Nascita - morte:
Marktl am Inn, Germania, 16 aprile 1927 - Città del Vaticano, 31 dicembre 2022
Etimologia:
Dall’ebraico Yosef, ‘Dio aggiunga’; Benedetto dal latino Benedictus, ‘benedetto’.
Categoria: (Sezione Papi)
Calendario: I santi senza data
(Papa dal 24/04/2005 al 28/02/2013).
Fu uno dei più influenti teologi cattolici del secondo Novecento e il 265° pontefice della Chiesa cattolica. Nato in Baviera, attraversò da giovane la dittatura nazionalsocialista e la seconda guerra mondiale, quindi intraprese la carriera accademica e partecipò come consulente teologico al Concilio Vaticano II. Arcivescovo di Monaco e Frisinga nel 1977, dal 1981 guidò la Congregazione per la Dottrina della Fede. Eletto il 19 aprile 2005, dedicò particolare attenzione al rapporto fra fede e ragione, alla liturgia, all'ecumenismo e alla trasmissione della fede in una società secolarizzata. Il suo governo fu segnato anche dalle crisi relative agli abusi sessuali commessi da membri del clero e da controversie sui rapporti con altre religioni. L'11 febbraio 2013 annunciò la rinuncia al ministero petrino, divenuta effettiva il 28 febbraio: un evento di eccezionale rilievo nella storia contemporanea del papato. Visse poi ritirato in Vaticano fino alla morte, avvenuta il 31 dicembre 2022. Non è stato proclamato beato o santo e non ha una memoria liturgica ufficiale.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Infanzia bavarese e famiglia
Joseph Aloisius Ratzinger nacque il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, nella diocesi di Passau, in Baviera, e ricevette il battesimo lo stesso giorno, Sabato Santo. Era il terzo figlio di Joseph Ratzinger, funzionario di polizia, e Maria Peintner. I fratelli maggiori erano Maria e Georg, quest'ultimo destinato a diventare sacerdote e musicista. La famiglia, cattolica e di condizioni modeste, si trasferì più volte per gli incarichi del padre; la formazione del ragazzo maturò soprattutto nell'ambiente di Traunstein, vicino al confine austriaco. La vita domestica, la pratica religiosa e la musica ebbero un ruolo duraturo nella sua sensibilità.
L'ascesa del nazionalsocialismo modificò radicalmente il contesto della sua adolescenza. Il padre manifestò opposizione al regime; la famiglia conobbe le pressioni esercitate contro le istituzioni cattoliche. Nelle successive rievocazioni Ratzinger collegò l'esperienza di quegli anni alla consapevolezza dei rischi di un potere politico che pretenda di determinare da solo la verità morale. Questi ricordi personali, pur importanti, devono essere distinti dalla documentazione amministrativa relativa al suo servizio durante la guerra.
Guerra, servizio obbligatorio e ritorno agli studi
Nel 1939 entrò nel seminario minore di Traunstein. Come altri adolescenti tedeschi della sua generazione, fu iscritto alla Gioventù hitleriana nel quadro dell'obbligatorietà imposta dal regime; ciò non costituisce di per sé prova di adesione ideologica. Durante la guerra venne impiegato nei servizi ausiliari della difesa contraerea e successivamente in altri servizi militari. Nella fase conclusiva del conflitto abbandonò il reparto al quale era stato assegnato e tornò verso casa; dopo la capitolazione tedesca trascorse un periodo in prigionia americana.
Il collasso del Terzo Reich gli consentì di riprendere il cammino verso il sacerdozio. Dal 1946 al 1951 studiò filosofia e teologia a Frisinga e Monaco. Le questioni della libertà, della coscienza e del rapporto fra cristianesimo e cultura moderna, presenti in seguito nei suoi scritti, si svilupparono entro una formazione segnata insieme dalla tradizione cattolica bavarese e dalla tragedia europea.
Ordinazione e primi lavori teologici
Il 29 giugno 1951 fu ordinato sacerdote insieme al fratello Georg dal cardinale Michael von Faulhaber. Dopo un primo periodo di attività pastorale si dedicò alla ricerca. Conseguì il dottorato nel 1953 con uno studio sul popolo e la casa di Dio nella dottrina ecclesiale di sant'Agostino. Nel 1957 ottenne l'abilitazione all'insegnamento con una ricerca sulla teologia della storia di san Bonaventura, dopo difficoltà e revisioni del lavoro accademico.
Insegnò a Frisinga, Bonn, Münster, Tubinga e Ratisbona. Il confronto con Agostino e Bonaventura contribuì alla sua attenzione per la Chiesa come comunità della fede, per il rapporto tra Scrittura e tradizione e per una ragione aperta alla rivelazione. Non fu soltanto uno studioso di teologia sistematica: le lezioni, i dibattiti universitari e l'interesse per la predicazione formarono un profilo intellettuale nel quale la ricerca accademica rimase legata alla vita ecclesiale.
Il Concilio Vaticano II
Tra il 1962 e il 1965 partecipò al Concilio Vaticano II come esperto teologico, inizialmente al seguito del cardinale Josef Frings, arcivescovo di Colonia. Contribuì al lavoro e alla discussione intorno ai testi conciliari, soprattutto sui temi della rivelazione e della Chiesa. Nella prima fase fu vicino alle istanze di rinnovamento teologico che chiedevano un linguaggio meno scolastico e un ritorno alle fonti bibliche e patristiche.
La sua interpretazione successiva del Concilio insistette sulla continuità della fede attraverso i cambiamenti storici. Ratzinger respinse tanto l'idea che il Concilio dovesse essere cancellato quanto quella di una rottura radicale con tutta la tradizione precedente. Questa posizione, maturata nel dibattito postconciliare, sarebbe diventata uno dei temi centrali del suo magistero pontificio. La sua partecipazione conciliare non va ridotta retrospettivamente a una contrapposizione semplicistica fra un giovane riformatore e un anziano conservatore: i contesti e le questioni affrontate furono diversi.
Università, dibattito postconciliare e opere
Negli anni Sessanta e Settanta l'attività di insegnamento si svolse in un clima attraversato dalle contestazioni studentesche e dalle discussioni sull'autorità nella Chiesa. A Tubinga visse direttamente le tensioni del 1968; nel 1969 passò a Ratisbona. Nel 1968 pubblicò Introduzione al cristianesimo, opera nata da lezioni sul Credo che raggiunse lettori ben oltre l'ambito universitario. Il libro affronta il problema della fede in un mondo segnato dal dubbio e cerca di mostrare la coerenza interna del cristianesimo senza sottrarsi alle obiezioni della modernità.
Partecipò alla fondazione della rivista teologica internazionale Communio nel 1972, insieme ad altri studiosi. Le sue opere continuarono a esaminare cristologia, ecclesiologia, liturgia e interpretazione della Scrittura. Una costante del suo metodo fu l'attenzione alla tradizione dei Padri della Chiesa, senza identificare la tradizione con la semplice ripetizione di formule del passato.
Arcivescovo di Monaco e Frisinga
Il 25 marzo 1977 Paolo VI lo nominò arcivescovo di Monaco e Frisinga. Ricevette l'ordinazione episcopale il 28 maggio e il 27 giugno fu creato cardinale. Scelse come motto episcopale Cooperatores veritatis, 'collaboratori della verità'. Il passaggio dall'università alla responsabilità pastorale comportò il governo di una grande arcidiocesi, con problemi amministrativi, educativi e disciplinari.
