Nascita - morte:
† Alessandria d’Egitto, 250 circa
Festa:
8 dicembre
Etimologia:
Dal greco makários, «beato», «felice».
Emblema:
Palma del martirio e fuoco.
Categoria: I santi che iniziano con la lettera M
Calendario: I santi del 8 dicembre
Martirologio Romano
La sua vicenda appartiene alla persecuzione dell’imperatore Decio, che sottopose i cristiani dell’impero a una prova pubblica di adesione ai sacrifici prescritti dalle autorità. La fonte decisiva non è una passione leggendaria, ma una lettera del vescovo Dionigi di Alessandria a Fabio di Antiochia, conservata da Eusebio di Cesarea nella Storia ecclesiastica. Dionigi lo chiama Macar e lo indica come libico d’origine: sottoposto a insistenti esortazioni del giudice perché rinnegasse la fede, non cedette e venne bruciato vivo. Non conosciamo l’età, la famiglia, la professione né il giorno preciso della morte. La data dell’8 dicembre dipende dalla successiva organizzazione occidentale delle memorie dei martiri alessandrini, non da un’indicazione cronologica del testimone antico. Il suo culto conserva dunque il ricordo di una persona storicamente attestata, pur entro una biografia estremamente scarna. È essenziale distinguerlo dall’omonimo Macario l’Alessandrino, monaco e sacerdote del deserto egiziano vissuto nel IV secolo.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
La testimonianza più antica
La conoscenza storica di Macario poggia su una testimonianza di particolare valore: una lettera di Dionigi, vescovo di Alessandria, indirizzata a Fabio, vescovo di Antiochia. Il testo originale della lettera non è pervenuto integralmente, ma una sua parte sostanziale è stata trascritta da Eusebio di Cesarea nel sesto libro della Storia ecclesiastica. Eusebio scrisse nel IV secolo, mentre Dionigi fu direttamente coinvolto nelle vicende della Chiesa alessandrina durante la persecuzione di Decio. La distanza tra gli avvenimenti e il primo narratore è dunque molto minore di quella che caratterizza numerose passioni di martiri tramandate in epoche successive.
Nel capitolo 41 del libro VI, Dionigi presenta una successione di cristiani sottoposti a pressioni, violenze e condanne. La sua esposizione non costruisce una vita completa di ciascuno: seleziona esempi di perseveranza e di cedimento per illustrare l’impatto della persecuzione sulla comunità. Macario compare in questo elenco in forma molto breve, ma con indicazioni individuali sufficienti a distinguerlo da altri omonimi. Il fatto che Dionigi sia una fonte vicina ai fatti non significa che ogni dettaglio possa essere ricostruito; significa piuttosto che i pochi elementi esplicitamente attestati hanno un fondamento documentario relativamente solido.
Il contesto della persecuzione di Decio
La persecuzione ebbe luogo sotto l’imperatore Decio, al potere dal 249 al 251. Nel 250 le autorità imperiali imposero sacrifici pubblici agli dèi e al culto imperiale, con procedure di verifica che misero i cristiani davanti a una scelta difficile. I certificati di sacrificio, noti come libelli, conservati in alcuni papiri egiziani, aiutano a comprendere il carattere amministrativo e pubblico della richiesta. Il provvedimento non si tradusse ovunque in una sequenza identica di arresti e condanne: la sua applicazione dipese anche dalle autorità locali e dalle reazioni delle comunità.
Alessandria, importante centro urbano dell’Egitto romano e sede di una Chiesa cristiana già ben strutturata, fu teatro di gravi tensioni. Dionigi descrive anche ostilità popolari precedenti o intrecciate agli interventi delle autorità. Nella stessa testimonianza compaiono cristiani che sacrificarono, altri che fuggirono, altri ancora che sopportarono interrogatori, prigionia o morte. Questa varietà è fondamentale: non è corretto immaginare un unico percorso imposto indistintamente a tutti. Macario appartiene al gruppo di coloro che, secondo la testimonianza episcopale, rifiutarono di rinnegare Cristo nonostante la pressione del magistrato.
Un cristiano di origine libica
Dionigi identifica il martire come libico di nascita o di origine. È un’informazione specifica, ma non consente di stabilire una città natale, una provenienza familiare precisa o la data del suo trasferimento ad Alessandria. Nell’antichità il termine Libia poteva riferirsi a regioni nordafricane prossime all’Egitto e non coincide automaticamente con i confini dello Stato contemporaneo. Presentare Macario come nato in una località determinata sarebbe quindi un’aggiunta priva di sostegno.
