Santi Alfio e Zaccheo
Martiri
Festa: 17 novembre
Nascita-morte: † Cesarea di Palestina, 17 novembre 303
Nascita - morte:
† Cesarea di Palestina, 17 novembre 303
Festa:
17 novembre
Etimologia:
Dal nome ebraico Zakkay, interpretato come «puro» o «innocente»
Emblema:
Palma del martirio
Categoria: I santi che iniziano con la lettera A
Calendario: I santi del 17 novembre
Martirologio Romano
Alfio, chiamato più propriamente Alfeo in diversi testi liturgici, e Zaccheo furono martirizzati a Cesarea di Palestina il 17 novembre 303, nel primo anno della persecuzione promossa dall’imperatore Diocleziano. La loro vicenda è narrata da Eusebio di Cesarea nell’opera sui martiri della Palestina, una testimonianza di particolare rilievo perché composta da un autore vicino agli avvenimenti. La redazione breve ricorda la loro confessione di fede, le torture e la decapitazione; quella ampia, conservata soprattutto in traduzione siriaca, offre particolari sulla provenienza e sul servizio ecclesiale dei due uomini. Zaccheo era diacono a Gadara; Alfeo, originario di Eleuteropoli, esercitava a Cesarea il ministero di lettore e, secondo il testo più esteso, quello di esorcista. Entrambi rifiutarono di riconoscere il culto imposto alle divinità e agli imperatori, professando l’unico Dio e Cristo come re. Il loro culto è attestato nel Martirologio Romano al 17 novembre. Non vanno confusi né con i martiri siciliani Alfio, Filadelfio e Cirino, né con lo Zaccheo del Vangelo o con l’omonimo vescovo di Gerusalemme.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
La Palestina all’inizio della grande persecuzione
Cesarea marittima, sulla costa mediterranea della Palestina romana, era un importante centro amministrativo e culturale dell’Oriente imperiale. La presenza di una comunità cristiana organizzata è attestata già nei secoli precedenti, e la città divenne uno dei luoghi nei quali Eusebio poté raccogliere e trasmettere la memoria delle vittime della persecuzione. Per i due martiri del 17 novembre il contesto non è un semplice sfondo: il loro processo è legato direttamente alle misure coercitive adottate contro i cristiani e alla volontà delle autorità di ottenere una manifestazione pubblica di conformità al culto prescritto.
Nel 303 ebbe inizio la persecuzione comunemente chiamata «grande», sviluppatasi attraverso provvedimenti imperiali successivi. La situazione non fu identica in tutte le province e mutò nel corso degli anni; in Palestina le testimonianze di Eusebio consentono di seguirne alcune fasi con una precisione insolita. L’autore colloca il martirio di Alfeo e Zaccheo nel primo anno e lo collega alle celebrazioni per il ventesimo anniversario del regno di Diocleziano. Nella redazione lunga riferisce che, in prossimità delle feste imperiali, era stato annunciato un provvedimento di clemenza per detenuti comuni, mentre i cristiani arrestati per la fede venivano sottoposti a interrogatori e tormenti.
Il contrasto fra liberazione dei prigionieri e accanimento contro i confessori appartiene al modo in cui Eusebio presenta l’episodio. È una notizia significativa per comprendere la percezione cristiana della persecuzione, ma richiede di distinguere la testimonianza dell’autore dalle intenzioni che egli attribuisce alle autorità. Non conosciamo gli atti ufficiali del procedimento contro i due martiri, né possediamo un verbale giudiziario indipendente.
Zaccheo, diacono proveniente da Gadara
La redazione estesa dell’opera eusebiana identifica Zaccheo come diacono della Chiesa di Gadara, città della regione a oriente del Giordano. L’indicazione riguarda il suo servizio ecclesiastico e non autorizza, da sola, a stabilire con sicurezza il luogo della sua nascita. La medesima fonte lo descrive come persona di vita austera, nota per la modestia della statura e per la condotta religiosa. Secondo il racconto, proprio queste caratteristiche avrebbero favorito l’accostamento al personaggio evangelico di Zaccheo, il pubblicano che desiderava vedere Gesù.