La gestione dei casi di abuso sessuale nella diocesi durante il suo episcopato è stata oggetto di successive indagini. Un rapporto indipendente commissionato dall'arcidiocesi e pubblicato nel 2022 ha formulato critiche su specifiche decisioni e omissioni; Ratzinger ha contestato alcune valutazioni e riconosciuto errori, compresa una precedente inesattezza sulla propria presenza a una riunione del 1980. È necessario distinguere i documenti emersi, le conclusioni degli investigatori e le risposte dell'ex arcivescovo, evitando sia assoluzioni sommarie sia affermazioni che eccedano gli accertamenti.
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Il 25 novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Rimase alla guida del dicastero fino all'elezione pontificia del 2005. L'incarico lo pose al centro delle questioni dottrinali e disciplinari della Chiesa universale, con responsabilità che comprendevano l'esame di insegnamenti controversi e la tutela dell'integrità della dottrina cattolica.
Durante la prefettura furono pubblicati documenti sulla teologia della liberazione, sulla morale sessuale, sull'ecclesiologia e sul rapporto tra cristianesimo e altre religioni. Le notificazioni e le misure riguardanti singoli teologi suscitarono dibattiti sul confine fra libertà della ricerca e autorità magisteriale. Collaborò strettamente con Giovanni Paolo II e presiedette la commissione che preparò il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato nel 1992. La dichiarazione Dominus Iesus del 2000 ribadì l'unicità salvifica di Cristo e della Chiesa secondo la dottrina cattolica, suscitando reazioni critiche in ambienti ecumenici e interreligiosi.
Dal 2002 fu decano del Collegio cardinalizio. La sua lunga esperienza romana lo rese una delle figure più note del governo ecclesiale prima del conclave del 2005. Parallelamente continuò a pubblicare libri e interventi nei quali rifletteva sulla crisi della fede in Europa e sulla necessità di non separare verità e carità.
Elezione e primi orientamenti del pontificato
Dopo la morte di Giovanni Paolo II, il conclave elesse Joseph Ratzinger il 19 aprile 2005. Assunse il nome di Benedetto XVI, richiamando Benedetto XV e san Benedetto da Norcia. L'inizio solenne del ministero petrino ebbe luogo il 24 aprile. A settantotto anni divenne papa dopo una lunga carriera accademica ed ecclesiastica, con una conoscenza diretta delle istituzioni della Santa Sede.
La prima enciclica, Deus caritas est, pubblicata nel 2006, collocò l'amore cristiano al centro della riflessione teologica e dell'impegno ecclesiale. Seguirono Spe salvi, dedicata alla speranza, nel 2007, e Caritas in veritate, nel 2009, sullo sviluppo umano integrale e sull'etica dell'economia. Questi testi mostrano che il pontificato non fu limitato alla difesa di definizioni dottrinali: cercò anche di articolare una proposta positiva sul significato della fede e sulle responsabilità sociali dei credenti.
Fede, ragione e dialogo con le religioni
Il discorso tenuto all'Università di Ratisbona il 12 settembre 2006 affrontò il rapporto tra fede, ragione e violenza religiosa. La citazione di un testo medievale sul rapporto con l'islam provocò proteste internazionali. Benedetto XVI chiarì che non intendeva fare proprie le espressioni offensive contenute nella citazione e rilanciò il dialogo con rappresentanti musulmani. La controversia mostrò la distanza fra la struttura accademica dell'argomentazione e la ricezione pubblica di un discorso pontificio.
Proseguì il confronto con l'ebraismo, visitando sinagoghe e luoghi della memoria della Shoah. Il viaggio in Israele e nei Territori palestinesi del 2009 ebbe una forte dimensione interreligiosa e diplomatica. Anche i rapporti con le Chiese ortodosse e con le comunità protestanti rimasero importanti, pur tra divergenze dottrinali. Nel 2011, parlando al Bundestag a Berlino, sviluppò una riflessione sulle basi etiche del diritto e sui limiti di una concezione puramente positivistica della ragione.
Liturgia, tradizione e questioni ecumeniche
Benedetto XVI attribuì alla liturgia una funzione decisiva nella vita della Chiesa. Con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007 ampliò le possibilità di celebrare secondo il Messale romano del 1962, presentando la scelta come un tentativo di riconciliazione ecclesiale. La disciplina sarebbe stata successivamente modificata da papa Francesco nel 2021. Il provvedimento generò reazioni contrastanti: alcuni vi videro un riconoscimento della continuità rituale, altri temettero un rafforzamento di gruppi ostili alle riforme conciliari.
Nel 2009 la revoca della scomunica di quattro vescovi della Fraternità San Pio X suscitò una crisi particolarmente grave perché uno di essi, Richard Williamson, aveva espresso posizioni negazioniste sulla Shoah. La Santa Sede precisò che la revoca della scomunica non equivaleva alla regolarizzazione canonica della Fraternità né all'approvazione di tali posizioni. Benedetto riconobbe carenze informative e comunicative nella gestione della vicenda.
Abusi, responsabilità e riforme
La crisi degli abusi sessuali commessi da chierici segnò profondamente il pontificato. Da prefetto Ratzinger aveva avuto un ruolo crescente nella trattazione dei delitti più gravi riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Da papa incontrò vittime, denunciò la gravità dei crimini e adottò provvedimenti disciplinari, fra cui misure contro Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo. La lettera ai cattolici d'Irlanda del 2010 affrontò direttamente la responsabilità degli abusatori e le mancanze delle autorità ecclesiastiche.
Resta oggetto di esame storico il rapporto fra gli interventi compiuti, i limiti delle procedure allora vigenti e le responsabilità istituzionali per la protezione delle vittime. Il pontificato segnò alcuni cambiamenti importanti nella risposta della Santa Sede, ma non risolse la crisi. Le valutazioni devono tenere conto sia degli atti adottati sia delle critiche documentate alla tempestività e all'efficacia dell'azione ecclesiastica.
Viaggi, sinodi e governo della Chiesa
Pur avendo inizialmente previsto un pontificato meno itinerante rispetto a quello del predecessore, Benedetto XVI compì viaggi apostolici in diversi continenti. Partecipò alle Giornate mondiali della gioventù a Colonia nel 2005, Sydney nel 2008 e Madrid nel 2011. Visitò, fra gli altri paesi, Turchia, Brasile, Stati Uniti, Francia, Camerun, Angola, Regno Unito, Germania, Libano e Cuba. Nei viaggi alternò catechesi, incontri ecumenici e interventi sui diritti umani e sulla libertà religiosa.
Promosse sinodi e documenti dedicati all'Eucaristia, alla Parola di Dio e alla nuova evangelizzazione. L'esortazione Sacramentum caritatis del 2007 e Verbum Domini del 2010 svilupparono temi già centrali nella sua riflessione teologica. Nel 2012 aprì l'Anno della fede, nel cinquantesimo anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II. Il governo curiale fu però attraversato da tensioni, conflitti e fughe di documenti riservati, divenuti noti soprattutto attraverso la vicenda denominata Vatileaks.
La rinuncia al ministero petrino
L'11 febbraio 2013, durante un concistoro, Benedetto XVI annunciò in latino la decisione di rinunciare al ministero di vescovo di Roma, dichiarando che l'età avanzata aveva indebolito le forze necessarie a esercitarlo adeguatamente. La rinuncia divenne effettiva alle ore 20 del 28 febbraio 2013. Il gesto, raro nella storia della Chiesa, richiamò l'attenzione sulla distinzione fra l'ufficio petrino e la persona che lo esercita.