Il nome conservato nel passo greco è Macar, con un evidente richiamo all’aggettivo greco che significa beato o felice. Dionigi sfrutta intenzionalmente questa corrispondenza: il martire, osserva, risultò veramente beato non solo nel nome ma anche nella benedizione ricevuta. La forma italiana Macario è quella stabilizzatasi nella tradizione agiografica e liturgica. Non è noto se Macar rappresentasse la forma d’uso personale, una variante abbreviata oppure il modo in cui il nome fu riportato nella lettera.
Non abbiamo notizie sicure sul suo mestiere, sul suo stato familiare, sul momento della conversione o sulla funzione eventualmente esercitata nella comunità cristiana. Non è attestato che fosse sacerdote, monaco o vescovo. La sua identificazione come martire deriva dalla morte subita per il rifiuto di apostatare, non dall’appartenenza a un particolare ordine o ministero ecclesiastico.
Il giudizio e il rifiuto di rinnegare Cristo
Il nucleo dell’episodio è riferito da Dionigi con poche parole. Macario venne sottoposto a ripetute o insistenti esortazioni da parte del giudice affinché negasse la propria fede. La fonte sottolinea la durata e l’intensità del tentativo di persuasione, ma non conserva il testo delle domande, le risposte pronunciate dal martire o il nome del magistrato. Non si può quindi trasformare questo passaggio in un dialogo processuale ricostruito, né attribuirgli formule di professione di fede che non ci sono pervenute.
Il punto determinante della narrazione è il mancato cedimento. Per Dionigi, il rifiuto di Macario è una testimonianza pubblica di fedeltà cristiana. Il suo comportamento acquista significato nel quadro di una persecuzione nella quale il sacrificio richiesto dalle autorità implicava, agli occhi dei fedeli, un atto incompatibile con la confessione di Cristo. La fonte non specifica se Macario avesse già conosciuto altre forme di pressione o fosse stato denunciato da qualcuno. Nemmeno precisa la durata di un’eventuale detenzione precedente all’interrogatorio.
L’assenza di particolari non autorizza a completarli con schemi ricorrenti della letteratura martiriale. Il racconto più antico è tanto più eloquente quanto più rimane sobrio: un uomo identificato per nome e provenienza fu invitato a rinnegare la fede e non accettò di farlo.
La condanna al rogo
La conclusione della testimonianza è inequivocabile: Macario fu bruciato vivo. Dionigi non fornisce dettagli sull’allestimento del supplizio, sul luogo preciso dell’esecuzione, sui presenti o sulle ultime parole del condannato. Anche il giorno e il mese della morte restano ignoti. L’attribuzione all’anno 250 è una datazione storica plausibile in rapporto alla persecuzione deciana, non una data registrata esplicitamente per il singolo martire.
Nella medesima sezione della lettera, Dionigi menziona altri testimoni della fede, tra cui Giuliano e Cronione, il soldato Besas, Epimaco e Alessandro. Le loro vicende sono accostate per descrivere la sofferenza della Chiesa di Alessandria, ma non tutte sono identiche per modalità o circostanze. Giuliano e Cronione vengono descritti come condotti per la città e arsi; Besas come decapitato; Epimaco e Alessandro come vittime di una lunga detenzione e di torture prima della morte. Per Macario la fonte registra specificamente la persuasione del giudice, il rifiuto e il rogo. Trasferire a lui le sofferenze narrate per gli altri significherebbe confondere testimonianze distinte.
Il martirio non è raccontato come episodio isolato, bensì come parte di una memoria collettiva che conserva nomi e comportamenti differenti. Proprio questa collocazione permette di riconoscere il carattere storico del personaggio senza attribuirgli una biografia artificiosamente più ricca.
La conservazione del ricordo cristiano
La lettera di Dionigi a Fabio nacque in un contesto di comunicazione tra Chiese, quando le conseguenze delle persecuzioni e il trattamento dei cristiani che avevano ceduto erano questioni di grande rilievo. L’inserimento del suo racconto nella Storia ecclesiastica di Eusebio, redatta nel IV secolo, ne assicurò la trasmissione oltre l’ambiente egiziano. In questo modo anche il nome di Macario entrò nel patrimonio della memoria cristiana accessibile alle generazioni successive.
Non risulta tuttavia, dalla testimonianza conservata, l’esistenza di un sepolcro identificato, di una traslazione delle spoglie o di un santuario a lui specificamente dedicato nell’Alessandria del III secolo. È possibile che i cristiani locali custodissero il ricordo dei propri martiri con forme di commemorazione non registrate nei testi superstiti, ma questa possibilità generale non equivale alla prova di un culto individuale già organizzato.