Il collegamento con il Vangelo è soprattutto un elemento interpretativo e agiografico: non dimostra un rapporto personale, né consente di attribuire al martire una biografia precedente più ampia di quella tramandata. È possibile che la spiegazione del nome risenta della costruzione letteraria della narrazione. Il dato da conservare è l’identificazione di un diacono attivo nell’area di Gadara, ricordato fra i cristiani processati a Cesarea nel 303.
Condotto davanti al giudice, Zaccheo non abbandonò la professione cristiana. La recensione lunga racconta che fu flagellato e ferito con strumenti di tortura, quindi ricondotto in carcere. Le sue gambe vennero immobilizzate in un ceppo con una posizione particolarmente dolorosa, mantenuta per un giorno e una notte. La redazione breve conferma, per entrambi i martiri, l’uso dei ceppi e le sofferenze inflitte, pur senza fornire la medesima successione individuale. È perciò importante non presentare ogni particolare della versione lunga come se fosse attestato da due testimoni autonomi.
Alfeo, lettore della Chiesa di Cesarea
Per il compagno di martirio, le fonti adoperano le forme Alfeo e Alfio, corrispondenti alle diverse tradizioni linguistiche di trasmissione del nome. La recensione lunga lo presenta come originario di Eleuteropoli, nell’entroterra palestinese, e lo collega alla comunità ecclesiale di Cesarea. Gli attribuisce i ministeri di lettore e di esorcista. Il lettore era incaricato della proclamazione delle Scritture nell’assemblea; l’esorcista apparteneva alle funzioni riconosciute nell’organizzazione ecclesiastica antica. Non vi sono elementi sufficienti per trasformare tali indicazioni in una carriera clericale dettagliata o per supporre una successiva ordinazione sacerdotale.
Eusebio descrive Alfeo come un uomo che insegnava e incoraggiava i fedeli. Nel clima della persecuzione, quando molti cristiani erano sottoposti a pressioni per sacrificare agli dèi, egli avrebbe parlato apertamente contro l’abbandono della fede. Il testo più ampio racconta che si rivolse alle persone costrette o indotte a partecipare ai sacrifici e cercò di dissuaderle. La sua iniziativa avrebbe provocato l’intervento degli incaricati dell’ordine pubblico e la comparizione davanti al magistrato.
Questa presentazione permette di comprendere perché Alfeo sia ricordato non soltanto come vittima di un provvedimento persecutorio, ma anche come cristiano impegnato a sostenere la propria comunità. Nello stesso tempo, la formulazione conserva i caratteri dell’elogio martiriale: non sono trasmesse parole stenograficamente registrate, e la descrizione della sua predicazione va letta come racconto di Eusebio, non come un discorso integralmente documentato.
Dopo un primo interrogatorio Alfeo fu incarcerato; ricondotto davanti al giudice, venne sottoposto a percosse e ad altre torture. La recensione lunga parla di lacerazioni dei fianchi e di una nuova detenzione. La redazione breve riassume invece le prove subite dai due martiri con espressioni collettive. Questa differenza non è una contraddizione sostanziale, ma riflette la diversa ampiezza delle due forme testuali dell’opera.
La confessione comune e la condanna
Nella parte conclusiva del racconto, Alfeo e Zaccheo compaiono insieme. Dopo un periodo di prigionia e di sofferenze, furono nuovamente condotti al cospetto del giudice. L’ordine di sacrificare agli imperatori poneva i due cristiani davanti a una scelta pubblica: conformarsi al gesto religioso richiesto oppure ribadire l’appartenenza alla propria fede. Eusebio sintetizza la loro risposta nella confessione dell’unico Dio e del solo Cristo Gesù come re.
La formula possiede un rilievo religioso e politico nel linguaggio della narrazione. Per Eusebio il rifiuto del sacrificio non coincide con un generico gesto di ribellione: esprime l’impossibilità, per i martiri, di rendere un culto divino a potenze diverse dal Dio professato dai cristiani. La qualifica di Cristo come re poteva essere percepita dalle autorità come una parola inammissibile nel contesto della fedeltà richiesta all’impero. Non si può tuttavia ricostruire, sulla sola base del testo, l’esatta motivazione giuridica della sentenza.