La decisione fu formulata pubblicamente e liberamente, secondo le condizioni richieste dal diritto canonico per la validità della rinuncia del romano pontefice. Non fu una semplice sospensione temporanea dell'attività. Dopo un breve soggiorno a Castel Gandolfo, Ratzinger si stabilì nel monastero Mater Ecclesiae all'interno del Vaticano. Il titolo di papa emerito e alcuni segni esteriori adottati dopo la rinuncia suscitarono discussioni canonistiche e teologiche sulla figura dell'ex pontefice.
Gli anni del ritiro e la morte
Durante il pontificato di Francesco, Benedetto XVI mantenne una vita prevalentemente appartata, dedicata alla preghiera, alla lettura e a limitati incontri. In alcune occasioni apparve pubblicamente accanto al successore, senza esercitare un'autorità parallela di governo. Continuarono tuttavia le discussioni intorno a testi e interventi a lui attribuiti, talora con problemi di interpretazione del loro effettivo coinvolgimento editoriale.
Morì il 31 dicembre 2022, all'età di novantacinque anni, nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Le esequie furono presiedute da papa Francesco il 5 gennaio 2023 in piazza San Pietro; la sepoltura avvenne nelle Grotte Vaticane. La sua eredità comprende un vasto corpus di opere teologiche e magisteriali e una vicenda ecclesiale segnata insieme dall'originalità della rinuncia e da questioni storiche ancora discusse.
Biografia
A cura di Federico Lombardi
Il Papa emerito, Benedetto XVI, si è spento il 31 dicembre 2022 all’età di 95 anni, nel convento Mater Ecclesiae sul Colle Vaticano, dove si era ritirato dopo la rinuncia al pontificato e dove ha trascorso gli ultimi anni della sua lunga vita nel ritiro e nella preghiera. Un’eccezione significativa era stato il viaggio compiuto a Regensburg dal 18 al 22 giugno 2020 per visitare e incontrare un’ultima volta l’amatissimo fratello maggiore, mons. Georg Ratzinger, pochi giorni prima della sua morte. La sua ultima «apparizione in pubblico» era avvenuta il 28 giugno 2016, nella Sala Clementina del Palazzo apostolico, per un atto di augurio e di omaggio alla presenza di papa Francesco, in occasione del 65° della sua ordinazione sacerdotale. Papa Francesco si era recato a trovarlo diverse volte; ma anche non pochi amici e visitatori potevano avvicinarlo e ne riportavano notizie e immagini che circolavano tramite i social media, cosicché continuavamo a sentirci accompagnati dalla sua presenza discreta ma vigile, che si manifestava talvolta anche con risposte a lettere o brevi messaggi, da cui trasparivano invariabilmente la sua gentilezza e l’acutezza e intensità della sua presenza spirituale. Gli interventi scritti di contenuto più rilevante erano stati invece veramente pochissimi.
Tappe di una lunga vita: dalla Baviera a Roma
Joseph Ratzinger era nato il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, in Baviera. Era la mattina presto del Sabato Santo e in quella mattina stessa venne battezzato, come egli racconta, «con l’acqua appena benedetta della “notte pasquale”, che allora veniva celebrata al mattino. […] Personalmente sono sempre stato grato per il fatto che, in questo modo, la mia vita sia stata fin dall’inizio immersa nel mistero pasquale, dal momento che non poteva che essere un segno di benedizione». Joseph viene al mondo in una famiglia bavarese di radicata tradizione cattolica e di condizioni modeste – il padre, che si chiama Joseph anch’egli, è gendarme, e la madre Maria è casalinga, ma occasionalmente svolge servizi come cuoca per le esigenze del bilancio familiare – ed è il terzo e ultimo figlio, essendo stato preceduto dalla sorella Maria e dal fratello Georg.
L’infanzia di Joseph si svolge in modo sostanzialmente normale e sereno, con spostamenti della famiglia in diverse località bavaresi a seguito delle destinazioni di servizio assegnate al padre: dopo Marktl, nel 1929 si passa a Tittmoning (che rimarrà per Joseph il paese dei sogni infantili e dei tempi felici), nel 1932 ad Aschau am Inn, nel 1937 a Traunstein. Qui nel 1939, a 12 anni, Joseph entra nel seminario arcivescovile, dove era stato preceduto dal fratello Georg. Sono gli anni dell’avvento del regime hitleriano; Joseph sente nell’aria l’avvicinarsi della bufera, ma ne vive le vicende protetto dall’ambiente profondamente cattolico della provincia bavarese e della sua famiglia, dove l’atteggiamento antinazista è inequivocabile, anche se non militante.
Comincerà a pagare direttamente le spese dell’avvento del nazismo quando il seminario verrà requisito poco dopo il suo ingresso e dovrà venire iscritto obbligatoriamente alla Hitlerjugend (la «Gioventù hitleriana»), anche se non parteciperà alle sue attività. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, a 16 anni viene assegnato ai servizi di contraerea della città di Monaco: è un soldato, ma con altri seminaristi può continuare a studiare, frequentando lezioni presso un ginnasio della città.
Nel settembre del 1944 è congedato dalla contraerea e viene inviato nel Burgenland – al confine fra Austria, Ungheria e Slovacchia – per un servizio lavorativo e poi, in seguito a un’infezione, alla caserma di Traunstein. Nella confusione degli ultimi mesi del crollo della Germania, diserta e torna a casa, ma all’arrivo degli americani viene unito ai prigionieri di guerra e condotto, insieme ad altre 50.000 persone, in un campo di prigionia all’aperto, in condizioni durissime, vicino ad Ulm. Finalmente liberato, il 16 giugno è di nuovo a casa.
Attraverso tutte queste vicende, la sua vocazione al sacerdozio si è conservata solida. Anche se le istituzioni sono ancora in condizioni precarie, Joseph riprende gli studi a Monaco e a Frisinga. Si prepara al sacerdozio con maturo discernimento spirituale ed entra in profondità, con gusto e con passione, nel mondo degli studi teologici, favorito dalla vicinanza e dalla guida di personalità di levatura culturale e spirituale di prim’ordine. È il tempo in cui nasce in lui la familiarità con il pensiero di sant’Agostino, che rimarrà sempre l’autore di riferimento, preferito e fondamentale, ma vi sono anche letture affascinanti di grandi teologi contemporanei, come Henri de Lubac.
Il 29 giugno 1951 Georg e Joseph sono ordinati sacerdoti nel duomo di Frisinga dal card. Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco. È una pietra miliare nel corso della sua vita: pur attratto con forza dalla passione per la ricerca teologica e per l’insegnamento, il sacerdozio rimarrà sempre per Joseph dimensione primaria della sua vocazione, vissuta con gioia, gratitudine e grande responsabilità, unendo in una sintesi vitale il servizio liturgico, il ministero della Parola e pastorale con la profondità della riflessione culturale.
Dopo l’ordinazione, il novello sacerdote è assegnato a un anno di lavoro parrocchiale in un quartiere di Monaco, vicino a un parroco molto zelante. Svolgerà questo compito con tanto impegno e gusto da ricordarlo, molti anni dopo, come «il periodo più bello della mia vita». Sarebbe quindi del tutto sbagliato considerare la personalità di Ratzinger come quella di un freddo o astratto intellettuale, mentre la sensibilità pastorale vibrava nel più profondo del suo cuore. Ma la via degli studi e della carriera accademica appare la più adatta per un giovane che ha già dimostrato doti eccezionali in questo campo. Dopo il dottorato su sant’Agostino, discusso nel 1953, viene il traguardo dell’abilitazione all’insegnamento.