Il titolo di santo e martire riflette il riconoscimento ecclesiale tradizionale del suo sacrificio. Per una figura del III secolo non avrebbe senso cercare una canonizzazione pontificia secondo le procedure introdotte molti secoli dopo. La ricezione liturgica del suo nome è il dato rilevante per la storia del culto.
Dalla memoria collettiva alla festa dell’8 dicembre
La collocazione della memoria di Macario all’8 dicembre è il risultato di una storia liturgica successiva agli avvenimenti. Nella tradizione occidentale, Floro di Lione raccolse al 20 febbraio una commemorazione ampia dei martiri alessandrini descritti da Dionigi attraverso Eusebio. Adone di Vienne riorganizzò poi questa materia, distribuendo nomi e gruppi di martiri in diverse date del calendario. In tale processo Macario ricevette la commemorazione dell’8 dicembre.
Usuardo conservò la stessa collocazione, che passò in seguito nella tradizione del Martirologio Romano, anche attraverso il lavoro di Cesare Baronio. La data dunque non dimostra che il rogo sia avvenuto l’8 dicembre dell’anno 250: indica il giorno in cui la Chiesa latina ne ha fissato la memoria. La distinzione è importante, perché l’uso di un calendario liturgico può essere molto posteriore alla vita del santo.
La tradizione bizantina ricorda il 30 ottobre un insieme di martiri alessandrini comprendente Giuliano, Cronione, Macario, Alessandro e altri. La comparazione dei nomi e del contesto suggerisce una sovrapposizione con i testimoni della persecuzione deciana già descritti da Dionigi. La presenza di memorie distribuite su date diverse non comporta necessariamente l’esistenza di più martiri omonimi: in parte riflette il modo in cui gli antichi compilatori hanno ordinato un medesimo patrimonio narrativo.
Identità distinta dagli altri Macari
L’omonimia è una delle maggiori difficoltà nell’agiografia di Macario. Il martire del III secolo non deve essere confuso con Macario l’Alessandrino, detto anche il Politico, asceta e sacerdote delle Celle nel deserto egiziano, noto soprattutto attraverso Palladio e vissuto nel IV secolo. Quest’ultimo è una figura della storia del monachesimo, non il cristiano di origine libica messo a morte sotto Decio. Non coincide neppure con Macario il Grande, o l’Egiziano, celebre padre del deserto di Scete.
L’uso del nome Macario per numerosi santi di epoche e regioni differenti ha favorito errori nelle sintesi divulgative. Talvolta al martire vengono assegnate qualifiche ecclesiastiche non presenti nella fonte di Dionigi; altrove i racconti ascetici dei monaci vengono impropriamente accostati alla persecuzione deciana. Per il personaggio commemorato l’8 dicembre, la sequenza documentata resta precisa: origine libica, interrogatorio e pressione del giudice, perseveranza cristiana, morte mediante il fuoco.
Anche le immagini e le notizie relative a un altro san Macario venerato nelle Fiandre, raffigurato come vescovo o patriarca e associato a vicende medievali, non appartengono a questo martire. Attributi iconografici genericamente martiriali, come la palma e le fiamme, possono essere impiegati in raffigurazioni moderne, ma non costituiscono prove di un’antica tradizione figurativa specifica.
Biografia
A cura di Joseph-Marie Sauget - Antonietta Cardinali
Macario è conosciuto attraverso un passo della lettera di Dionigi di Alessandria a Fabio d'Antiochia, riportata da Eusebio, nella quale il vescovo egiziano racconta tutte le atrocità della persecuzione di Decio nella sua città.
A proposito di Macario, più precisamente, è detto: "Un altro [martire] ancora, di razza libica, Macar, veramente beato per il nome e per la benedizione [divina], sebbene il giudice gli avesse fatto una lunga esortazione per indurlo ad apostatare, non si lasciò convincere e fu bruciato vivo".
È tutto ciò che si sa di lui. In Occidente, fu Floro ad introdurre il culto dei martiri alessandrini vittime della persecuzione deciana. Al 20 febbraio infatti, riunì nel suo Martirologio, in una sola ma lunga commemorazione, tutti i nomi trasmessi da Eusebio.
Adone, invece, preferì dividere questa memoria globale in altrettante notizie particolari, trasportando ciascun martire (talvolta in gruppi di due) a un giorno diverso, specialmente nel mese di dicembre. In tal modo Macario venne ad essere commemorato al giorno 8.
Dopo Adone, Usuardo mantenne la stessa data e la medesima notizia, e infine Baronio la riprese a sua volta per inserire la memoria di Macario nel Martirologio Romano, sempre all’8 dicembre.
