Beato Giovanni da Tufara

Eremita

Festa: 14 novembre

Nascita-morte: Tufara, circa 1084 - Foiano di Val Fortore, 14 novembre 1170

Immagini di Beato Giovanni da Tufara Eremita

Nascita - morte:
Tufara, circa 1084 - Foiano di Val Fortore, 14 novembre 1170

Festa:
14 novembre

Etimologia:
Dall'ebraico Yohanan, «il Signore ha fatto grazia»

Emblema:
Abito monastico o eremitico

Categoria: I santi che iniziano con la lettera G

Calendario: I santi del 14 novembre

Martyrologium Romanum Martirologio Romano

Nel cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazocca vicino a Campobasso, beato Giovanni da Tufara, eremita.

Eremita e fondatore monastico vissuto fra l'XI e il XII secolo, appartiene alla storia religiosa della valle del Fortore, tra l'odierno Molise e la Campania. Nato secondo la tradizione intorno al 1084 a Tufara, dedicò gran parte della vita alla ricerca della solitudine, prima di raccogliere attorno a sé una comunità che diede origine al monastero di Santa Maria del Gualdo Mazzocca, presso Foiano di Val Fortore. Morì il 14 novembre 1170, data della sua memoria liturgica. La sua vicenda è narrata da una Vita medievale attribuita al monaco Giacomo, redatta alcuni decenni dopo la morte: una testimonianza importante, da leggere distinguendo gli avvenimenti plausibilmente storici dai motivi propri dell'agiografia. Il culto acquistò un riconoscimento decisivo con l'elevazione e traslazione del corpo, celebrata il 28 agosto 1221. Sebbene il Martirologio Romano lo ricordi come beato, una comunicazione della Congregazione delle Cause dei Santi del 30 ottobre 2013 ha precisato che può essere invocato con il titolo di santo, riconoscendo il valore della canonizzazione episcopale medievale. La sua memoria resta viva a Tufara, Foiano e negli altri centri della Valfortore.

Biografia

A cura di Giampietro Cattini

La Valfortore normanna e le origini
Giovanni nacque a Tufara, oggi in provincia di Campobasso, in un territorio che nel XII secolo apparteneva al complesso mondo politico dell'Italia meridionale normanna. La valle del Fortore comprendeva insediamenti rurali, piccole signorie, chiese e nuclei monastici; i boschi e i rilievi offrivano luoghi adatti alla vita eremitica. Il rapporto fra questi centri e le istituzioni ecclesiastiche di Benevento fu determinante per lo sviluppo della comunità che Giovanni avrebbe fondato.
La tradizione colloca la nascita intorno al 1084 e attribuisce ai genitori i nomi di Mainardo e Maria. Il dato biografico è ripreso dalla storiografia locale, ma non va equiparato a una registrazione anagrafica contemporanea: per un eremita di quell'epoca non si dispone normalmente di documenti di nascita. La data è coerente con la cronologia tradizionale della morte, senza poter essere verificata con pari precisione.
Le narrazioni sulla giovinezza insistono sulla carità verso i poveri e sulla tensione tra il desiderio di consacrazione e le aspettative familiari. Si tratta di temi che esprimono l'immagine spirituale tramandata dalla comunità dei discepoli. L'episodio del cesto di viveri che si sarebbe trasformato in fiori, riportato nella devozione popolare, appartiene alla tradizione miracolistica e non costituisce un fatto storicamente accertato.

Il viaggio di formazione e la scelta eremitica
La Vita attribuita al monaco Giacomo racconta un viaggio giovanile a Parigi, compiuto per desiderio di conoscenza. La notizia è significativa perché presenta Giovanni come un uomo attratto dallo studio prima della scelta della solitudine. Mancano tuttavia riscontri indipendenti che consentano di ricostruire la durata del soggiorno, i maestri frequentati o eventuali titoli di studio. Non è dunque corretto trasformare il racconto in una carriera universitaria documentata.
Secondo la stessa tradizione, tornato nell'Italia meridionale, Giovanni cercò luoghi appartati anche nell'area garganica. Avrebbe poi distribuito ai poveri quanto possedeva, dopo la morte dei genitori, orientandosi verso un'esistenza di preghiera e penitenza. La scelta di vivere lontano dai centri abitati va compresa nel quadro della ripresa eremitica dei secoli XI e XII, quando singoli asceti cercavano forme radicali di vita evangelica senza necessariamente appartenere fin dall'inizio a una comunità strutturata.
Le testimonianze successive lo collegano al piccolo monastero di Sant'Onofrio nel bosco di Mazzocca e alla chiesa di San Silvestro. La ricostruzione tradizionale colloca una permanenza presso San Silvestro fra il 1104 e il 1107; la precisione di questi estremi dipende dalla cronologia trasmessa dalla Legenda e richiede prudenza. La ricerca di una cella ancora più isolata costituisce invece il filo conduttore costante della sua biografia agiografica.

