Beato Yoshida Xoum (Giovanni)

Laico giapponese, martire

Festa: 18 novembre

Nascita-morte: Meaco, Giappone – Nagasaki, Giappone, 18 novembre 1619

Immagini di Beato Yoshida Xoum (Giovanni) Laico giapponese, martire

Nascita - morte:
Meaco, Giappone – Nagasaki, Giappone, 18 novembre 1619

Festa:
18 novembre

Etimologia:
Giovanni dall’ebraico Yôḥānān, «il Signore è misericordioso»; Yoshida è un cognome giapponese

Emblema:
Palma del martirio e fiamme

Categoria: I santi che iniziano con la lettera Y

Calendario: I santi del 18 novembre

Gruppo: Beati 205 Martiri Giapponesi

Martyrologium Romanum Martirologio Romano

A Nagasaki in Giappone, beati martiri Leonardo Kimura, religioso della Compagnia di Gesù, Andrea Murayama Tokuan, Cosma Takeya, Giovanni Yoshida Shoun, Domenico Jorge, arsi nel fuoco in quanto cristiani.

Ricordato anche come Yoshida Xoum o Giovanni Xoum, fu un cristiano laico giapponese ucciso a Nagasaki il 18 novembre 1619 durante la persecuzione anticristiana dello shogunato Tokugawa. Originario di Meaco, l’odierna Kyoto, si trasferì da giovane a Nagasaki, dove ricevette il battesimo dai gesuiti. Sposato con Maria e padre di famiglia, mise la propria casa a disposizione dei missionari che, dopo gli editti del 1614, erano costretti alla clandestinità. In particolare ospitò il religioso Alfonso de Mena, esponendosi consapevolmente alla repressione delle autorità. Arrestato, fu giudicato insieme a Leonardo Kimura, Andrea Murayama Tokuan, Cosma Takeya e Domenico Jorge: i cinque furono condannati al rogo per la loro fede e per l’aiuto prestato alla missione cristiana. Anche Maria morì martire a Nagasaki nel 1622. Giovanni appartiene ai 205 martiri del Giappone beatificati da Pio IX nel 1867; il Martirologio Romano ne commemora il sacrificio il 18 novembre. La sua vicenda testimonia il ruolo delle famiglie e delle confraternite laicali nella sopravvivenza delle comunità cattoliche giapponesi.

Biografia

A cura di Giampietro Cattini

Le origini a Meaco e la comunità cristiana di Nagasaki
Giovanni Yoshida, conosciuto nella letteratura missionaria europea come Xoum, Xoun o Shoun e nelle trascrizioni moderne come Shōun, nacque a Meaco, denominazione storica di Kyoto. Non sono noti né l’anno di nascita né i nomi dei genitori. Le notizie conservate si concentrano sulla sua vita adulta, sulla sua appartenenza alla comunità cristiana e sul processo che ne determinò la morte. È quindi impossibile ricostruirne con sicurezza l’infanzia, l’istruzione, la condizione economica e il mestiere. Le oscillazioni nella grafia del nome dipendono in parte dai sistemi impiegati dai missionari europei per rendere suoni giapponesi; non indicano persone diverse.
Secondo la relazione pubblicata dal gesuita Giuseppe Boero nel 1867, Giovanni si trasferì ancora giovane a Nagasaki e ricevette il battesimo dai padri della Compagnia di Gesù. La città, importante porto del Giappone meridionale, era divenuta uno dei centri principali della presenza cattolica dopo l’avvio dell’evangelizzazione da parte di Francesco Saverio nel 1549. La crescita delle comunità cristiane si era accompagnata alla formazione di reti di catechisti, confraternite, famiglie e collaboratori laici, indispensabili soprattutto quando la presenza dei sacerdoti divenne precaria.
Il battesimo gli diede il nome cristiano Giovanni. Non è attestato il giorno della cerimonia, né è possibile indicare quale missionario lo abbia battezzato. La fonte ottocentesca non attribuisce a Giovanni un ministero ordinato o una professione religiosa: la sua figura appartiene alla storia del laicato giapponese. La stessa relazione lo elenca fra i confratelli del Santo Rosario, associazione che riuniva fedeli impegnati nella vita religiosa delle comunità locali. Questo dato aiuta a comprendere il suo inserimento ecclesiale senza trasformarlo, impropriamente, in religioso o sacerdote.

