San Massimo di Apamea

Martire venerato a Cuma

Festa: 30 ottobre

Nascita-morte: † Apamea di Frigia, attuale Turchia, 303

Nascita - morte:
† Apamea di Frigia, attuale Turchia, 303

Festa:
30 ottobre

Etimologia:
Dal latino Maximus, superlativo di magnus, 'grandissimo'.

Categoria: I santi che iniziano con la lettera M

Calendario: I santi del 30 ottobre

Martyrologium Romanum Martirologio Romano

A Cuma in Campania, san Massimo, martire.

E' un martire ricordato il 30 ottobre nella tradizione del Martirologio Romano storico, che colloca il suo supplizio ad Apamea di Frigia, nell'Asia Minore romana, sotto l'imperatore Diocleziano. L'identificazione del personaggio è però uno dei problemi più complessi della sua memoria: testimonianze martirologiche e tradizioni agiografiche hanno associato il nome Massimo anche a Cuma, in Campania, a Conza, nell'Irpinia, e ad altre località. Le narrazioni della passione cumana contengono episodi leggendari e non permettono di stabilire una biografia sicura del martire frigio. Anche l'eventuale coincidenza con altri martiri chiamati Massimo, compreso quello venerato nell'area aquilana, rimane discussa. Il titolo di martire e la commemorazione liturgica costituiscono dunque il nucleo della tradizione, mentre la precisa provenienza, la cronologia individuale e la storia delle reliquie non sono determinabili con certezza.

Biografia

A cura di Giampietro Cattini

Un nome nei martirologi
La commemorazione di Massimo al 30 ottobre compare nel Martirologio Romano storico con l'indicazione latina 'Apameae, in Phrygia' e con il riferimento all'imperatore Diocleziano. La notizia è molto breve: non fornisce informazioni sulla nascita, sulla professione, sull'età o sui familiari, né descrive un processo verificabile.
Apamea di Frigia era un centro dell'Asia Minore romana. L'indicazione geografica del martirologio, tuttavia, non basta a dimostrare che tutti i racconti successivamente attribuiti a Massimo si riferiscano a un martire effettivamente vissuto in quella città.

Il problema dei luoghi
Le tradizioni relative a Massimo presentano una particolare instabilità toponomastica. Le recensioni del Martirologio Geronimiano collegano il nome a località differenti; nella tradizione manoscritta è stata individuata anche la forma 'Comsa', riferita a Conza, nell'Irpinia. Altri testimoni e rielaborazioni lo avvicinano a Cuma, in Campania, oppure ad Apamea.
Gli studiosi hanno discusso se 'Apamea' derivi da un'alterazione testuale di 'Campania', oppure se rifletta un'altra identificazione geografica. È stata proposta anche una relazione con l'antico toponimo Apamia riferito a Pescina, in Abruzzo. Queste ipotesi non sono equivalenti a prove dell'origine del santo.

La passione di Massimo di Cuma
Una narrazione medievale attribuita a Massimo di Cuma descrive il contrasto con un persecutore chiamato Fabiano. Il martire vi subisce percosse, cammina sui carboni ardenti e viene imprigionato; durante la detenzione avrebbe preparato numerosi compagni al battesimo. Compaiono anche un bambino che parla prodigiosamente, soldati guariti dalla cecità e un terremoto al momento della morte.
Questa passione è riconosciuta come elaborazione leggendaria e presenta affinità con altre narrazioni martiriali, in particolare quelle di Ponziano di Spoleto e Romano di Antiochia. Non può quindi essere trasferita automaticamente alla biografia di Massimo di Apamea. Neppure la data del 303, spesso ripetuta per il martire di Cuma, costituisce una data di morte verificata per il personaggio frigio.

La questione degli omonimi
Il nome Massimo ricorre frequentemente nei martirologi antichi. I Bollandisti esaminarono esplicitamente la possibilità di confusione tra il Massimo cumano, quello detto asiatico, il martire venerato nell'area aquilana e il Massimo indicato ad Apamea. Furono anche discusse identificazioni con altri martiri omonimi, senza che il semplice accordo del nome o dell'epoca costituisse una prova sufficiente.
L'assenza di una passione contemporanea sicuramente riferibile al Massimo di Apamea impedisce di ricostruire una successione attendibile di arresto, processo e morte. La memoria liturgica del 30 ottobre resta distinta dalla possibilità di stabilire un'identità biografica univoca.