Qui egli vive un passaggio difficile e quasi drammatico della sua vita, per lo scontro aperto fra due autorevoli professori della Facoltà di Monaco – Gottlieb Söhngen, il suo maestro, e Michael Schmaus – a proposito della sua dissertazione su san Bonaventura. Alla fine il lavoro viene accettato, e Ratzinger diventa libero docente nel 1957. Ma queste tensioni lasceranno un’eredità profonda. Il giovane teologo, che aveva mietuto fino ad allora soprattutto brillanti successi e ricevuto grandi elogi, fa l’esperienza nuova di una critica dura, al punto da mettere radicalmente a rischio la sua carriera. Saggiamente alla fine egli osserva – a prescindere dal merito delle discussioni – che «le umiliazioni sono necessarie […]. È un bene che un giovane conosca i suoi limiti, subisca anche critiche, debba sperimentare una fase negativa».
E così Ratzinger diventa professore. È una tappa fondamentale nel suo itinerario: dura quasi vent’anni. In fondo è quella in cui fa ciò a cui si sentiva chiamato e che desiderava fare. Una tappa che però attraversa anch’essa fasi molteplici. Dopo un incarico di Dogmatica e di Teologia fondamentale presso le Scuole superiori di Frisinga, la prima cattedra a cui è chiamato è quella di Teologia fondamentale all’Università di Bonn, dove rimane dal 1959 al 1963; poi passa a Münster per la Teologia dogmatica (1963-66), quindi a Tübingen (1966-69), infine a Regensburg (1969-77). Le testimonianze sulla qualità eccezionale del suo insegnamento universitario, come profondità di contenuti, chiarezza dell’esposizione, cura e finezza del linguaggio, sono unanimi. Gli studenti assiepavano le aule per ascoltarlo. Di queste qualità abbiamo potuto risentire l’eco e godere a un livello più largo e universale, leggendo i documenti, ascoltando discorsi, catechesi, omelie del professore divenuto papa.
In questo periodo si inserisce un evento cruciale per la vita di Ratzinger: la partecipazione al Concilio Vaticano II in qualità di esperto teologo dell’anziano cardinale di Colonia, Joseph Frings. All’annuncio del Concilio, Ratzinger sta insegnando a Bonn, nella diocesi di Colonia, e si segnala presto con un’importante conferenza sulla teologia del Concilio, a cui il cardinale assiste. Scocca la scintilla. Frings, pur quasi cieco, sarà un protagonista del Vaticano II, una figura di spicco di quell’episcopato dell’Europa centro-settentrionale – Francia, Germania, Belgio ecc. – che eserciterà un ruolo decisivo nell’orientamento conciliare. Ratzinger, poco più che trentenne, formato in un ambiente accademico diverso dalle Facoltà romane, accompagna Frings e prepara per lui memorie e bozze di interventi che lasceranno il segno.
Ma, oltre al contributo alla formulazione dei documenti, la permanenza a Roma nelle sessioni conciliari rappresenta per il giovane professore un’occasione unica per conoscere ed entrare in dialogo personale con i maggiori teologi del tempo – Rahner, de Lubac, Congar, Chenu, Daniélou, Philips ecc. – e respirare a pieni polmoni l’universalità della Chiesa e le sfide del suo tempo, vivendo dall’interno il più grande evento ecclesiale del secolo. I suoi orizzonti si allargano ai confini del mondo, la riflessione teologica e pastorale si confronta con le domande cruciali e non potrà mai più chiudersi in prospettive limitate o di corto respiro.
Non tutto però è facile e senza problemi. I frequenti cambiamenti delle sedi universitarie ne sono un indizio. Al tempo entusiasmante e creativo del Concilio seguono anche sviluppi negativi e divisioni nel campo ecclesiale e in quello teologico. Il dibattito sulla funzione del teologo nella Chiesa diventa acceso, in particolare in Germania. Così, mentre era stato proprio Hans Küng a invitare Ratzinger a trasferirsi a Tübingen, le strade di questi due teologi si dividono e si allontaneranno inesorabilmente. A un certo punto Ratzinger deve prendere atto che per Küng e altri «la teologia non era più l’interpretazione della fede della Chiesa cattolica, ma stabiliva essa stessa come poteva e doveva essere. E per un teologo cattolico, quale ero io, ciò non era compatibile con la teologia».
In questo contesto, che coincide con le agitazioni studentesche del 1968 che turbano profondamente la vita delle università, Ratzinger lascia Tübingen per la più tranquilla Regensburg. Ma non bisogna pensare che quegli anni non siano stati anch’essi intensi e fecondi. Proprio il 1968 è l’anno di pubblicazione di quella Introduzione al cristianesimo, nata da un corso offerto agli studenti di tutte le Facoltà e strutturato come commento al «Credo apostolico», che rimarrà il libro più letto di Ratzinger, testo di straordinario successo, con le sue traduzioni in 20 lingue e le continue riedizioni fino a oggi. È caratterizzato dall’affascinante contrasto tra la profondità del contenuto e la semplicità del linguaggio che lo rende noto anche fuori dall’ambito accademico. Ratzinger sottolinea il carattere personale della fede cristiana: «Il senso del mondo è […] il “tu” […]. La fede, pertanto, è trovare un “tu” che mi sostiene e che, nell’incompiutezza di ogni incontro umano, mi accorda la promessa di un indistruttibile amore, che non solo aspira all’eternità, ma ce la accorda». Nei successivi anni di Regensburg l’attività del docente si esprime non solo nelle lezioni, ma anche nel seguire con più impegno gli studenti che lo hanno scelto come Doktorvater («relatore») per i loro studi di dottorato. Prende così forma e stabilità quello Schülerkreis («circolo degli allievi») che Ratzinger continuerà a seguire con fedeltà ammirevole fino agli anni del pontificato, a testimonianza della profondità eccezionale del rapporto culturale e spirituale che si era costituito fra il professore e i discepoli.
Ma la morte improvvisa per infarto, il 24 luglio 1976, a soli 62 anni, del card. Julius Döpfner, arcivescovo di Monaco e indiscusso leader del cattolicesimo tedesco, sconvolgerà la vita del professor Ratzinger proprio nel tempo della sua raggiunta piena maturità accademica e culturale, a cinquant’anni. Paolo VI chiede proprio a lui l’obbedienza difficile di succedere a Döpfner. Non è raro che i papi pensino opportuno affidare a personalità di grande levatura culturale le principali sedi episcopali della Germania. Ratzinger è un teologo di autorevolezza riconosciuta, ha dimostrato attaccamento profondo alla Chiesa nel corso delle tensioni postconciliari ed è anche un «patriota bavarese», come egli stesso si definisce. L’accettazione è per il professore una decisione «immensamente difficile», ma il senso di disponibilità al servizio richiestogli prevale. Il 28 maggio 1977 è consacrato vescovo. Paolo VI lo crea subito cardinale: il 27 giugno a Roma Ratzinger riceve l’imposizione della berretta.
Come motto episcopale ha scelto Cooperatores veritatis («Collaboratori della verità»), una citazione della Terza lettera di san Giovanni (1,8). Difficilmente si potevano trovare parole più espressive della continuità fra l’impegno di ricerca e insegnamento del teologo e quello di magistero e guida pastorale del vescovo. Ma ciò varrà anche per gli impegni successivi: uno splendido motto per una vita intera! Il servizio come arcivescovo di Monaco sarà intenso, per gli impegni della cura pastorale della grande arcidiocesi, ma anche piuttosto breve. Coinciderà con «l’anno dei tre Papi» e dei due Conclavi (1978), e quindi con l’elezione di papa Wojtyła e la sua prima visita in Germania (1980), che si conclude proprio a Monaco. Giovanni Paolo II conosceva già e stimava molto Ratzinger. Lo sceglie come relatore del Sinodo sulla famiglia del 1980, il primo del nuovo pontificato, e gli fa capire subito che desidera averlo a Roma alla guida della Congregazione per la dottrina della fede. Sulle prime Ratzinger resiste, ma la volontà del Papa è troppo chiara: il 25 novembre 1981 è nominato Prefetto, e nel marzo del 1982 si trasferisce a Roma.