Matrimonio, famiglia e responsabilità dei laici
Giovanni sposò Maria, anch’ella cristiana, e dalla loro unione nacquero figli. La famiglia non fu un elemento marginale della sua testimonianza: la casa divenne un luogo di ospitalità e di sostegno ai missionari. Le fonti non precisano quanti fossero i figli né consentono di ricostruire le loro singole vicende con sufficiente certezza. Boero riferisce complessivamente che anche moglie e figli furono coinvolti nel martirio; la documentazione nominativa consultata permette di identificare con sicurezza soprattutto la moglie Maria, decapitata a Nagasaki il 10 settembre 1622.
La partecipazione di Giovanni alla Confraternita del Rosario è attestata dall’elenco dei martiri inserito nella relazione di Boero. Le confraternite cattoliche del Giappone non erano soltanto aggregazioni devozionali: in una situazione di progressiva repressione contribuivano alla trasmissione della fede, alla solidarietà fra le famiglie e al mantenimento dei contatti con il clero. Non sono tuttavia documentati specifici incarichi direttivi svolti da Giovanni, né si può attribuirgli un’attività catechistica formalmente istituita in assenza di testimonianze.

Gli editti del 1614 e la clandestinità missionaria
Il quadro politico mutò radicalmente con l’affermazione del potere Tokugawa. L’editto anticristiano del 1614 portò alla soppressione di istituzioni ecclesiastiche, all’espulsione di missionari e a misure punitive contro chi continuava a professare o sostenere pubblicamente il cristianesimo. La persecuzione non ebbe ovunque la stessa intensità e non si sviluppò in maniera uniforme, ma a Nagasaki le autorità intervennero ripetutamente contro sacerdoti, catechisti e famiglie che li proteggevano.
La proibizione di dare alloggio ai religiosi colpiva direttamente l’organizzazione quotidiana della missione. I sacerdoti rimasti clandestinamente nel paese avevano bisogno di rifugi, cibo, informazioni e collegamenti fra comunità. In tale situazione il sostegno di un capofamiglia cristiano poteva comportare il rischio dell’arresto, della confisca dei beni e della morte. Giovanni scelse di continuare ad assistere i missionari nonostante questi pericoli. La sua vicenda mostra come la repressione religiosa non riguardasse soltanto gli ecclesiastici stranieri, ma anche i fedeli giapponesi che garantivano loro protezione.

L'ospitalità offerta ad Alfonso de Mena
L’episodio più preciso della biografia di Giovanni riguarda Alfonso de Mena, missionario domenicano attivo in Giappone. La relazione di Boero racconta che il religioso, privo di un rifugio sicuro, viveva in condizioni difficili in una zona boscosa vicina alla città. Venutone a conoscenza, Giovanni lo raggiunse e lo condusse nella propria abitazione. La decisione aveva un significato concreto: offriva al missionario la possibilità di sottrarsi all’esposizione e di proseguire, per quanto possibile, l’assistenza ai cristiani.
Le sintesi biografiche successive indicano il 15 marzo 1619 come giorno della scoperta di Alfonso de Mena nella casa di Giovanni e dell’arresto di entrambi. Il particolare cronologico è trasmesso dalla tradizione biografica, mentre il testo di Boero conferma il rapporto di ospitalità e il conseguente imprigionamento senza specificare, nel passo dedicato a Giovanni, quella data. Il nucleo della vicenda resta chiaro: la protezione data al religioso costituì uno dei capi di accusa contro il laico cristiano. Alfonso de Mena sopravvisse all’arresto e morì martire nel 1622; non deve quindi essere confuso con i cinque condannati del novembre 1619.