Biografia

A cura di Domenico Ambrasi

La passio di Massimo, completamente leggendaria, narra che il santo sopportò vari supplizi per aver coraggiosamente redarguito il preside Fabiano per la fiera persecuzione da lui suscitata contro i cristiani di Cuma. Battuto a sangue e costretto a camminare a piedi nudi su carboni ardenti, fu gettato in carcere, ove preparò duecento compagni di prigionia al Battesimo, che venne loro conferito dal vescovo Massenzio. Impose ad un infante di appena tre mesi — Barula o Teodoro — di parlare prodigiosamente, a testimonianza e in difesa della fede cristiana, al cospetto di Fabiano, il quale ne ordinò l’uccisione. I soldati che, dopo averlo lasciato per sette giorni sospeso col capo all’ingiù, lo trovarono ancora in vita, privati della vista, la riebbero, dopo aver invocato il nome di Cristo e chiesto di essere battezzati da Massimo il quale fu, infine, decapitato: la sua morte fu accompagnata dal terremoto e seguita dalla conversione e dal Battesimo di tutti gli astanti.
La passio, che si ispira evidentemente alle leggende di Ponziano, martire di Spoleto, e di Romano di Antiochia, fu trovata in un Passionario dei secoli XI-XII nella Biblioteca Capitolare di Bovino dal domenicano L.V. Cassitto. Era già conosciuta, però, da un antico Breviario capuano, pubblicato da G.C. Capaccio, e attraverso l’ampliamento falsamente attribuito all’agiografo napoletano Pietro suddiacono dei primi decenni del secolo X.
Il Martirologio Geronimiano menziona Massimo sotto diverse date e località: l’Epternacense lo ricorda in Comsa degli Irpini, l’odierna Conza, al 30 ottobre. Tuttavia, Massimo assieme ad altri martiri elencati in questo giorno, ritorna nello stesso Geronimiano il 19 e il 20 novembre. Altri codici dello stesso Martirologio e testi agiografici di epoca tarda ne ricollegano il ricordo con Apamea di Frigia e con Cuma in Campania: il toponimo Apamia, però, è considerato o lezione scorretta ed alterata di Campania, o il nome classico di Pescina nell’Abruzzo. In questo secondo caso, Massimo sarebbe da identificarsi coll’omonimo di Aveia Vestina, che Aquila festeggia come suo patrono col titolo di «levita» al 20 ottobre, e che nella tradizione ms. sarebbe diventato asianus, ossia di Apamea di Frigia.
Qualche studioso insinua l’identificazione dei tre omonimi (di Apamea, Avia e Cuma) in un unico martire, di cui si ignora ogni cosa ed in particolare il luogo del martirio. L’Achelis, seguito dal Delehaye, identificò il Massimo di Cuma con l’omonimo martire vescovo di Napoli; il Maliardo lo ritenne martire dell’antica Chiesa di Cuma nella persecuzione di Diocleziano.
Massimo ebbe grande venerazione in varie città dell’Italia centro-meridionale: Cuma, Pozzuoli, Napoli, Aversa, Capua, Gaeta, Grottaferrata, Conza, Bovino, Palermo. Secondo la leggenda, apparso quindici anni dopo la sua morte a Giuliana, asceta di Cuma, venerata poi come santa - forse uno sdoppiamento dell'omonima martire attribuita a Nicomedia - avrebbe richiesto la traslazione dei suoi resti dal luogo della primitiva sepoltura, sulla via Caballaria, alla basilica a lui dedicata, diventata poi cattedrale di Cuma. La traslazione sarebbe avvenuta il 30 ottobre 319, ma il tempio superiore dell’acropoli cumana fu trasformato in basilica cristiana solo nel V-VI secolo. Tra i suoi resti, durante gli scavi del 1933-34, si rinvenne un’iscrizione funeraria mutila, nella quale un napoletano, caduto combattendo agli inizi del secolo VIII contro gli invasori Longobardi del duca Romualdo, si affida al patrocinio del martire.
A Napoli, sulla fine del secolo VI, sorgeva un «monasterium ss. Herasmi, Maximi atque Julianae», fondato dalla nobildonna Alexandria: ne fa menzione san Gregorio Magno in tre lettere del 599.
Le reliquie di Massimo, trovate per interessamento del vescovo di Cuma, Leone, tra le rovine della città abbandonata, il 25 febbraio 1207 furono traslate a Napoli, in devoto corteo guidato dall’arcivescovo napoletano Anseimo, assieme a quelle del fanciullino commartire ed a quelle, che ancora erano restate, di san Giuliana. Queste furono deposte nel monastero di santa Maria Donnaromita, quelle di Massimo sotto l’altare maggiore della cattedrale napoletana dell’epoca. Il Cassitto credette di poterle individuare tra quelle che furono trovate assieme a una fiala di sangue polverizzato sotto l’altare della basilica di santa Restituta, durante l’episcopato del cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603). Reliquie di Massimo sono riposte nel capo della sua protome d’argento, nella cappella del tesoro; le rimanenti reliquie sono, assieme a quelle del fanciullino martire, nella cappella del Succorpo del duomo napoletano.
Il culto di Massimo a Napoli è attestato alla data del 30 ottobre dal Calendario marmoreo (secolo IX), da quello prefisso al Rituale dell’arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) e dalla Costituzione sinodale dell’arcivescovo Decio Carafa (3 settembre 1619), il quale ne fece scolpire il busto marmoreo tra quelli degli otto santi patroni napoletani, che adornavano il coro ligneo del duomo nei primi decenni del ’600.
Testimonianza del culto capuano sono i Calendari (fine secolo XI-XIII) trovati e pubblicati da M. Monaco: di essi, il secondo, il quarto (col titolo di «levita») e il quinto lo ricordano il 30 ottobre, il terzo al 31. Da Capua il culto si sarebbe diffuso a Gaeta, donde san Nilo, che ivi soggiornò per un decennio, l’importò a Grottaferrata: nell’abbazia basfiana, Massimo è celebrato come diacono in un calendario conservato in un codice del secolo XI.