L'eremo, i discepoli e i rapporti con i signori
Giovanni si stabilì infine in una zona rupestre e boscosa della Valfortore, che le ricostruzioni collegano ai territori di Baselice e dell'alta valle. La posizione esatta della cella non è stabilita con certezza. Qui la sua fama attirò persone interessate a condividerne l'ideale ascetico. È uno sviluppo comune a numerose esperienze eremitiche medievali: il solitario, proprio per la reputazione acquisita, finiva per diventare guida di altri religiosi.
La Legenda riferisce che un aristocratico chiamato Milone fece costruire un edificio sacro dedicato alla Madre di Dio per rispondere alle necessità del gruppo. Ricorda inoltre rapporti difficili con il conte Roberto de Medania, signore della zona, sul controllo dei beni e degli spazi utilizzati dalla comunità. La narrazione attribuisce a Giovanni il rifiuto di doni preziosi e di animali offerti dal conte. Questi episodi mostrano il tema centrale dell'indipendenza del gruppo monastico dal potere signorile, pur dovendo essere letti attraverso il filtro di una Vita composta in ambiente religioso.
L'afflusso di seguaci poneva questioni concrete: disponibilità di acqua, edifici per il culto, proprietà del terreno e garanzie giuridiche. L'eremita non poteva più limitarsi alla disciplina personale; doveva assicurare continuità a una forma di vita comune. In questo passaggio dalla cella al cenobio si colloca il contributo storicamente più rilevante di Giovanni.

San Firmiano e il trasferimento a Mazzocca
La tradizione colloca nel 1153 il trasferimento della comunità presso la chiesa di San Firmiano, nel territorio di Foiano. Il signore locale Odoaldo avrebbe concesso a Giovanni la chiesa e le sue pertinenze. La vicenda segnala un mutamento di protezione signorile e un tentativo di stabilizzare la comunità in una sede riconosciuta. La documentazione narrativa non permette però di ricostruire tutti i termini giuridici della concessione.
Anche a San Firmiano Giovanni avrebbe continuato a riservarsi uno spazio appartato. La presenza di numerosi visitatori e la ricerca di condizioni migliori lo avrebbero spinto verso un altopiano più alto, ricco di acqua e boschi, nel comprensorio di Mazzocca. Secondo una ricostruzione fondata sulla Legenda, vi si trasferì dapprima con pochi compagni, mentre altri rimasero a San Firmiano. Un incendio, datato dalla tradizione al 1160, avrebbe poi favorito il ricongiungimento della comunità nella nuova sede.
Le fonti divulgative indicano spesso il 1156 come anno di fondazione dell'abbazia. Occorre distinguere l'avvio dell'insediamento e il riconoscimento della comunità dall'edificazione del complesso monastico, che le ricostruzioni collocano anche intorno al 1160-1161. Il termine abbazia, usato retrospettivamente, non implica che il monastero avesse già allora lo stesso rango istituzionale raggiunto nei secoli successivi.

La regola benedettina e il governo del monastero
Un elemento importante della storia istituzionale è la bolla attribuita a papa Adriano IV, datata 14 aprile 1156, che prescriveva ai religiosi raccolti attorno a Giovanni l'osservanza della Regola di san Benedetto. Il riferimento, riportato dalle ricostruzioni ecclesiastiche e locali, aiuta a comprendere come un'esperienza originariamente eremitica si trasformasse in una comunità cenobitica regolata. Non significa necessariamente che Giovanni fosse entrato da giovane in un ordine monastico già organizzato.
Il monastero assunse il titolo di Santa Maria del Gualdo, detto anche di Gualdo Mazzocca, dal bosco nel quale sorgeva. Giovanni ne fu ricordato come fondatore e primo priore. La scelta mariana, la regola comune e la necessità di organizzare gli spazi di preghiera e lavoro collegavano l'insediamento alla tradizione monastica occidentale, pur conservando il ricordo dell'austerità eremitica del fondatore.
La successiva importanza del monastero non deve essere proiettata integralmente sulla sua vita. La comunità acquistò prestigio, beni e una produzione culturale documentabile soprattutto dopo il 1170. Il ruolo di Giovanni consistette nel dare origine a un nucleo stabile, capace di sopravvivere alla morte del suo promotore e di inserirsi nella rete religiosa del Mezzogiorno.