La redazione breve precisa che, fra molti cristiani torturati e poi rilasciati o costretti a figurare come sacrificanti, furono Alfeo e Zaccheo a subire in quell’occasione la condanna capitale. Eusebio ricorda le flagellazioni, le lacerazioni, i legami e la posizione forzata dei piedi nei ceppi, prolungata per un giorno e una notte. La condanna venne eseguita mediante decapitazione a Cesarea. L’autore fissa la data al diciassettesimo giorno del mese di Dio, corrispondente, nel computo romano da lui stesso indicato, al 17 novembre.
La precisione cronologica è uno degli aspetti più notevoli della testimonianza. Il 303 è coerente con l’indicazione del primo anno della persecuzione e con il riferimento alle celebrazioni imperiali. Non sono invece documentati l’età dei martiri, il luogo preciso dell’esecuzione all’interno della città, la sepoltura immediata o i nomi di familiari che avrebbero assistito alla morte. Sarebbe improprio completare queste lacune con particolari ricavati da altre passioni martiriali.
Eusebio e le due forme della testimonianza
Il fondamento della conoscenza storica di Alfeo e Zaccheo è il trattato di Eusebio sui martiri della Palestina, opera che raccoglie episodi della persecuzione tra il 303 e il 311. Eusebio visse nel medesimo ambiente geografico e cronologico dei fatti narrati, circostanza che distingue questa testimonianza dalle passioni composte molti secoli dopo. Il suo testo, tuttavia, non è un registro amministrativo: è una narrazione cristiana che seleziona e interpreta gli eventi per conservare l’esempio dei confessori e dei martiri.
L’opera è giunta attraverso una complessa storia redazionale. La versione breve, conservata in greco e legata alla trasmissione della Storia ecclesiastica, presenta l’episodio in forma concentrata. Una versione più estesa, nota soprattutto grazie a una traduzione siriaca e a frammenti greci, aggiunge notizie sui singoli protagonisti, sul loro servizio nelle Chiese locali e sulla sequenza delle prove. Gli studiosi discutono la cronologia esatta delle diverse redazioni, ma riconoscono la loro comune appartenenza alla tradizione eusebiana.
La distinzione è decisiva per valutare la solidità dei dati. La morte per decapitazione, la confessione di fede, il luogo e la data sono elementi chiaramente presenti nella redazione breve. L’origine eleuteropolitana di Alfeo, il suo duplice ministero e il diaconato di Zaccheo a Gadara si ricavano soprattutto dalla narrazione più ampia. Si tratta di notizie antiche e pertinenti, non di invenzioni moderne; restano però testimonianze provenienti dal medesimo autore e dalla medesima tradizione testuale, non conferme indipendenti.
La descrizione dei tormenti impiega il linguaggio tipico della memoria cristiana del martirio, nel quale la resistenza del credente manifesta la vittoria della fede. Questo carattere letterario non rende automaticamente inattendibile il racconto, ma impone cautela quando si passa dai dati essenziali ai particolari psicologici, ai giudizi sulle intenzioni dei magistrati e alle parole attribuite ai protagonisti.
Memoria liturgica e distinzione dagli omonimi
La Chiesa cattolica ricorda Alfeo e Zaccheo il 17 novembre nel Martirologio Romano, collocandoli a Cesarea di Palestina e riferendo il loro martirio al primo anno della persecuzione dioclezianea. La memoria liturgica conserva la data fornita da Eusebio, caso nel quale la commemorazione ecclesiale dispone di un riferimento antico particolarmente esplicito. Non risulta, per questi due martiri, una canonizzazione nel senso giuridico moderno: il loro riconoscimento appartiene all’antico culto dei martiri recepito nella tradizione ecclesiastica.
Le forme del nome richiedono attenzione. Alfeo può essere reso anche Alfio; ma il martire palestinese non coincide con Sant’Alfio venerato a Lentini insieme ai fratelli Filadelfio e Cirino, ricordati il 10 maggio. Si tratta di figure, tradizioni e territori diversi. Ugualmente Zaccheo di Gadara non è il pubblicano evangelico di Gerico, benché Eusebio ricorra a un confronto con quel personaggio; né coincide con lo Zaccheo annoverato fra gli antichi vescovi di Gerusalemme.