Il Cardinale Prefetto
Questa nuova tappa sarà assai lunga. Per 23 anni Ratzinger sarà uno dei principali e più fidati collaboratori di Giovanni Paolo II, che non vorrà assolutamente rinunciare al suo contributo fino alla fine di uno dei pontificati più lunghi della storia. Il rapporto fra il Papa e il Prefetto è intenso, schietto e cordiale, fondato su stima e ammirazione reciproca, pur nella differenza delle due personalità. La figura di Ratzinger costituisce dunque certamente uno degli elementi caratterizzanti di quest’epoca della vita della Chiesa e dà un supporto di grande spessore teologico al magistero di Giovanni Paolo II, interpretando fedelmente gli orientamenti papali. Viene spontaneo parlare di un’«accoppiata formidabile» e straordinariamente felice fra un grande Papa e un grande Prefetto.
Il lavoro compiuto dal card. Ratzinger in questi anni sarà imponente, anche grazie alla sua capacità di guidare il lavoro comune dei suoi collaboratori, ascoltandoli e orientandone i contributi con una straordinaria capacità di sintesi, così che i documenti non siano tanto frutto del suo lavoro personale quanto dello sforzo dell’intero organismo. Ma non sarà facile, perché i dibattiti nella Chiesa postconciliare sono accesi anche dal punto di vista teologico.
Pensiamo che si possano mettere in luce tre vicende salienti, fra le innumerevoli di questo periodo. Anzitutto gli interventi della Congregazione sul tema della teologia della liberazione nella prima parte degli anni Ottanta. La preoccupazione del Papa per l’influsso dell’ideologia marxista sulle correnti di pensiero della teologia latinoamericana è grande, e il Prefetto la condivide e affronta il delicato problema con coraggio.
Ne risultano due famose Istruzioni, con l’intenzione rispettivamente di opporsi alle derive negative (la prima, del 1984) e di riconoscere il valore degli aspetti positivi (la seconda, del 1986). Le reazioni critiche, soprattutto al primo documento, e le discussioni vivaci non mancano, anche per casi specifici di singoli teologi controversi (fra cui il più noto sarà il brasiliano Leonardo Boff). Ratzinger, nonostante la sua riconosciuta finezza culturale, non sfugge dunque al comune destino dei responsabili del Dicastero dottrinale di avere la fama di rigido censore, guardiano dell’ortodossia e avversario principale della libertà della ricerca teologica e, essendo tedesco, gli verrà affibbiato il nomignolo non benevolo di Panzerkardinal.
Un altro documento della Congregazione, molti anni dopo, darà luogo anch’esso a un’ondata di critiche: la Dichiarazione Dominus Iesus, pubblicata durante il Grande Giubileo del 2000, sulla centralità della figura di Gesù per la salvezza di tutti. Questa volta a sentirsi toccati e a reagire sono soprattutto gli ambienti più impegnati nelle relazioni ecumeniche e nel dialogo con le altre religioni. Ma anche in questo caso non c’è dubbio che la presa di posizione corrisponda pienamente all’intenzione di Giovanni Paolo II di tutelare alcuni punti essenziali della fede della Chiesa da equivoci o deviazioni dalle implicazioni gravi.
Un terzo impegno, anch’esso sulle prime molto discusso ma alla fine coronato da largo consenso e successo, è lo sforzo davvero ciclopico della redazione di un nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Un’esposizione organica dell’intera fede cattolica, specchio del rinnovamento conciliare e formulata con linguaggio adatto al tempo odierno, era stata richiesta dal Sinodo del 1985. Il Papa ne affidò il compito al card. Ratzinger e a una Commissione da lui presieduta. Il fatto che dopo un’epoca di dibattiti e tensioni teologiche ed ecclesiali assai forti, nel giro di pochi anni, cioè già nel 1992, l’opera sia giunta in porto in modo largamente convincente ha qualcosa di miracoloso.
Solo un’eccezionale capacità di visione organica e sintetica della dottrina e dell’intero campo della vita cristiana poteva guidare l’impresa e venirne a capo. E la sensibilità per le attese contemporanee non fa difetto. Non sono proprio queste le qualità che avevamo riconosciuto e ammirato 25 anni prima nell’autore dell’Introduzione al cristianesimo? Il Catechismo rimane probabilmente l’apporto dottrinale positivo più rilevante del pontificato di Giovanni Paolo II, strumento sicuro e prezioso per la vita della Chiesa: non per nulla papa Francesco vi fa frequente riferimento.
Il Papa e la «priorità suprema» del pontificato
Giungiamo così alla tappa penultima, ma ecclesialmente più importante, della lunga strada di Joseph Ratzinger, inaspettata anch’essa come le due precedenti. Tuttavia, alla morte di Giovanni Paolo II, sono diversi i motivi che inducono a guardare verso di lui come possibile successore: la prolungata e stretta collaborazione in piena sintonia, le qualità eminenti di intelligenza e di spirito, l’assenza di qualsiasi ambizione di potere che lo colloca al di sopra delle parti, a cui si aggiunge infine la serena padronanza con la quale, in qualità di Decano del Collegio cardinalizio, conduce gli atti e presiede i riti della preparazione e attuazione del Conclave. Nonostante l’età avanzata, la scelta di continuità prevale rapidamente. Il 19 aprile, a 78 anni, Joseph Ratzinger è il 265° Papa della Chiesa cattolica, sceglie il nome di Benedetto XVI e si presenta al popolo riunito in piazza San Pietro come «semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore».
Nonostante l’età del nuovo Papa, il pontificato, che durerà poco meno di otto anni, sarà denso di attività, in Italia e all’estero. Oltre all’attività «ordinaria» di celebrazioni e udienze in Vaticano, si possono ricordare 24 viaggi all’estero, diversi dei quali coronati da grande successo di popolo, con 24 Paesi toccati nei cinque continenti; 29 viaggi in Italia; cinque Assemblee del Sinodo dei Vescovi – tre generali ordinarie: sull’Eucaristia (2005, già indetta da Giovanni Paolo II), sulla Parola di Dio (2008), sulla Promozione della nuova evangelizzazione (2012); e due speciali: per l’Africa (2009) e per il Medio Oriente (2010) –, seguite ognuna (tranne l’ultima del 2012) da un’importante Esortazione apostolica.
Altri documenti magisteriali principali sono da considerare le tre Encicliche. Di particolare importanza è anche la Lettera ai cattolici nella Repubblica Popolare Cinese, della Pentecoste del 2007. Da ricordare anche gli «Anni» con cui Benedetto XVI ha inteso dare coerenza e orientamento alla sua guida pastorale della Chiesa: dopo aver condotto a termine quello «dell’Eucaristia», già iniziato dal suo Predecessore, ha indetto successivamente l’«Anno paolino» (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009, per il bimillenario della nascita dell’Apostolo), l’«Anno sacerdotale» (19 giugno 2009 – 11 giugno 2010, per il 150° della morte del curato d’Ars) e infine l’«Anno della fede» (iniziato l’11 ottobre 2012, nel 50° dell’apertura del Concilio Vaticano II). A proposito di quest’ultimo, che il Papa non condurrà a termine personalmente in seguito alla rinuncia, è giusto osservare quanto ne dice egli stesso, rispondendo a questa domanda di Seewald: «Quale ritiene sia a posteriori, il segno distintivo del suo pontificato?». «Direi – risponde Benedetto – che è ben espresso dall’Anno della fede: un rinnovato incoraggiamento a credere, a vivere una vita a partire dal centro, dal dinamismo della fede, a riscoprire Dio riscoprendo Cristo, dunque a riscoprire la centralità della fede».