La morte e la prima memoria del fondatore
La morte di Giovanni è ricordata il 14 novembre 1170, nel monastero di Santa Maria del Gualdo Mazzocca. La tradizione gli attribuisce circa ottantasei anni. Alcuni racconti descrivono una malattia febbrile e riferiscono che i confratelli nascosero la sepoltura per impedire la sottrazione del corpo; tali particolari dipendono dalla trasmissione agiografica e non possono essere trattati come referti contemporanei.
La sepoltura del fondatore e la custodia della sua memoria ebbero un ruolo importante per l'identità della comunità. Il luogo di sepoltura fu successivamente al centro di un'azione ecclesiastica di elevazione e traslazione, segno che il culto era già radicato. La continuità tra il ricordo personale dei discepoli, la redazione della Vita e la venerazione delle reliquie permette di comprendere perché Giovanni fosse considerato un santo locale prima della formalizzazione delle procedure di canonizzazione.
La sua memoria non va confusa con quella di altri eremiti medievali di nome Giovanni. Il legame specifico con Tufara, Foiano e Santa Maria del Gualdo costituisce l'elemento decisivo per identificarlo nelle fonti.

La Legenda e i documenti del Gualdo
La principale fonte narrativa sulla vita del fondatore è la Legenda del beato Giovanni eremita da Tufara, attribuita al monaco Giacomo e redatta nell'ambiente del monastero per iniziativa del terzo priore, anch'egli chiamato Giovanni, detto il Venerabile. La composizione è quindi successiva alla morte del protagonista, ma abbastanza vicina da conservare tradizioni e memorie comunitarie di notevole interesse. La distanza cronologica e le finalità edificanti richiedono di distinguere il nucleo storico dagli schemi letterari della santità.
Un'altra testimonianza di rilievo è il codice Vaticano latino 5949, associato alla storia del monastero e contenente, tra gli altri testi, materiale necrologico. La presenza di una tradizione manoscritta monastica consente di studiare Giovanni non soltanto attraverso il culto moderno, ma anche nel contesto istituzionale che produsse e conservò le testimonianze.
Lo studio filologico della Legenda è legato in particolare all'edizione critica curata da Fiorangelo Morrone nel 1992. La ricerca storica ha inoltre richiamato il contributo di Antonio Casamassa e degli specialisti di storia dell'Italia meridionale medievale. L'esistenza di queste indagini non elimina le lacune documentarie, ma permette di formulare giudizi più precisi sul valore delle singole notizie tramandate.

Il culto medievale e l'elevazione del 1221
La venerazione di Giovanni si consolidò nei decenni successivi alla morte. La tradizione documentaria ricorda una lettera di papa Onorio III, datata 3 giugno 1218, che avrebbe incaricato i vescovi di Dragonara e Lucera di esaminare la vita e i miracoli attribuiti all'eremita. Il dato va collocato nel periodo in cui la Sede apostolica andava rafforzando il proprio controllo sulle canonizzazioni, senza che fossero ancora scomparse le precedenti forme di riconoscimento locale.
Il 28 agosto 1221 tre vescovi, di Volturara, Dragonara e Montecorvino, agirono per delega dell'arcivescovo di Benevento Ruggiero e celebrarono l'elevazione e la traslazione del corpo di Giovanni. Le reliquie vennero collocate nell'altare della chiesa monastica. Il gesto, nel linguaggio e nella prassi ecclesiastica del tempo, poteva avere valore di canonizzazione episcopale: non è corretto confonderlo con una canonizzazione pontificia celebrata secondo le procedure moderne.
La distribuzione di reliquie a comunità vicine rafforzò i legami fra il monastero e i luoghi legati alla vita del fondatore. La tradizione assegna a Tufara il braccio destro, portato solennemente in paese in occasione delle celebrazioni del 1221. Altre reliquie sono collegate a Foiano e, in seguito, a San Bartolomeo in Galdo. Per la ricostruzione delle singole traslazioni posteriori è necessario distinguere i documenti dalle memorie locali.