Il carcere e l'interrogatorio del 17 novembre 1619
Giovanni fu rinchiuso nelle carceri di Nagasaki. Non è possibile precisare la durata esatta della detenzione sulla base della sola relazione ottocentesca, che parla di prigionia già protratta per i cinque condannati. Il 17 novembre 1619 venne condotto davanti al governatore, chiamato Gonrocu nelle fonti italiane dell’epoca, insieme a Leonardo Kimura, Domenico Jorge, Andrea Murayama Tokuan e Cosma Takeya. La composizione del gruppo è importante: comprendeva un religioso gesuita e quattro laici, accomunati dalla fedeltà cristiana ma distinti per origine e condizione.
Secondo Boero, l’interrogatorio mise in evidenza il ruolo svolto da ciascuno nell’ospitalità clandestina. Giovanni riconobbe di aver accolto Alfonso de Mena; Andrea aveva protetto Francesco de Morales, Cosma altri domenicani e Domenico Jorge religiosi della Compagnia di Gesù. L’autorità offrì loro la possibilità di salvarsi rinnegando la fede. La narrazione ecclesiastica afferma che tutti rifiutarono. La struttura del racconto è tipica delle relazioni martiriali, ma l’identificazione dei condannati, la causa religiosa della sentenza e il giorno del supplizio sono corroborati dalla loro inclusione nel culto riconosciuto.
Il confronto con il governatore non deve essere trasformato in una trascrizione giudiziaria moderna. Boero scrive quasi due secoli e mezzo dopo i fatti, utilizzando processi apostolici e relazioni missionarie precedenti. Il testo conserva informazioni di notevole interesse, ma non garantisce che ogni dialogo riportato riproduca letteralmente le parole pronunciate nel tribunale di Nagasaki. Per Giovanni non è attestata una dichiarazione personale estesa: viene riferita la sua ammissione di avere ospitato il missionario e la fermezza comune dei cinque imputati.

Il rogo sulla collina di Nagasaki
La sentenza fu eseguita il 18 novembre 1619. I cinque cristiani vennero condotti a un’altura presso il mare, identificata con l’area di Nishizaka, già teatro dell’uccisione dei ventisei martiri del 1597. Furono legati a pali e arsi vivi. Le descrizioni antiche insistono sulla presenza di una grande folla e sulla compostezza dei condannati. Tali elementi appartengono alla memoria testimoniale e devozionale dell’evento; il numero esatto degli spettatori, riportato in cifre molto elevate, non può essere verificato indipendentemente.
I compagni di Giovanni furono Leonardo Kimura, religioso della Compagnia di Gesù; Andrea Murayama Tokuan, laico giapponese; Cosma Takeya, laico originario della Corea secondo la relazione di Boero; e Domenico Jorge, laico portoghese residente in Giappone. Le diverse provenienze del gruppo riflettono la composizione cosmopolita della comunità cristiana di Nagasaki. La documentazione più recente presenta talvolta Cosma con la qualifica di laico della diocesi di Nagasaki e ne registra le varianti onomastiche. Non vi è ragione di confondere i cinque martiri del 18 novembre con altri gruppi uccisi nelle settimane successive.
Dopo il rogo, secondo la relazione di Boero, i resti ossei furono spezzati e gettati in mare per impedirne la conservazione. Alcuni cristiani ne avrebbero recuperato frammenti, senza però poter stabilire a quale martire appartenessero. Il racconto documenta la memoria di un tentativo di sopprimere il culto delle reliquie e, al tempo stesso, impedisce di attribuire con certezza a Giovanni eventuali frammenti conservati. Non risultano accertati un luogo individuale di sepoltura o una ricognizione canonica di reliquie a lui intestate.

La morte di Maria e la memoria familiare
La moglie Maria rimase in vita dopo il supplizio del marito. Fu decapitata a Nagasaki il 10 settembre 1622, nel contesto delle grandi esecuzioni che colpirono nuovamente la comunità cristiana. Anche lei figura fra i martiri beatificati nel 1867. La memoria di Giovanni e Maria unisce quindi due date distinte, il 18 novembre 1619 e il 10 settembre 1622, e mostra la continuità della persecuzione nel corso di più anni. Il fatto che entrambi i coniugi siano riconosciuti beati non autorizza ad attribuire loro episodi domestici, preghiere o discorsi non trasmessi dalle fonti.
Il riferimento di Boero a figli che sarebbero stati anch’essi martiri non è accompagnato, nel passo biografico, da nomi e date. L’informazione va mantenuta nella forma in cui è tramandata, senza costruire una genealogia congetturale. La presenza di numerose famiglie interamente coinvolte nelle persecuzioni di Nagasaki è storicamente attestata; non per questo i dati relativi ad altre coppie, come Domenico Jorge e Isabella Fernandes, possono essere trasferiti alla famiglia Yoshida.