Queste parole ci introducono direttamente a riflettere sulle priorità del pontificato come chiave per la sua rilettura. Benedetto ne parlò esplicitamente in un documento assai particolare, appassionato e intenso: quella Lettera ai vescovi del 10 marzo 2009, scritta in seguito alle critiche e agli attacchi che gli erano stati mossi dopo il ritiro della scomunica ai vescovi seguaci di mons. Lefebvre e al «caso Williamson», in cui intende quasi «rendere ragione» del suo governo della Chiesa. «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto fino alla fine (cfr Gv 13,1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto».
A questa priorità, coerente con tutta la sua vita precedente, papa Benedetto si dedica con impegno totale e con un suo stile di governo che verrà caratterizzato acutamente come «governo magisteriale». Come egli stesso ha detto: «Provengo dalla teologia e sapevo che la mia forza, se ne ho una, è annunciare la fede in forma positiva. Per questo volevo soprattutto insegnare partendo dalla pienezza della Sacra Scrittura e della Tradizione»; e allo stesso tempo: «Bisogna rinnovare, e io ho cercato di portare avanti la Chiesa sulla base di un’interpretazione moderna della fede».
È facile vedere come si inseriscano in questa linea la scelta dei temi e lo sviluppo delle sue Encicliche. Benedetto ne ha intenzionalmente limitato il numero, e ha voluto dedicarle anzitutto alle virtù teologali. La carità: Deus caritas est (2005); la speranza: Spe salvi (2007); la fede: Lumen fidei (rimasta incompiuta, e che vedrà la luce «postuma», ripresa e completata dal suo Successore).
Quanto Benedetto dice dell’amore e della speranza affronta molto profondamente il modo in cui queste parole vengono interpretate nella cultura contemporanea, le domande che ciò pone alla fede e alla testimonianza cristiana e le risposte che possono sgorgare dal cuore della fede per i turbamenti del nostro tempo, la perdita del senso più alto dell’amore e la tentazione di disperazione di fronte al potere del male.
Anche la Caritas in veritate (2009), da collocare nel filone dell’insegnamento sociale della Chiesa, dice la risposta offerta dalla fede cristiana, tramite l’impegno operativo della carità, alla gravissima crisi economica, sociale, morale in cui è incorsa l’umanità di oggi. Analogamente, è evidente la coerenza con le priorità prima indicate dei temi assegnati dal Papa alle Assemblee sinodali ordinarie: «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» e «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». A questo proposito, è interessante osservare che papa Benedetto non ha ritenuto suo compito impegnarsi in una riforma della Curia romana; tuttavia una decisione innovativa l’ha presa: quella di istituire un nuovo Dicastero dedicato appunto alla «promozione della nuova evangelizzazione».
Il secondo aspetto della «priorità suprema» – non un qualsiasi dio, ma il Dio rivelatoci da Gesù Cristo – risulta evidente da un elemento veramente unico del pontificato di Benedetto XVI, sul quale bisogna richiamare l’attenzione. Ratzinger aveva iniziato nel 2003 a lavorare a una grande opera su Gesù, a cui si sentiva chiamato come credente e come teologo nella sua ricerca «personale del “volto del Signore” (cfr Sal 27,8)». Questo lavoro gli appariva urgente, anche perché era cresciuta in lui la preoccupazione che i metodi moderni di interpretazione della Scrittura ci portino a perdere il rapporto vivo con la persona di Gesù.
Eletto papa, Ratzinger non abbandona l’impresa, ma la ritiene così importante da dedicarvi tutti i tempi che gli rimangono «liberi» dagli impegni prioritari del servizio di governo, e riesce effettivamente a condurla in porto. Sottolinea che «non è in alcun modo un atto magisteriale» e che il risultato può essere liberamente discusso e criticato, ma, dato che egli è Pietro che deve «confermare i suoi fratelli», la sua ricerca e la sua testimonianza personale di fede hanno un valore immenso per tutta la Chiesa, ed egli se ne rende ben conto. La composizione del libro su Gesù ha di fatto accompagnato tutto il suo pontificato, ne ha costituito in certo senso una dimensione interiore. Benedetto XVI dice che è stato profondamente coinvolto da questo lavoro. Quando Seewald gli domanda: «Si potrebbe dire che questo lavoro ha costituito un’insostituibile fonte di energia per il suo pontificato?», egli risponde subito: «Certo. Per me è stato quel che si dice un attingere costantemente acqua dal profondo delle fonti».
Anche la grande attenzione di Benedetto XVI per la liturgia della Chiesa discende direttamente dalla «priorità suprema». Vi è una vera preoccupazione perché essa abbia il posto dovuto nella vita della comunità e del credente e perché sia conservata la dignità della sua celebrazione che mette al centro l’incontro con Cristo. Nell’intenzione di Benedetto XVI non vi è dunque alcuna nostalgica restaurazione dell’antico, ma la cura per una dimensione fondamentale della vita della Chiesa. In questa luce va visto anche il suo sforzo per evitare rotture nella tradizione, espresso nel «Motu proprio» Summorum pontificum (7 luglio 2007), che riammette come «forma straordinaria» la celebrazione della Messa secondo la liturgia romana precedente alla riforma conciliare.
Ma in questo contesto vorremmo ricordare soprattutto la felice intuizione di inserire l’adorazione eucaristica fra i momenti salienti delle Giornate Mondiali della Gioventù (GMG), in occasione della grande Veglia: innovazione in certo senso «controcorrente» per un immenso e festoso incontro giovanile, ma accolta e vissuta con piena adesione dalle centinaia di migliaia di giovani partecipanti a Colonia, a Sydney, a Madrid. Momenti impressionanti di silenzio e di spiritualità, fra i più belli e intensi dell’intero pontificato. Questa è stata la sola innovazione – di non poco conto! – apportata da Benedetto alle GMG.
Parlando del suo pontificato, Benedetto XVI aggiungeva che dal primato di Dio «deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti […]. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri per andare insieme verso la fonte della Luce, e questo è il dialogo interreligioso»[14]. L’impegno ecumenico senza incertezze di Benedetto XVI si è espresso in moltissime occasioni, fra cui rimangono memorabili gli incontri durante i viaggi: a Istanbul con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo (2006), a Londra con il Primate anglicano Rowan Williams (2010), a Erfurt con i luterani nel famoso convento di Martin Lutero (2011).
Qui Benedetto evocherà con forza impressionante la grande domanda di Lutero: «Come posso avere un Dio misericordioso?», per sfidare il dialogo ecumenico a cercare l’unione andando – ritornando! – alla radice della fede e non restando alla superficie. Momento delicato è la pubblicazione della Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus (4 novembre 2009), con cui il Papa stabilisce la prassi da seguire per accogliere nella Chiesa cattolica fedeli anglicani che chiedono di aderirvi, non come singoli ma come gruppi. Nel servizio per l’unità della Chiesa rientra anche il generoso impegno di Benedetto XVI per ristabilire la piena unità con la «Fraternità San Pio X» di mons. Lefebvre, che gli costerà non poche critiche e difficoltà, ma purtroppo non sarà coronato da successo.