Il titolo di beato e il riconoscimento del titolo di santo
Il Martirologio Romano, nella memoria del 14 novembre, presenta Giovanni come beato ed eremita del cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazzocca. Questa formulazione ha favorito per lungo tempo l'uso del titolo di beato, accanto al titolo di santo consolidato nella devozione della Valfortore. Non si tratta di due personaggi diversi, ma di differenti modalità storiche di designare lo stesso fondatore.
Il 30 ottobre 2013 la Congregazione delle Cause dei Santi comunicò all'arcidiocesi di Benevento che Giovanni doveva essere invocato con il titolo di santo. La motivazione richiamava il valore canonizzante dell'elevatio et translatio corporis celebrata nel 1221 per delega dell'arcivescovo. Il riconoscimento chiarisce una controversia terminologica e giuridica che non può essere risolta semplicemente applicando retroattivamente la disciplina contemporanea al Medioevo.
Il 26 agosto 2023 è stata annunciata e celebrata a Foiano la proclamazione di san Giovanni eremita quale patrono della Valfortore, alla presenza del cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. Questo sviluppo testimonia la vitalità del culto e la sua dimensione sovracomunale. Il titolo richiesto per la presente scheda, «Beato Giovanni da Tufara», conserva la denominazione del Martirologio, mentre la qualifica di santo rispecchia il chiarimento ecclesiastico del 2013.

La devozione nei paesi della valle
Tufara, Foiano di Val Fortore e San Bartolomeo in Galdo sono i principali luoghi di memoria di Giovanni. A Tufara la tradizione celebra il 28 agosto, anniversario della traslazione del 1221, e il 14 novembre, giorno della morte; il 24 giugno si collega invece alla festa onomastica di san Giovanni Battista. La pluralità delle date non modifica la memoria del Martirologio Romano, fissata al 14 novembre.
La devozione di Tufara comprende la distribuzione delle cosiddette panelle, piccoli pani benedetti associati alla memoria dell'eremita. La pratica è documentata dalle descrizioni comunali delle feste locali; il racconto miracoloso collegato alla sorgente detta Vazolo appartiene invece alla tradizione devozionale. Questi usi rivelano come il culto abbia assunto anche una dimensione comunitaria e identitaria, oltre che strettamente liturgica.
Il luogo del monastero di Mazzocca conserva una memoria materiale del fondatore, benché il complesso medievale abbia attraversato trasformazioni, declino e distruzioni. La storia successiva del cenobio non coincide con la biografia di Giovanni, ma testimonia la durata della sua eredità religiosa. La presenza di reliquie, immagini e feste nei paesi della valle conferma la continuità della venerazione, senza che sia possibile attribuire al fondatore ogni pratica sorta nei secoli seguenti.

Biografia

A cura di Antonio Galuzzi

Nacque a Tufara nel 1084 da Mainardo e Maria. Sin dalla fanciullezza, benchè visse in ambiente indifferente e quasi ostile, sentì i richiami del cristianesimo autentico e diede alla sua vita un indirizzo deciso. Amava praticare l’ufficio del sacrestano nella chiesa dei santi Pietro e Paolo e questo irritò i genitori e contribuì a diffondere pettegolezzi e maldicenze. I più invidiosi riferirono che Giovanni elargiva elemosine e donazione di cibo ai poveri del paese. I genitori informati dell’accaduto, un giorno decisero di smascherarlo mentre portava un cesto con i viveri ai poveri. Giovanni senza remore non esitò a obbedire e i genitori restarono esterrefatti nel costatare che quella cesta conteneva rose e fiori. Un segno che il Signore accordava al suo umile servo. 
Accortosi di essere di peso alla famiglia, Giovanni decise di abbandonare la casa e fuggire dal paese per seguire la strada che il Signore gli avrebbe indicato 
Appena diciottenne, mosso dal desiderio di approfondire la sua formazione filosofica e teologica, si recò a Parigi. 
Un’accreditata testimonianza afferma che Giovanni da Tufara si incontrò in S. Firmiano con il conterraneo e compagno di giovinezza, beato Stefano Corumano di Riccia. 
A Parigi, la vita mondana della città, il mondo di dotti e filosofi non rispondevano alle aspettative del beato Giovanni. Lui amava la solitudine perfetta, la contemplazione e il silenzio necessario per ascoltare la Parola di Dio. Decise di ritornare in Italia, a Tufara suo paesello, da dove avrebbe preso le mosse per appagare la sua sete di spiritualità. 
Vendette tutto e distribuì ai poveri il ricavato. Abbandonò la sua casa e percorrendo per l’ultima volta le strade della sua Tufara varcò la porta del castello per dare l’ultimo addio a tutto ciò che lo legava al suo paese. Incontrò un povero completamente nudo, con le mani protese verso di lui. Giovanni lo fissò attentamente, poi osservò se stesso e, preso da vergogna di ritrovarsi più ricco di quel poveretto, prese lo straccio di vestito che aveva addosso e rivestì il povero. Completamente nudo, a passi maestosi, s’inoltrò verso le montagne boscose dove condusse vita solitaria e austera in tuguri e grotte. Preso dall’amore di Dio, rinnegò se stesso, prese la sua croce, assoggettò il corpo allo Spirito, digiunò, a volte, per l’intera settimana. Le sue giornate erano scandite dalla preghiera, dalla meditazione, dalla contemplazione, dalla lettura della Parola di Dio e dalla penitenza. 
Trascorse la maggior parte della sua vita nelle grotte di Baselice nel beneventano. Molti uomini, attratti dal suo esempio e desiderosi di condurre una vita di contemplazione e di preghiera chiesero di unirsi a lui. Giovanni visto il fervore e la sincerità di questi uomini, diede origine ad una forma di vita comunitaria. 
Nel 1156 diede il via per la costruzione del monastero in "Gualdo Mazzocca" a Foiano (BN). Divenne un’abbazia da dove partirono i principi attivi del monachesimo in favore degli emarginati e degli oppressi della società feudale, offrendo non solo contemplazione e preghiera, ma sostegno e aiuto concreto. 
Nell’anno 1179, il 14 novembre, all’età di ottantasei anni, Giovanni da Tufara, colpito da forte febbre e spossato nella sua fibra pur resistente, alle ore nove morì. Le ultime parole furono di pace e di amore. I frati seppellirono in occulto il corpo del beato fondatore, timorosi che fosse trafugato, in una località sconosciuta del bosco. 


