo 116 (o 117 secondo la numerazione della Vulgata), è il più breve del Salterio e un inno alla lode universale di Dio. Intonare quelle parole mentre si camminava verso la morte non fu un gesto di esaltazione, ma l'espressione di una fede matura, radicata nella certezza della risurrezione e nella comunione con tutti i popoli chiamati a lodare il Signore. La decapitazione avvenne secondo il rituale giudiziario giapponese del tempo. Il corpo del martire fu successivamente recuperato da cinque cristiani giapponesi, i quali, per questo atto di pietà, furono a loro volta arrestati, imprigionati e martirizzati l'anno seguente, nel 1619.
La beatificazione e il gruppo dei 205 Martiri del Giappone
Giovanni di Santa Marta fu beatificato da Papa Pio IX il 7 luglio 1867, insieme ad altri 204 martiri del Giappone. Questo gruppo composito comprende religiosi di diversi ordini (francescani, domenicani, gesuiti, agostiniani) e numerosi laici giapponesi, uccisi in varie epoche e località tra il 1603 e il 1639. La beatificazione collettiva, cinque anni dopo la canonizzazione dei 26 protomartiri di Nagasaki (1597), rispondeva all'esigenza di riconoscere la santità di una generazione di missionari e convertiti che avevano pagato con la vita la fedeltà al Vangelo in un contesto di crescente ostilità.
Il contesto storico delle persecuzioni Tokugawa
Le persecuzioni contro i cristiani in Giappone si intensificarono progressivamente a partire dall'editto del 1614. Lo shogunato Tokugawa vedeva nel cristianesimo una minaccia all'unità nazionale e un veicolo di influenza straniera. Seguirono decenni di repressione violenta, culminati nella rivolta di Shimabara (1637-1638) e nel definitivo isolamento del Giappone dal resto del mondo. Il cristianesimo sopravvisse in forma clandestina, dando origine al fenomeno dei Kakure Kirishitan, cristiani nascosti che conservarono la fede per oltre due secoli, fino alla riapertura del paese nel XIX secolo.