Nel campo del dialogo con le altre religioni, durante il pontificato non sono mancati momenti difficili: con gli ebrei, soprattutto in occasione del «caso Williamson» e del decreto sulle «virtù eroiche» per la causa di beatificazione di Pio XII; con l’islam, soprattutto in occasione del discorso di Regensburg e secondariamente anche per il battesimo del noto giornalista egiziano Magdi Allam nella notte di Pasqua del 2008. Tuttavia l’evidente dedizione dell’intera vita di Ratzinger per il dialogo con l’ebraismo e il suo atteggiamento di rispetto e apprezzamento per l’islam, in coerenza con la linea del Concilio Vaticano II, hanno permesso di superare equivoci e difficoltà. Alla fine del pontificato, Benedetto XVI, sulle tracce delle prime visite fatte da Giovanni Paolo II, oltre al Muro del Pianto aveva visitato ben tre sinagoghe (Colonia, Park Avenue a New York, Roma) e tre moschee (Moschea Blu a Istanbul, Amman, Cupola della Roccia a Gerusalemme).
Il dialogo con la cultura: la «ragione aperta»
L’annuncio del Dio di Gesù Cristo nel nostro tempo implica il dialogo con la cultura odierna. Joseph Ratzinger lo ha sempre esercitato senza paura, ben preparato dall’inserimento delle Facoltà teologiche nella vita delle università tedesche e dai dibattiti che seguivano le sue conferenze. Rimane famoso il suo dialogo con Jürgen Habermas all’Accademia cattolica di Monaco (2004). La tradizione cattolica sostiene da sempre il valore della ragione umana, coerentemente con una visione di Dio che è Amore, ma allo stesso tempo Logos.
Il teologo e papa pensa che su questa base si possano cercare punti di incontro e terreni comuni anche con persone che non condividono la fede cristiana. Insiste sul tema della ricerca della verità anche con le forze della ragione umana, e per questo polemizza ripetutamente contro il relativismo e la sua «dittatura» nel tempo presente.
I discorsi giustamente più famosi del pontificato di Benedetto XVI possono essere letti in questa prospettiva. All’Università di Regensburg (2006) egli mostrava come «la convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio», e vedeva nella ragione la necessaria cura contro le giustificazioni religiose della violenza; al Collège des Bernardins di Parigi (2008) ricordava come lo sviluppo della cultura europea, compresa l’affermazione della dignità della persona umana, sia originariamente connesso con la ricerca di Dio dei monaci medioevali; alla Westminster Hall di Londra (2010) insisteva sul fatto che la fede religiosa non deve essere esclusa dallo spazio pubblico e relegata in quello privato, perché il suo contributo all’etica e al pluralismo non è da vedere come causa delle difficoltà, ma come parte necessaria della costruzione della società libera e democratica; al Reichstag, il Parlamento di Berlino (2011), metteva in guardia dai rischi di una visione limitata e positivistica del diritto che ne mina i fondamenti stessi, mentre una «ragione aperta» al trascendente contribuisce a costruire la città degli uomini, a sviluppare quella concezione convincente dello Stato di cui abbiamo bisogno per superare le sfide opposte di concezioni radicalmente atee oppure radicalmente religiose, fondamentaliste.
L’idea della «ragione aperta» o «allargata», capace di ricerca perché chiamata a conoscere e amare la verità, è una caratteristica costante del pensiero e dei discorsi di Benedetto XVI. È la ragione che non si lascia rinchiudere nei limiti imposti da una visione puramente empirica delle scienze e da un linguaggio esclusivamente matematico, ma è capace di più ampia riflessione sull’umano, sulla filosofia e sulla morale, sul senso della vita e della morte, sulla trascendenza e infine su Dio; e così non si chiude in se stessa, rischiando di non vedere più nulla oltre a ciò che è funzionale.
La ragione «chiusa» «assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli»: alla fine l’umano ne risulterà soffocato, e il rapporto con la natura sarà guidato dalla sola dinamica del potere della tecnica, che diventerà distruttivo. In questa prospettiva va letta una delle iniziative originali e feconde del pontificato, il «Cortile dei gentili», lo spazio di dialogo aperto a tutti, anche a non credenti: idea che viene ripresa con creatività dal Pontificio Consiglio della Cultura, coniugandola in molte direzioni diverse.
Non tutti accetteranno le proposte di dialogo di Benedetto XVI: emblematico è il rifiuto che lo porta a rinunciare alla visita all’Università «La Sapienza» di Roma, prevista per il 17 gennaio 2008. La vicenda è un esempio del problema dell’alternativa fra la ragione «aperta» e «chiusa», ma il valore della proposta rimane inalterato.
Difficoltà e crisi
Nel corso del suo pontificato Benedetto XVI ha incontrato diversi momenti di difficoltà e di sofferenza, che sono stati spesso sottolineati con atteggiamento non benevolo dal mondo dei media. È giusto ricordarli. Il primo in ordine di tempo è stato rappresentato da un’ondata di forti reazioni negative nel mondo islamico ad alcune frasi del suo discorso all’Università di Regensburg (2006): crisi superata grazie a una serie di interventi di chiarimento e, infine, alla visita alla Moschea Blu di Istanbul. Altro momento molto delicato si ebbe per le reazioni alla già ricordata revoca della scomunica ai quattro vescovi seguaci di mons. Lefebvre, fra cui Williamson, vero infortunio poiché il Papa non era consapevole che si trattasse di un negazionista dell’Olocausto: a questa crisi Ratzinger rispose con la famosa «Lettera ai vescovi» del marzo 2009. Un altro episodio di cui si parlò molto fu una frase del Papa in una conversazione con i giornalisti in aereo a proposito dell’uso del condom e della diffusione dell’AIDS in Africa (2009): la frase era formulata in modo infelice, ma avrebbe potuto facilmente essere interpretata bene nel contesto del discorso, ciò che evidentemente non avvenne, anzi fu un’occasione colta al balzo da molti per attaccare il Papa in base alla loro visione pregiudiziale di una Chiesa oscurantista e quindi corresponsabile dei mali dell’umanità.
Ma la vera croce del pontificato fu la vicenda degli abusi sessuali contro minori da parte di membri del clero. Una questione che era già «esplosa» nell’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II e di cui il Prefetto della Congregazione della dottrina della fede si era dovuto occupare approfonditamente, ma che continuò a emergere con drammatica evidenza in tutto il corso del suo pontificato. Non è qui il caso di ripercorrerne le tappe, ma riteniamo che a papa Ratzinger vada riconosciuto un vero merito storico per il modo in cui vi ha fatto fronte. Egli non solo ha dato una testimonianza personale di umiltà, trasparenza e rigore, ma ha offerto anche una serie di orientamenti fondamentali e di norme giuridiche per la condotta e la pastorale della Chiesa, che vanno dal riconoscimento delle responsabilità all’incontro personale con le vittime, alla domanda di perdono, all’impegno per intervenire nello stabilire la verità e sanzionare i colpevoli, all’azione di prevenzione e di formazione, allo sviluppo di una vera cultura della protezione dei minori nella Chiesa e nella società. La testimonianza di coinvolgimento personale è brillata in particolare nei toccanti incontri con vittime di abuso in tutti i viaggi in cui i vescovi dei Paesi visitati gli avevano chiesto di farlo (Stati Uniti, Australia, Malta, Inghilterra, Germania). L’espressione più completa e organica della sua linea di risposta al drammatico problema si è avuta con la Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, del 19 marzo 2010, che ovviamente aveva un valore non limitato al Paese a cui era stata indirizzata.