Il beato Giovanni eremita è stato un uomo di Dio, che si potrebbe definire "folle e saggio" . Folle, per essersi innamorato pazzamente di Dio, saggio, per aver fatto la scelta giusta. Dio l’ha amato e ha operato innumerevoli miracoli per mezzo di lui, risuscitando morti e guarendo infermi. Numerosissime persone lo hanno cercato e si sono recate da lui mentre era vivo e dopo la morte, attraverso i secoli, sono stati toccati da Dio e si sono trasformati in veri seguaci di Cristo. 
I monaci vicini al beato Giovanni eremita e il popolo della valle del Fortore, più volte hanno chiesto al Papa di ascrivere l’eremita di Tufara, nel catalogo dei santi. Il Papa Onorio III, con la bolla del 3 giugno 1218, diretta ai vescovi di Dragonara e di Lucera, chiedeva loro di fare ricerche accurate sulla vita e sui miracoli dell’eremita e di comunicargli l’esito delle indagini, per prendere, con l’aiuto della grazia divina, le debite decisioni. 
Nell’anno 1221, l’Arcivescovo di Benevento, Ruggiero, pregato dai monaci, mandò nel bosco Mazzocca, in vece sua il vescovo di Volturara e gli assegnò come collaboratori i vescovi di Dragonara e Montecorvino, conferendo loro l’incarico di collocare le ossa dell’eremita nell’altare da consacrare. 
Il vescovo di Volturara, che era il più anziano, iniziò ad alta voce l’antifona: "Il Signore l’ha amato e l’ha adornato; quest’uomo ha compiuto cose mirabili nella sua vita con letizia e gaudio di tutti" , poi collocò sull’altare della chiesa del monastero il corpo dell’eremita. Questo avveniva nell’anno 1221, il giorno 28 del mese di agosto, nel terzo anno di pontificato di Onorio terzo, nel primo di Federico II, imperatore di Roma e di Sicilia. 
Inutile narrare il giubilo e l’allegria del clero e del popolo di Tufara, che lasciando il paese deserto si recarono in processione nel bosco Mazzocca per partecipare alla gloria del loro concittadino. 
I Vescovi diedero ai tufaresi, animati da grande devozione, il braccio destro del beato Giovanni eremita, che la sera del 28 agosto fu portato a Tufara in solenne processione. I tre vescovi presero con sè delle reliquie da portare nelle loro chiese ed alcune furono assegnate ai paesi circonvicini. Soddisfatta così la pietà comune, il resto del corpo chiuso in ricca e forte cassa, fu collocato nell’altare della chiesa. In seguito le ossa furono traslate nella chiesa di S. Bartolomeo in Galdo (BN) poco distante da Tufara e da Foiano. 
Padre Antonio Casamassa ha fatto approfonditi studi. Da una nota del codice vaticano latino 5949 è riuscito a ricostruire la storia dell’abbazia di Gualdo Mazzocco e la vita del suo fondatore. Nell’anno 1625 il vescovo di Volturara inviava alla Sacra Congregazione dei riti una relazione sul culto e sulla venerazione che si attribuiva al beato. Nell’archivio della Sacra Congregazione fu trovato un documento che permetteva il culto del Beato e una copia di questo documento è stata, anni fa, consegnata proprio al padre Antonio Casamassa durante le sue ricerche e poi trasferita all’archivio parrocchiale di Foiano.

