San Libertino di Agrigento
Vescovo e martire
Festa: 3 novembre
Nascita-morte: † Agrigento, Sicilia, III sec.
Nascita - morte:
† Agrigento, Sicilia, III sec.
Festa:
3 novembre
Etimologia:
Dal latino Libertinus, riferito originariamente a una persona affrancata.
Emblema:
Insegne episcopali e palma del martirio; ferite da arma da taglio.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera L
Calendario: I santi del 3 novembre
Martirologio Romano
E' venerato ad Agrigento come vescovo e martire e tradizionalmente considerato il primo pastore della comunità cristiana cittadina. La sua memoria ricorre il 3 novembre, come conferma anche il calendario dell'arcidiocesi agrigentina. La tradizione locale lo volle inviato in Sicilia direttamente dall'apostolo Pietro, ma tale collegamento non è sostenuto da documenti contemporanei. Una diversa narrazione agiografica colloca la sua morte nel periodo delle persecuzioni imperiali del III secolo, accostandola alla vicenda del martire Pellegrino e a quella di Marciano di Siracusa. Anche questa cronologia rimane problematica, perché dipende da testi trasmessi molto dopo gli avvenimenti e non sempre coerenti tra loro. La vicenda di Libertino offre così un esempio significativo della distanza che può separare la memoria cultuale, persistente e attestata nella tradizione ecclesiastica siciliana, dalla ricostruzione puntuale della vita di un cristiano dell'antichità. Più che una biografia continua, ne emerge la storia di una venerazione cittadina, della sua interpretazione attraverso i secoli e delle controversie sorte attorno alle origini della Chiesa agrigentina.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
La memoria di Libertino è strettamente legata alla storia della Chiesa di Agrigento. Gli scrittori ecclesiastici siciliani di età moderna lo presentarono come primo vescovo della città, attribuendo l'origine del suo ministero all'iniziativa di Pietro apostolo. Questa ricostruzione riflette l'interesse, diffuso in numerose Chiese locali, a ricondurre la propria fondazione all'età apostolica. Non sono tuttavia conservate testimonianze del I secolo che permettano di accertare l'ordinazione di Libertino da parte di Pietro.
Le fonti agiografiche e la cronologia
Ottavio Gaetani, nelle sue ricerche sui santi siciliani, raccolse tradizioni riguardanti Libertino e Pellegrino. Alcuni racconti collegano i due martiri e li inseriscono nell'ambiente ecclesiastico di Marciano di Siracusa. Una redazione del racconto menziona gli imperatori Valeriano e Gallieno e un funzionario incaricato di costringere i cristiani ai sacrifici. Se accettata, tale ambientazione porterebbe verso la metà del III secolo; essa non equivale però a una datazione documentaria della morte del santo. Gli stessi racconti combinano elementi cronologici difficilmente conciliabili, come l'origine apostolica di Marciano e l'ambientazione in una persecuzione molto più tarda.
Il racconto del martirio
Secondo una versione agiografica, Libertino fu arrestato ad Agrigento per essersi rifiutato di abbandonare la fede cristiana. Il testo lo colloca in un edificio dedicato al protomartire Stefano e riferisce che vi morì mentre pregava. Altre tradizioni parlano invece di lapidazione e di ferite inferte con una lama. Gaetani ricordò anche interpretazioni che avvicinavano il martirio di Libertino a quello di Pellegrino. Queste modalità non possono essere fuse in un unico racconto storico: sono testimonianze della varietà delle narrazioni tramandate, non resoconti oculari verificabili.
La sepoltura e la memoria cittadina
La tradizione poneva la sepoltura presso il foro agrigentino e associava alla tomba benefici ricevuti dai fedeli. I Bollandisti osservarono che la menzione del foro, nella forma tramandata, pone problemi topografici e cronologici: non basta quindi a localizzare con certezza una tomba dell'età delle persecuzioni. Nella città si sviluppò comunque una memoria del santo legata a luoghi urbani e a raffigurazioni del martirio. Rocco Pirri ricordò la costruzione di una chiesa in suo onore nel 1624, durante la peste, presso l'area detta degli Zingari e vicino a San Michele. La dedicazione testimonia la persistenza del culto in età moderna, non la storicità dei singoli episodi attribuiti al vescovo.