Altra vicenda complessa e dolorosa dell’ultima fase del pontificato è quella passata alle cronache sotto il nome di Vatileaks, con la fuga e la pubblicazione di documenti riservati, provenienti da fonte vaticana, che hanno alimentato un disagio crescente.
Alla fine, nel giugno del 2012 esce un libro intero, composto da documenti e corrispondenze riservate, diverse delle quali provengono dalla cerchia più ristretta e vicina al Papa. A questo punto diventa facile identificare il responsabile della fuga della massima parte dei documenti: si tratta purtroppo del «maggiordomo» del Papa, vicinissimo a lui nella vita quotidiana. L’emozione è grande. Il colpevole viene arrestato e processato dal Tribunale Vaticano con un processo che attirerà un’ampia attenzione della stampa mondiale. Condannato a 18 mesi di carcere, verrà infine graziato dal Papa, che lo andrà a trovare personalmente pochi giorni prima di Natale. Benedetto XVI ha ritenuto doveroso che, di fronte a un fatto così grave, la giustizia facesse il suo corso, ma poi ha esercitato quella misericordia che albergava nel suo cuore nonostante la sofferenza.
La rinuncia e la vita ritirata al convento «Mater Ecclesiae»
Anche questa vicenda era dunque sostanzialmente conclusa alla fine del 2012. Quando l’11 febbraio 2013, in occasione di un Concistoro convocato di per sé per stabilire la data della canonizzazione dei martiri di Otranto, Benedetto XVI prende inaspettatamente ancora una volta la parola e legge in latino la dichiarazione della sua volontà di rinunciare al pontificato, la sorpresa è grande in tutto il mondo, perché davvero pochissime persone vi erano preparate: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».
Il Papa dice brevemente, ma con piena chiarezza, che ha sentito una diminuzione «del vigore sia del corpo sia dell’animo», che lo rende incapace «di amministrare bene il ministero a lui affidato», tenendo presenti le esigenze del governo della Chiesa «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della Chiesa». La rinuncia è compiuta «in piena libertà», e la Sede Vacante inizierà il 28 febbraio, alle ore 20.
Anche se su questa rinuncia e sulle sue motivazioni sono stati scritti fiumi d’inchiostro, in fondo l’atto è semplice, e le ragioni addotte da Benedetto XVI sono evidenti e del tutto plausibili: un grande atto di responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa. Un atto di umiltà di fronte alle altissime esigenze del servizio di Pietro e di coraggio nell’aprire una via che già era prevista dal diritto della Chiesa, ma da secoli nessuno aveva ancora percorso. L’elezione del Papa è ad vitam, ma non è detto che il pontificato debba necessariamente concludersi con la morte del Papa.
La «novità» della rinuncia viene considerata da molti un atto «storico» che rivela con particolare chiarezza la lungimiranza e la grandezza spirituale di Benedetto XVI, e in questa luce contribuisce a rileggere con più attenzione e profondità l’intero pontificato.
Prima delle celebrazioni pasquali la Chiesa avrebbe avuto il nuovo Papa. Il tempo successivo alla rinuncia è noto a tutti: tempo di preghiera per la Chiesa, di contatti personali riservati, di rarissimi interventi scritti, soprattutto di preparazione all’incontro con il Signore. La benevolenza e attenzione di papa Francesco, la discrezione e la preghiera del «Papa emerito» hanno permesso alla Chiesa di apprezzare una situazione che era stata finora inedita e di godere sinceramente di un esempio luminoso di fraternità cristiana. Le bellissime immagini degli abbracci e delle preghiere in comune delle due figure vestite di bianco sono state fonte di consolazione ben più grande dei tentativi – infondati e strumentali – di contrapporre Benedetto a Francesco.
Gli orizzonti del pensiero e del servizio ecclesiale di Joseph Ratzinger si sono allargati, durante otto decenni, dalla natìa Baviera fino ai confini del mondo, poi il suo sguardo si è concentrato sul volto affascinante e misterioso di Gesù, fino al momento dell’Incontro. L’eredità che ci lascia è quella caratteristica di un teologo chiamato alla sede di Pietro, che ha confermato nella fede i suoi fratelli con l’insegnamento, il servizio sacramentale e la testimonianza di vita.
Approfondimenti
Il rapporto tra interpretazione del Concilio e riforma
Nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 Benedetto XVI contrappose due modi di interpretare il Vaticano II: quello della discontinuità e della rottura e quello della riforma nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa. La distinzione non negava la possibilità di autentici cambiamenti storici; proponeva piuttosto di valutarli entro la permanenza dei principi fondamentali della fede. Il discorso divenne un punto di riferimento nel dibattito teologico sulla ricezione conciliare. Critici e sostenitori ne hanno discusso le implicazioni per la libertà religiosa, il dialogo ecumenico e il rapporto con il mondo moderno.
La trilogia su Gesù di Nazaret
I tre volumi di Gesù di Nazaret, pubblicati tra il 2007 e il 2012, furono presentati dall'autore come ricerca personale e non come atto del magistero obbligante. Ratzinger cercò di congiungere l'indagine storico-critica sui Vangeli con la lettura teologica della figura di Gesù. Il progetto mostra la continuità tra il docente universitario e il pontefice: la questione della credibilità storica della fede cristiana rimase centrale anche nell'esercizio del ministero petrino.
La rinuncia e il suo significato istituzionale
La rinuncia del 2013 rese visibile una possibilità prevista dal diritto canonico ma raramente realizzata nell'età moderna. A differenza delle dimissioni di Celestino V nel 1294, avvenne in un contesto di comunicazione globale e di strutture curiali complesse. La successiva convivenza in Vaticano di un papa regnante e di un papa emerito suscitò riflessioni sulla terminologia, sull'abito e sulle modalità pubbliche del ritiro. La distinzione fra successione nell'ufficio e continuità della persona resta essenziale per comprenderne il significato.
Curiosità
- Nato e battezzato il Sabato Santo del 1927.
- Era appassionato della musica di Mozart; il fratello Georg fu direttore dei Regensburger Domspatzen.
- I volumi Gesù di Nazaret sono opere personali e non atti del magistero.
Cronologia
- 16 aprile 1927 - Nascita a Marktl am Inn.
- 29 giugno 1951 - Ordinazione sacerdotale.
- 1962-1965 - Partecipazione al Concilio Vaticano II.
- 25 marzo 1977 - Nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga.
- 27 giugno 1977 - Creazione cardinalizia.
- 25 novembre 1981 - Nomina a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
- 19 aprile 2005 - Elezione al pontificato.
- 11 febbraio 2013 - Annuncio della rinuncia.
- 28 febbraio 2013 - Fine del pontificato.
- 31 dicembre 2022 - Morte.
- 5 gennaio 2023 - Esequie e sepoltura.
Valutazione storico-critica
- La cronologia è documentata da fonti istituzionali contemporanee.
- La partecipazione giovanile alle organizzazioni naziste va contestualizzata nel sistema degli obblighi imposti ai giovani tedeschi.
- La gestione degli abusi richiede di distinguere i documenti, le conclusioni investigative e le risposte dell'interessato.
Fonti e bibliografia essenziale
- Santa Sede, Biografia di Sua Santità Benedetto XVI.
- Vatican News, Death of Pope Emeritus Benedict: his official biography, 31 dicembre 2022.
- Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, profilo biografico.
- Benedetto XVI, Deus caritas est, 2005.
- Benedetto XVI, Spe salvi, 2007.
- Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009.
- Santa Sede, Notificazione per la messa esequiale del Sommo Pontefice emerito Benedetto XVI, 31 dicembre 2022.