Approfondimenti

Il significato della canonizzazione episcopale
L'elevazione delle reliquie nel 1221 appartiene a una fase di transizione nella storia della canonizzazione. Il successivo chiarimento ecclesiastico del 2013 ha riconosciuto, per Giovanni, il valore della procedura medievale senza equipararla formalmente a una moderna celebrazione pontificia.

La tradizione manoscritta
La Legenda del monaco Giacomo e il codice Vaticano latino 5949 costituiscono due riferimenti essenziali per lo studio del fondatore e della comunità. Il confronto fra racconto agiografico e documentazione monastica è necessario per ricostruire la vicenda senza attribuire a tutti gli episodi il medesimo grado di certezza.

Curiosità
- A Tufara la festa del 14 novembre comprende la tradizionale distribuzione delle panelle benedette.
- Il 28 agosto ricorda localmente la solenne elevazione delle reliquie avvenuta nel 1221.

Cronologia

- Intorno al 1084: nascita tradizionalmente collocata a Tufara.
- Prima metà del XII secolo: esperienza eremitica nel territorio della Valfortore.
- 1153: trasferimento della comunità presso San Firmiano, secondo la Legenda.
- 14 aprile 1156: bolla attribuita ad Adriano IV relativa all'osservanza della Regola benedettina.
- Intorno al 1156-1161: formazione dell'insediamento monastico di Santa Maria del Gualdo Mazzocca.
- 14 novembre 1170: morte di Giovanni.
- 3 giugno 1218: iniziativa attribuita a Onorio III per l'esame della vita e dei miracoli.
- 28 agosto 1221: elevazione e traslazione del corpo per iniziativa episcopale.
- 30 ottobre 2013: comunicazione della Congregazione delle Cause dei Santi sul titolo di santo.
- 26 agosto 2023: proclamazione del patronato sulla Valfortore.

Valutazione storico-critica

- La figura del fondatore e il legame con Santa Maria del Gualdo Mazzocca sono solidamente radicati nella tradizione documentaria monastica.
- La Legenda di Giacomo è una fonte medievale importante ma posteriore ai fatti; gli episodi di infanzia, il viaggio a Parigi e i prodigi devono essere attribuiti alla narrazione agiografica.
- La data di nascita e diversi dettagli dei primi spostamenti non sono verificabili mediante testimonianze anagrafiche contemporanee.
- Le differenti date riferite alla fondazione distinguono verosimilmente fasi successive dell'insediamento e della costruzione del monastero.
- La memoria del Martirologio usa il titolo di beato; la Congregazione delle Cause dei Santi nel 2013 ha riconosciuto l'uso del titolo di santo.
- Il patronato della Valfortore del 2023 riguarda la storia recente del culto, non la biografia medievale.

Fonti e bibliografia essenziale

- Martyrologium Romanum, memoria del 14 novembre, voce relativa a Giovanni da Tufara.
- Giacomo, Legenda del beato Giovanni eremita da Tufara, testo agiografico medievale, tradizione manoscritta del monastero di Santa Maria del Gualdo.
- Fiorangelo Morrone (a cura di), La Legenda del beato Giovanni Eremita da Tufara, edizione critica, 1992.
- Biblioteca Apostolica Vaticana, manoscritto Vat. lat. 5949, documentazione monastica e necrologica di Santa Maria del Gualdo Mazzocca.
- Arcidiocesi di Campobasso-Bojano, San Giovanni Eremita da Tufara, ricostruzione storico-ecclesiastica.
- Comune di Tufara, documentazione sulle feste di San Giovanni Eremita e sulla tradizione delle reliquie.
- Giuseppe Carozza, San Giovanni da Tufara, patrono della Valfortore, PrimoPiano Molise, 26 agosto 2023.

Aggiunto/modificato il 22 ottobre 2026