La revisione critica della tradizione
Gli Acta Sanctorum sottoposero a esame le narrazioni siciliane, rilevando l'assenza di prove solide per l'istituzione petrina del primo vescovo di Agrigento. Fu giudicata inattendibile anche la pretesa esistenza di una lettera di nomina firmata dall'apostolo. La critica non cancella la memoria di Libertino, ma distingue il culto ecclesiale dalla pretesa di ricostruire in dettaglio il suo episcopato. La ricorrenza del 3 novembre rimane viva nella Chiesa agrigentina.
Biografia
A cura di Domenico De Gregorio
La tradizione, raccolta dagli storici e scrittori, specie agrigentini, sino al secolo XVIII, riteneva che S. Libertino fosse stato mandato da S. Pietro ad Agrigento per predicarvi il Vangelo. Nella Cattedrale della città si conserva un quadro di Francesco Narbone che rappresenta S. Pietro mentre consegna a S. Libertino la pergamena che lo istituisce vescovo di Agrigento.
Nel 1779 il can. Raimondo Gaglio, utilizzando anche i lavori del suo defunto fratello Vincenzo, sollecitato dagli accademici della Biblioteca Comunale di Palermo, inviava loro la "Serie cronologica dei Vescovi di Girgenti dai primordi al cadere del sec. XVIII" che poi venne pubblicata, dal 1901, dal Boglino nella sua Sicilia Sacra.
Il Gaglio sottopose ad una giusta critica le notizie del Gaetano, del Pirro e degli altri scrittori che lo avevano preceduto e seguito e, fondandosi sull'anonimo panegirista di S. Marciano, primo vescovo di Siracusa, scrisse: 'Non avendo altro di meglio contentiamoci dell'autorità di uno scrittore antichissimo il quale visse prima che fosse stata Siracusa, sua patria, presa da quei barbari (Saraceni), cioè a dire, nell'ottavo secolo di Cristo, tempo in cui pei monumenti che allora forse esistevano, potea probabilmente sapere se S. Libertino fu o no il primo vescovo di Girgenti. Io non voglio rendermi mallevadore presso gli eruditi della genuinità del suo codice. Altro non farò se non che rapportare le parole di questo anonimo le quali leggonsi nella sua orazione panegirica scritta in greco nel secolo suddetto in lode di S. Marciano, tradotta prima dal Gaetano in latino e pubblicata poi in autentica dai PP. Bollandisti, lasciando agli eruditi la libertà di seguire colla di lui scorta le sue riflessioni o di pensare altrirnenti".
Le parole citate in nota dal Gaglio sono queste:
"(Peregrinus) inter coeteros Dei praecones Marciani doctrina imbutus, testis perfectus Dei effectus est, sacrificium acceptabile ac voluntarium factus atque holocaustum in odorem sua vitatis in monte quod cacumen Crotaleos adpellatur, parem inortis triumphum retulit cum martyre et Agrigentinorum episcopo Libertino".
Continua poi il Gaglio:
"Asserisce egli dunque nel cennato panegirico che S. Libertino fu martirizzato insieme con S. Pellegrino sul monte Crotaleo della stessa città.