Nei sinassari bizantini al 30 ottobre viene commemorato il gruppo Giuliano, Cronione (Euno), Macario, Alessandro e tredici martiri; si tratta evidentemente dello stesso gruppo dei martiri alessandrini. Il Baronio, senza rendersi forse conto del doppione, introdusse anche questa memoria nel Martirologio Romano alla stessa data, di modo che alcuni di questi martiri, in particolare Macario, vengono in esso nominalmente venerati due volte.
ICONOGRAFIA
Patriarca di Antiochia, il suo culto è circoscritto alle Fiandre, alla Renania e in parte alla Baviera, e, pertanto, anche l'iconografia che lo riguarda è scarsa e quasi esclusivamente locale. È raffigurato in abiti episcopali con il pastorale e regge in una mano i simboli del suo martirio, tre chiodi e una pietra. Secondo la leggenda infatti egli avrebbe abbandonato Antiochia per recarsi in Palestina a convertire ebrei ed infedeli; ivi sarebbe stato crocifisso a terra e gli sarebbe stato imposto sul petto un masso ardente: salvato dall’intervento divino, sarebbe venuto in Europa e poi morto di peste a Gent, dopo essersi prodigato a curare gli appestati.
Le sue spoglie si trovano nella cattedrale della stessa città, ma numerose sue reliquie sono venerate in altre città fiamminghe: a Mons gli è dedicata una chiesa che contiene preziosi reliquiari e immagini di lui.
Anche l’opera più notevole che lo riguarda, un dipinto di Gaspar de Crayer, in cui il santo è rappresentato in ginocchio nell’atto di pregare fervorosamente per gli appestati (secolo XVII), si trova nella cattedrale di Gent.
Approfondimenti
La lettera di Dionigi come documento storico
La testimonianza trasmessa da Eusebio non è un verbale giudiziario né una passione composta per il culto di un singolo martire. È un racconto episcopale indirizzato a un altro vescovo e inserito in una riflessione sulle prove affrontate dalla comunità. Questa natura documentaria spiega insieme il valore della notizia e la scarsità dei dettagli individuali. Il riferimento preciso è Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VI, 41, 17.
Le duplicazioni nei calendari
La distribuzione dei martiri alessandrini tra varie date occidentali e orientali è un problema di storia dei martirologi. Una commemorazione collettiva può essere scomposta in notizie individuali; compilatori successivi possono inoltre registrare lo stesso martire in gruppi differenti. Per Macario, il confronto tra l’8 dicembre latino e il gruppo ricordato il 30 ottobre nella tradizione bizantina richiede attenzione alle fonti, non l’automatica moltiplicazione dei personaggi.
Cronologia
- 249: Decio diventa imperatore romano.
- 250 circa: durante la persecuzione deciana ad Alessandria d’Egitto, Macario, di origine libica, rifiuta di rinnegare Cristo ed è bruciato vivo.
- III secolo: Dionigi di Alessandria riferisce il martirio nella lettera a Fabio di Antiochia.
- IV secolo: Eusebio di Cesarea conserva la testimonianza nella Storia ecclesiastica.
- IX secolo: nella tradizione martirologica occidentale, la memoria dei martiri alessandrini viene riorganizzata da Floro, Adone e Usuardo; Macario è associato all’8 dicembre.
Valutazione storico-critica
L’esistenza del martire e le circostanze essenziali della sua morte sono ben attestate da Dionigi di Alessandria, autore vicino agli eventi, attraverso la citazione di Eusebio. La provenienza libica, la pressione del giudice per ottenere l’abiura, il rifiuto e la morte sul rogo sono dati espliciti. La collocazione intorno al 250 dipende dal contesto della persecuzione di Decio; la data precisa del martirio non è nota. Non sono documentati età, famiglia, ministero ecclesiastico, parole finali, sepoltura e reliquie. La festa dell’8 dicembre deriva dalla tradizione martirologica occidentale, non dal giorno storicamente accertato della morte. Occorre distinguere Macario martire da Macario l’Alessandrino, monaco del IV secolo, e valutare con cautela la possibile duplicazione della sua memoria al 30 ottobre. Le notizie iconografiche relative al santo medievale venerato a Gand non sono pertinenti.
Fonti e bibliografia essenziale
- Dionigi di Alessandria, Lettera a Fabio di Antiochia, frammento conservato in Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VI, 41, 17.
- Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, libro VI, capitolo 41.
- Joseph-Marie Sauget, «Macario, santo, martire di Alessandria sotto Decio», in Bibliotheca Sanctorum, vol. VIII, coll. 410-412.
- Floro di Lione, Martirologio, commemorazione collettiva dei martiri alessandrini al 20 febbraio; Adone di Vienne e Usuardo, Martirologi, memoria di Macario all’8 dicembre.