Fonte: Bibliotheca Sanctorum

Approfondimenti

La tradizione bollandista
Gli Acta Sanctorum dedicano un esame critico alle tradizioni di Massimo di Cuma e agli omonimi. Il confronto fra lezioni martirologiche, passiones e tradizioni locali evidenzia quanto la trasmissione manoscritta dei nomi e dei luoghi abbia inciso sull'identificazione del martire. L'accostamento fra Apamea, Campania e altri toponimi rimane un problema filologico e storico, non una semplice variazione moderna del nome geografico.

Curiosità
- La formula latina del Martirologio Romano storico colloca Massimo 'Apameae, in Phrygia'.
- La passione cumana attribuisce al martire il battesimo di numerosi prigionieri e un miracolo legato a un bambino, episodi di carattere leggendario.
- I Bollandisti registrarono numerosi martiri chiamati Massimo, rendendo necessaria una distinzione fra le diverse commemorazioni.

Cronologia

- età tardoantica - Epoca alla quale la tradizione riconduce il martirio di Massimo.
- inizi del IV secolo - Periodo suggerito dall'attribuzione alla persecuzione di Diocleziano, senza data individuale accertata.
- età medievale - Circolazione e rielaborazione delle tradizioni agiografiche riferite a Massimo di Cuma.
- 30 ottobre - Commemorazione del Massimo attribuito ad Apamea nel Martirologio Romano storico.

Valutazione storico-critica

- L'attestazione martirologica del nome Massimo al 30 ottobre è distinta dalla certezza della sua identificazione personale e geografica.
- La localizzazione ad Apamea di Frigia è propria del Martirologio Romano storico, ma compete con tradizioni legate a Cuma, Conza e all'Italia centrale.
- Le varianti toponomastiche sono state oggetto di discussione filologica e non consentono una soluzione universalmente accettata.
- La passione di Massimo di Cuma è una composizione leggendaria e non fornisce una biografia contemporanea affidabile del martire di Apamea.
- L'identificazione con il Massimo venerato nell'area aquilana o con altri omonimi non è dimostrata.
- Il riferimento a Diocleziano non consente di stabilire l'anno preciso del martirio.
- Non sono accertati reliquie, patronati o attributi iconografici riferibili con sicurezza al solo Massimo di Apamea.

Fonti e bibliografia essenziale

- Acta Sanctorum, Octobris, 30 ottobre, discussione critica su Massimo di Cuma e sui martiri omonimi.
- Roman Martyrology, traduzione storica della commemorazione del 30 ottobre.
- Katholon, Maximi, trascrizione della notizia martirologica latina del 30 ottobre.

Aggiunto/modificato il 14 ottobre 2026