S. Pellegrino, come dicesi, fu contemporaneo di S. Marciano, primo vescovo di Siracusa, onde se S. Libertino, a dir dell'anonimo, visse a suo tempo, fu anch'egli contemporaneo di S. Marciano. Ora se vogliam passare per buona moneta la rimessa di costui dal principe degli Apostoli in Sicilia a predicarvi la fede, di cui non avevano alcun lume quegli abitanti e se S. Libertino, portossi, mentre ci vivea, in Girgenti, dir dobbiamo che, siccome colui, quando andò a Siracusa trovò i di lei cittadini sepolti fra le tenebre del paganesimo, così del pari questi rinvenne il suo gregge immerso nella credenza dei falsi numi e fu, in conseguenza, il primo vescovo della suddetta città, giacché in tempo di S. Marciano trovavasi la Sicilia tutta in seno all'idolatria. Queste, come dissi, mi sembrano congetture probabili appoggiate a qualche non inverosimile fondamento su cui possono sostenersi''. Che poi S. Libertino sia stato inviato da S. Pietro in Agrigento il Gaglio esclude, non possedendosi nessun documento né coevo né prossimo al Santo e nemmeno antico; e se, come qualcuno asserisce, per lungo tempo si venero in Agrigento il diploma di nomina di S. Libertino non citato mai da nessuno dovette essere certamente un falso. E conclude: "Ciò che potrebbe dirsi con qualche apparenza di sicurezza si è che S. Libertino fu il primo vescovo di Girgenti, che egli visse nei primi secoli di Cristo, che vi portò, prima di tutti, la luce del Vangelo, che vi sofferse il martirio, rimanendo ancora ignoto l'anno in cui portossi a Girgenti e la maniera onde fu eletto vescovo". Il Lancia di Brolo, nella sua storia, rifacendosi anche lui al panegirista di S. Marciano, cita un passo dell'orazione che egli lesse nell'unico manoscritto esistente, Vaticano greco 366 in cui viene riportata la descrizione della persecuzione di Valeriano (254 259) in Sicilia, che l'anonimo attribuisce allo stesso martire S. Pellegrino, e perciò argomenta:
"Se questo scritto è veramente di S. Pellegrino egli dunque non ha potuto morire nella persecuzione di Valeriano, ma in altra appresso; poiché il suddetto encomiasta siracusano ci dice che S. Pellegrino, ammaestrato dalla dottrina di S. Marciano, divenne perfetto testimone di Dio e nel monte che si addimanda cacume delle Crotali pari morte e uguale trionfo riportò insiem col martire S. Libertino, vescovo di Girgenti.
Quale oggi sia questo monte non si conosce ed è impossibile rintracciarlo, dal fatto che S. Pellegrino è venerato qual patrono in Caltabellotta, succeduta all'antica Triocala, credo possa congetturarsi che per una trasposizione di sillabe solita ne' molti dialetti e nel volgare siculo questo monte sia appunto quello di Triocala". Se il brano citato dall'anonimo è di S. Pellegrino questi non può essere discepolo diretto di S. Marciano e perciò il "Marciani doctrina imbutus", deve intendersi come un insegnamento morale, un discepolato ideale, altrimenti dovrebbe negarsi che S. Marciano sia vissuto nel primo secolo e sia stato mandato da S. Pietro in Siracusa.
L'altra persecuzione potrebbe essere quella di Decio, o di Diocleziano?
Il brano dell'encomio è così tradotto dal p. Agostino Amore:
"Come insegna la testimonianza scritta del vittorioso Pellegrino di cui si parlava in principio, anche lui, infatti, ripieno della dottrina di questo predicatore di Dio, Marciano, si rese perfetto testimone di Dio, fatto sacrificio accetto nella tribolazione e olocausto in odore di soavità sulla montagna della Crotala, subendo una morte simile a quella del Santo vescovo e martire Libertino della Chiesa di Agrigento. Il p. Amore, nel suo studio archeologico agiografico su S. Marciano di Siracusa, ritiene che l'encomio greco (codice Vaticano 366) "deve porsi con sicurezza tra la fine del secolo VII e la prima metà dello VIII, ma forse più in questo che in quello".
"Questo encomio non è un panegirico recitato per la sua festa, come afferma il Lancia di Brolo, ma una delle solite leggende agiografiche destinata alla lettura. La stessa intrinseca struttura lo confessa: esso è un centone di brani presi qua e là e malamente cuciti insieme". Nel testo dell'encomio si dice che S. Pellegrino subì un "omoion thànaton", (una morte simile) a quella di S. Libertino che perciò dovrebbe essere cronologicamente alquanto anteriore.
La passione dei SS. Libertino e Pellegrino
In una passione anonima pubblicata dai Bollandisti (G. van Hoof) in Acta Sanctorum Novembris si parla dei santi Libertino e Pellegrino.