Beatificazione e commemorazione ecclesiastica
Giovanni fu incluso nel gruppo dei 205 martiri del Giappone riconosciuti dalla Chiesa cattolica e beatificati sotto Pio IX nel 1867. La data comunemente indicata per la beatificazione è il 7 luglio 1867; il repertorio ecclesiastico norvegese consultato segnala un breve pontificio del 7 maggio dello stesso anno. Si tratta di momenti documentari diversi, che non devono essere confusi. L’elenco pubblicato da Giuseppe Boero nel 1867 registra Giovanni Xoum al numero 13, fra i cinque martiri del 18 novembre 1619, e lo qualifica come confratello del Santo Rosario.
Il Martirologio Romano commemora il 18 novembre, a Nagasaki, Leonardo Kimura e i suoi quattro compagni, fra i quali Giovanni Yoshida Shōun. La memoria individuale coincide dunque con l’anniversario del martirio, mentre il gruppo generale dei 205 martiri può essere ricordato in calendari e repertori anche con altri criteri commemorativi. La qualifica ecclesiastica di Giovanni è quella di beato martire, non di santo canonizzato. La sua importanza storica risiede soprattutto nella scelta di mettere a rischio la propria vita per accogliere un missionario e sostenere la comunità perseguitata.

Biografia

A cura di Antonio Borrelli

L’evangelizzazione del Giappone, iniziata con il gesuita s. Francesco Xavier e con i suoi confratelli, e sviluppata notevolmente nei decenni successivi al 1549, ebbe nella sua sofferta evoluzione due periodi di persecuzione efferata, a conferma che ogni opera missionaria ha versato sempre il suo tributo di sangue, quale seme fecondo di nuovi cristiani.
La prima iniziata il 9 dicembre 1596 ad opera dello ‘shogun’ Hideyoshi, portò al martirio i primi 26 cattolici fra cui tre gesuiti giapponesi e sei francescani, crocifissi e trafitti il 5 febbraio 1597, nella zona di Nagasaki sulla ‘santa collina’; i martiri furono proclamati santi da papa Pio IX nel 1862.
La seconda persecuzione, dopo un proficuo periodo di pace che vide l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani, ma anche domenicani ed agostiniani, si scatenò ad opera dello ‘shogun’ Ieyasu, dal 1614 e con i suoi successori fino al 1632; una furiosa carneficina che colpì missionari, catechisti, laici di ogni condizione sociale, perfino bambini e intere famiglie; uccisi secondo lo stile orientale, fra vari e raffinati supplizi.
La maggior parte dei martiri, che furono migliaia, morirono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la ‘santa collina’ di Nagasaki, già teatro della prima persecuzione, fu sinistramente illuminata dalla fila di torce umane per parecchie sere e notti; altri martiri furono decapitati o tagliati membro per membro.
Di questa seconda, più lunga e numerosa persecuzione, raccogliendo testimonianze, la Chiesa ha potuto riconoscere, fra le varie migliaia di vittime, la validità storica del martirio per almeno 205 di esse, che papa Pio IX, il 7 luglio 1867 proclamò Beati.

Fra essi si annovera il beato Yochida Xoum e sua moglie Maria; nato a Meaco, si trasferì da giovane a Nagasaki dove incontrò i padri della Compagnia di Gesù, ricevendo l’educazione cristiana e il battesimo con il nome di Giovanni.
Dopo il matrimonio con Maria anche lei cattolica e dal quale nacquero dei figli, continuò a dare aiuto valido ai Gesuiti nella diffusione del Vangelo.
Quando nel 1614, scoppiò con ferocia la persecuzione contro i missionari cristiani stranieri, che vennero espulsi dal Giappone, Yochida Xoum ne ospitò di nascosto alcuni, ben sapendo il rischio a cui andava incontro, giacché chi veniva sorpreso in quest’opera di ospitalità, veniva punito con la morte.
Fra i missionari ospitati, vi fu anche il beato martire gesuita Alfonso de Mena († 1622), che venne scoperto nella sua casa il 15 marzo 1619 e imprigionato; anche Giovanni Yochida fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di Nagasaki. Il 17 novembre 1619 fu interrogato dal governatore Gonrocu che tentò invano di fargli rinnegare la fede cristiana.
Il 18 novembre con altri quattro compagni (Leonardo Kimura gesuita, Murayama Tokuan Andrea, Takeya Cosma, Jorge Domenico), fu arso vivo sulla collina di Nagasaki. Le ossa dei cinque martiri furono spezzate e gettate in mare, i cristiani riuscirono a recuperarne alcune.
La moglie Maria, sopravvissuta allora, subì poi il martirio tre anni dopo, venendo decapitata il 10 settembre 1622 e ricordata appunto in tale giorno.
Il beato Yochida Xaum (Giovanni), è ricordato nel martirologio Romano il 18 novembre.