La tradizione bizantina ha conosciuto anche commemorazioni dei martiri in giorni diversi dal 17 novembre. Tali differenze nei calendari non comportano necessariamente martirî distinti e non devono essere usate per moltiplicare i personaggi. Quanto alle reliquie, non emerge dalle fonti qui identificate una localizzazione antica verificabile delle tombe o una traslazione documentata che possa essere attribuita con certezza a entrambi. La palma, frequente nell’arte cristiana per rappresentare i martiri, può descrivere un attributo iconografico generale, non la prova di un particolare culto figurativo locale.
La loro vicenda rimane significativa soprattutto per la qualità della fonte. In un campo nel quale molte biografie martiriali sono conosciute soltanto da leggende tardive, Alfeo e Zaccheo possiedono una testimonianza relativamente prossima ai fatti, capace di conservare nomi, contesto, confessione e giorno della morte senza consentire, per questo, di conoscere ogni dettaglio della loro vita.
Biografia
A cura di Alfonso Raes
Nominati da Eusebio tra i pochi che a Cesarea di Palestina resistettero alla persecuzione di Diocleziano nel 303. Tale persecuzione mirava a fare apostatare i cristiani mettendo nelle loro mani l'incenso da offrire agli dèi. Alfio e Zaccheo patirono la frusta, le unghie di ferro, le catene, furono interrogati diverse volte e durante una notte e un giorno ebbero i piedi nei ceppi fino al quarto buco. Dopo avere confessato un solo Dio e un solo Cristo Re, Gesù, furono decapitati il 17 novembre, data della loro festa.
Approfondimenti
La data del 17 novembre è espressamente ricondotta da Eusebio al calendario romano. Nella recensione breve il diciassettesimo giorno del mese di Dio corrisponde al quindicesimo giorno prima delle calende di dicembre, secondo il computo inclusivo romano. La traduzione siriaca della recensione lunga adopera un diverso nome di mese, circostanza da leggere alla luce dei sistemi calendariali e della trasmissione testuale, non come prova di una diversa morte.
La vicenda dei due martiri è accostata, nella narrazione eusebiana, a quella di Romano, cristiano palestinese ucciso ad Antiochia. L’accostamento risponde al criterio cronologico e geografico dell’autore; Romano non morì a Cesarea insieme ad Alfeo e Zaccheo.
Cronologia
- 303: inizio della grande persecuzione dioclezianea.
- 303: Alfeo e Zaccheo vengono processati e torturati a Cesarea di Palestina.
- 17 novembre 303: decapitazione dei due martiri, secondo la data trasmessa da Eusebio.
- IV secolo: Eusebio conserva il loro martirio nell’opera sui martiri della Palestina.
- 17 novembre: commemorazione nel Martirologio Romano.
Valutazione storico-critica
La testimonianza di Eusebio di Cesarea costituisce una fonte antica e prossima agli avvenimenti, benché redatta con finalità commemorative e religiose. Sono ben attestati i nomi dei martiri, il luogo, la data, la confessione cristiana e la condanna mediante decapitazione. Le informazioni sulle origini e sui ministeri ecclesiastici provengono dalla recensione lunga, non da attestazioni indipendenti. I dettagli degli interrogatori e dei tormenti vanno riferiti alla forma narrativa che li tramanda. Non sono documentati con sufficiente precisione nascita, età, sepoltura, reliquie o patronati particolari. È essenziale distinguere Alfeo di Cesarea da Alfio di Lentini e Zaccheo martire dal personaggio evangelico e dall’omonimo vescovo di Gerusalemme.
Fonti e bibliografia essenziale
- Eusebio di Cesarea, De martyribus Palaestinae, recensione breve, capitolo I; recensione lunga, sezione relativa ad Alfeo, Zaccheo e Romano.
- William Cureton (a cura di), History of the Martyrs in Palestine, by Eusebius, Bishop of Caesarea, London, Williams and Norgate, 1861.
- Eusebius Werke, vol. II, Die Kirchengeschichte, a cura di Eduard Schwartz, Leipzig, J. C. Hinrichs, 1908, appendice De martyribus Palaestinae.
- Martyrologium Romanum, editio typica altera, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2004, 17 novembre.
- Alfonso Raes, «Alfio e Zaccheo di Cesarea in Palestina», in Bibliotheca Sanctorum, vol. I, Roma, Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università Lateranense.