Essa, secondo il p. Amore, per tanti indizi, dovrebbe datarsi tra il VI e il VII secolo. Secondo G. van Hoof essa non è del tutto indegna di fede perché il suo autore si è servito di scritti più antichi e quindi più vicini al martirio di S. Pellegrino il cui sepolcro era stato "per molti secoli illustre per miracoli
Il suo autore, pensa il p. Amore, dovrebbe essere un monaco del monastero dei "Triginta" in cui sarebbe vissuto S. Pellegrino, il quale "voleva col suo scritto non solo risvegliare e consolidare il culto di Pellegrino, ma anche dar fama al suo monastero, attribuendogli la gloria di avere ospitato il martire". Il passo riguardante S. Pellegrino è il seguente: Gli imperatori Valeriano e Gallieno (254 259) avevano scritto a Quinziano, consolare di Sicilia, di costringere i cristiani a sacrificare agli dei. Quinziano mandò in Agrigento Silvano il quale "Agrigentum ingressus Libertinum episcopum corripi jubet. Non doli, non ininae, nihil omissum quo revocaretur a Christo, simulacra veneraretur. At Libertinus in aede S. Stephani protomartyris per aras Deum laudans, oransque, spiritum coelo reddidit, nec sine luctu in foro Agrigentinorum sepultus" (Acta Sanctorum, pag. 612 n. 3: Entrato in Agrigento comandò che il vescovo Libertino fosse arrestato. Niente fu omesso, di inganni e minacce, per distoglierlo da Cristo e fargli venerare gli dei. Ma Libertino nella chiesa di S. Stefano protomartire, lodando Dio davanti gli altari, restituì la sua anima al cielo e con gran lutto fu seppellito nel foro degli Agrigentini.) Su questo passo il p. Amore che ritiene la "Passio" scritta da un agrigentino e l'encomio da un siracusano presenta alcune considerazioni:
"Sembra che la notizia della morte di Libertino non faccia parte integrante del racconto, ma che sia stata ricordata come per inciso. Oltre il modo incerto con cui è riferita, sorprende il leggere come Silvano, pur avendo usato inganni e minacce per fare apostatare Libertino, il che fa supporre che non siano mancati giudizio, carcere e forse anche tormenti, l'abbia poi lasciato tranquillamente nella chiesa di S. Stefano orans per aras spiritum coelo reddidit".
Evidentemente quando lo scrittore scriveva il corpo di Libertino era venerato in quella chiesa, e non sapendo altro di lui, scrisse che era morto lì. D'altra parte se Libertino fu veramente coevo di Peregrino e l'uno e l'altro sarebbero periti nella persecuzione di Valeriano, come possiamo ammettere che quello fosse stato "in foro agrigentino sepultus" quando le leggi romane vietavano di seppellire in città?
E ancora: come mai l'autore parla così a lungo di Peregrino, mentre a Libertino riserva appena un cenno in una frase generica? E dire che questi era un vescovo, mentre l'altro un semplice monaco. Infine se realmente Libertino mori mentre pregava in chiesa, sotto qual titolo si può chiamare martire? Mi sembra quindi legittimo pensare che l'autore della Passio niente sapeva di lui perché vissuto molto tempo dopo e che l'abbia voluto ricordare soltanto per dare maggior credito al suo scritto"
Questa ultima osservazione mi sembra interessante per la cronologia di S. Libertino: se la Passio è databile tra il VI e il VII secolo, questo "molto tempo dopo" deve abbracciare almeno qualche secolo e quindi siamo rimandati al III secolo, alla persecuzione di Valeriano e Gallieno, citata anche nella Passio.
Il Mercurelli ritarda l'epoca della composizione della Passio addirittura al tempo dei Normanni, ma gli argomenti del p. Amore mi sembrano molto più validi e probativi.
Comunque, quando, alla conclusione del suo studio sui primi vescovi di Agrigento, ne riporta un elenco, il Mercurelli pone come protovescovo S. Libertino aggiungendo: età incerta tra il primo e terzo secolo, secondo le fonti.
Il culto di S. Libertino
"Il culto di S. Libertino dovette iniziarsi abbastanza presto: al tempo di Gregorio Magno un pretore di Sicilia ed un vescovo di Sardegna ebbero quel nome, mentre nella vita di S. Gregorio, vescovo di Agrigento, scritta da Leonzio, si ricorda una casa che la Chiesa di Agrigento possedeva da moltissimo tempo in Palermo e che si chiamava Libertino: "era intatti da molto tempo della Chiesa Agrigentina ed era detta Libertino.
Sulla datazione di S. Libertino tra il I e il III secolo concordano il Lanzoni, il Kehr, oltre il Mercurelli.
Secondo la tradizione, raccolta dal Gaetano e inserita nella liturgia del Santo, al 3 novembre, la predicazione di S. Libertino fu così efficace e feconda di risultati che le autorità pagane decisero di stroncarla; non riuscendovi né con le blandizie, né con le minacce, ricorsero alla violenza.