Approfondimenti

Le forme del nome nelle fonti
La relazione italiana del 1867 impiega Giovanni Xoum e, in un altro passo, Xoun; il repertorio ecclesiastico moderno usa Johannes Shoun, mentre il Martirologio Romano e gli elenchi aggiornati riportano Yoshida Shōun. La forma Yoshida Xoum conserva una trascrizione storica riconoscibile. Le varianti sono da ricondurre alla stessa persona, non a martiri omonimi.

Il carattere composito delle testimonianze
La narrazione di Giuseppe Boero, pubblicata nel 1867 in occasione della beatificazione, non è un verbale coevo al 1619. L’autore dichiara di utilizzare processi apostolici, relazioni inviate dal Giappone e storie missionarie precedenti. Il valore documentario è significativo per nomi, luoghi, successione degli eventi e ragioni delle condanne; i dialoghi, le cifre della folla e le descrizioni del comportamento dei martiri richiedono una lettura critica.

Cronologia

- Data non documentata: nascita a Meaco, l’odierna Kyoto.
- Giovinezza, data non accertata: trasferimento a Nagasaki e battesimo ricevuto dai gesuiti.
- Prima del 1619: matrimonio con Maria, nascita dei figli e appartenenza alla Confraternita del Santo Rosario.
- 1614: promulgazione delle misure anticristiane dello shogunato Tokugawa; Giovanni continua a sostenere i missionari clandestini.
- 1619: ospitalità offerta al domenicano Alfonso de Mena e arresto di Giovanni.
- 17 novembre 1619: interrogatorio a Nagasaki insieme ai quattro compagni.
- 18 novembre 1619: martirio mediante il rogo a Nagasaki.
- 10 settembre 1622: martirio della moglie Maria a Nagasaki.
- 7 luglio 1867: beatificazione fra i 205 martiri del Giappone sotto Pio IX.
- 18 novembre: commemorazione nel Martirologio Romano.

Valutazione storico-critica

- Identità: Giovanni Xoum, Xoun, Shoun e Yoshida Shōun sono varianti onomastiche riferite al medesimo martire del 18 novembre 1619.
- Attestazioni principali: la relazione di Giuseppe Boero del 1867, fondata su documentazione missionaria e processuale precedente, registra origine, battesimo, matrimonio, ospitalità al missionario, condanna e martirio.
- Cronologia: morte e gruppo dei cinque martiri sono saldamente attestati; la data esatta dell’arresto, 15 marzo 1619, è riferita dalle sintesi successive e non compare nel passo individuale di Boero consultato.
- Famiglia: la moglie Maria è identificabile fra le martiri del 10 settembre 1622; nomi, numero e destino individuale dei figli non sono accertati con la stessa precisione.
- Narrazione del supplizio: le notizie sulla folla, sui gesti e sul recupero delle ossa provengono dalla tradizione missionaria; non permettono verifiche quantitative né attribuzioni individuali di reliquie.
- Culto: beatificazione del 1867 e memoria del 18 novembre nel Martirologio Romano; non risulta una successiva canonizzazione.

Fonti e bibliografia essenziale

- Giuseppe Boero, Relazione della gloriosa morte di ducento e cinque beati martiri nel Giappone, Roma, coi tipi della Civiltà Cattolica, 1867, sezione VII, «Cinque arsi vivi in Nangasachi», ed elenco dei martiri.
- Martirologio Romano, commemorazione del 18 novembre relativa ai beati Leonardo Kimura, Andrea Murayama Tokuan, Cosma Takeya, Giovanni Yoshida Shōun e Domenico Jorge.
- Per Einar Odden, «Den salige Johannes Shoun (–1619)», Den katolske kirke, repertorio biografico ecclesiastico norvegese, aggiornamento del 20 ottobre 2000.

Aggiunto/modificato il 24 ottobre 2026