Secondo la tradizione venne martirizzato con S. Pellegrino e poi bruciato; secondo un'altra venne lapidato o ucciso con la spada o con un colpo al petto o al capo.
Il Russo riferendo alcuni passi del p. Francesco Petronio, afferma che compì molti miracoli ed edificò una chiesa dedicandola alla Madonna, la quale potrebbe essere stata la prima cattedrale agrigentina. Una tradizione popolare racconta che S. Libertino, poco prima di morire, avesse detto agli spettatori dei suoi tormenti: 'Gens iniqua, plebs rea, non videbis ossa mea" donde sarebbe derivato il nome della porta settentrionale della città: Bibbirria. Ma giustamente il Picone osserva che un martire muore perdonando e il nome della porta è di origine araba e significa "porta dei venti", da Bab er rijah.
Circa il luogo del martirio, il Lancia di Brolo, come abbiamo detto, vorrebbe vedere nel cacume delle Crotali una corruzione della parola Triocala, mentre il Picone ritiene che possa essere corruzione della parola "Akropoleos", la fortezza degli Agrigentini ma il termine potrebbe benissimo conservare il suo significato greco di "nacchere" oppure, forse anche più opportunamente, per un colle di campagna, di "narcisi" perché coperto di narcisi.
Il luogo dell'acropoli antica fu nel passato individuato in quello che veniva chiamato "il piano degli Zingari, lu chianu delli Zingari" sull'alto della collina su cui è posta la città attuale, nella zona dove sorge la chiesetta del Santo.
Gli Agrigentini, durante la peste del 1625, poiché tanti si erano rivolti all'intercessione del Santo e ne avevano ottenuto molte grazie e miracoli, pensando che, secondo la tradizione, aveva subito il martirio in quel luogo e vi fosse stato seppellito, sull'esempio di Palermo che aveva trovato il corpo di S. Rosalia, scavarono nella zona del Piano degli Zingari, ma non trovarono nulla.
Decisero tuttavia di costruirvi una cappella.
Ad istanza del p. Michele di Agrigento e dei suoi fratelli della Osservanza, i giurati del tempo: Gaspare Di Fede, Bernardo Belguardo, Giuseppe Di Falco e Giuseppe Piemontese, concessero l'area per la cappella e per un ospizio a queste condizioni: 'che detto chiano non possa servire per altro effetto né uso, eccetto per la pianta di detto edificio e per costruzione di chiesa, sotto nome di detto santo Libertino e che si possa sempre e quandocumque in detto piano cavare per la invenzione della santa reliquia di detto santo, non obstante qualsivoglia edificio, quali fabbriche si possono in tutto o in parte dirrupare per causa di detta invenzione di detto corpo" °.
La cappella fu poi ingrandita e divenne chiesa per opera del Vescovo Francesco Trahina; fu poi restaurata da mons. Lo Jacono e da mons. Lagumina. Il Russo enumera alcuni quadri, affreschi, opere d'arte che rappresentano il Santo: tra i quadri più notevoli ricordiamo quello già citato della Cattedrale di Agrigento in cui si rappresenta S. Pietro con S. Libertino; l'altro con i santi vescovi agrigentini, tutti e due oggi conservati nel palazzo vescovile, e il quadro posto sull'altare maggiore della sua chiesa.
Michele Blasco lo pose tra gli altri santi agrigentini nel suo paradiso nel catino dell'abside della cattedrale: è anche rappresentato in un affresco accanto all'organo mentre subisce il martirio e in una trave del soffitto ligneo.
Nella chiesa di Ravanusella di conservava una statua di S. Libertino del Surrocco, afferma il Russo, sulla cui base si leggeva: Divo Libertino ob invectani religionem, Agrigentini. Oggi non vi si trova più e se ne è perduta ogni traccia.
Lo stesso Russo ricorda una medaglia posseduta dal cappuccino p. Samuele in cui erano le immagini di S. Libertino e S. Gerlando, ma non sa darne notizie più precise
Negli stucchi di scuola serpottiana della chiesa del Purgatorio si vede anche una immagine del Santo e un altra se ne scorge nel pulpito.
Il culto liturgico di S. Libertino, per quel che sappiamo, ricominciò assai tardi nella ricostituita chiesa di Agrigento, forse nel sec. XVI; nel soffitto ligneo della cattedrale, che risale all'inizio del 1500, fu allora dipinta la sua immagine, per volere del vescovo Giuliano Cybo.
Esso poi venne incrementato verso la fine del secolo e particolarmente all'inizio del seguente con la costruzione della cappelletta e della chiesa a lui dedicata. Nel 1848 mons. Domenico Maria Lo Jacono "tum sua tum Capituli Cathedralis, turn universae civitatis suppliciter retulit vota ad summum Ecclesiae Pontificeim Pium Nonum Cajetae commorantem, temporum iniquitate, atque ex apostolica indulgentia obtinuit ut hisce lectionibus et oratione etiam in missa clerus universus etiam regularis Agrigentinae diocesis uteretur" (Così si legge nella lezione storica dell'ufficio di S. Libertino negli Officio propria già citati. "Supplichevolmente portò al Sommo Pontefice della Chiesa Pio IX che, per l'iniquità dei tempi, dimorava in Gaeta, i voti suoi, del capitolo, di tutta la città e dalla apostolica indulgenza ottenne che tutto il clero della diocesi agrigentina, compreso il regolare, adoperasse queste letture e l'orazione anche nella messa").
Approfondimenti
L'immagine di Pietro che istituisce il vescovo
Nella cattedrale agrigentina è ricordato un dipinto di Francesco Narbone che raffigura Pietro nell'atto di consegnare a Libertino la pergamena dell'investitura episcopale. L'opera documenta la forza della tradizione apostolica nell'immaginario locale, ma non costituisce una prova storica dell'episodio rappresentato.
Il dibattito tra eruditi siciliani
Rocco Pirri e Ottavio Gaetani conservarono e ordinarono narrazioni precedenti. Nel Settecento Raimondo Gaglio riesaminò criticamente queste notizie nella sua ricostruzione della successione episcopale agrigentina. La discussione mostra come le genealogie episcopali delle origini siano state oggetto di valutazioni differenti anche all'interno dell'erudizione ecclesiastica.
Curiosità
- Nel 1624, anno segnato dalla peste, la tradizione ricorda la costruzione ad Agrigento di un luogo di culto dedicato a Libertino.
- L'iconografia locale rappresenta talvolta il santo con ferite al capo e al petto, riflesso di una particolare versione del martirio.
- La tradizione di una lettera di nomina firmata da Pietro fu contestata già dagli studiosi ecclesiastici dell'età moderna.
Cronologia
- Età cristiana antica - periodo tradizionalmente attribuito all'attività di Libertino, senza datazione certa.
- Metà del III secolo - ambientazione proposta da una tradizione agiografica che menziona Valeriano e Gallieno.
- 1624 - tradizionale edificazione di una chiesa dedicata al santo ad Agrigento.
- XVIII secolo - Raimondo Gaglio sottopone a critica le ricostruzioni precedenti.
Valutazione storico-critica
- Il culto agrigentino di Libertino è attestato dalla tradizione ecclesiastica e dalla memoria liturgica attuale.
- L'identificazione come primo vescovo di Agrigento appartiene alla tradizione locale e non è dimostrata da atti episcopali contemporanei.
- L'ordinazione da parte dell'apostolo Pietro non dispone di documentazione storica attendibile.
- La collocazione del martirio nel III secolo deriva da una narrazione agiografica di cronologia controversa.
- Le diverse modalità del martirio non possono essere accertate né conciliate con sicurezza.
- La localizzazione della sepoltura presso il foro presenta difficoltà topografiche.
- Le testimonianze sul culto di età moderna non provano automaticamente i dettagli della biografia antica.
Fonti e bibliografia essenziale
- Acta Sanctorum, 3 novembre, trattazione dei santi Libertino e Pellegrino e discussione critica delle tradizioni siciliane.
- Ottavio Gaetani, Vitae Sanctorum Siculorum, trattazione di Libertino e Pellegrino, come riportata e discussa negli Acta Sanctorum.
- Rocco Pirri, Sicilia Sacra, testimonianza sulla tradizione episcopale agrigentina, citata negli Acta Sanctorum.
- Arcidiocesi di Agrigento, calendario della memoria di san Libertino, 3 novembre.
- Raimondo Gaglio, Serie cronologica dei Vescovi di Girgenti, notizie storiche riportate nella tradizione erudita agrigentina.
