San Tommaso Hioji Kokuzayemon Nishi
Sacerdote domenicano, martire
Festa: 17 novembre
Nascita-morte: Hirado, Giappone, 1590 - Nagasaki, Giappone, 17 novembre 1634
Nascita - morte:
Hirado, Giappone, 1590 - Nagasaki, Giappone, 17 novembre 1634
Festa:
17 novembre
Etimologia:
Tommaso dall’aramaico te’oma, «gemello»; il cognome giapponese Nishi significa «ovest»
Emblema:
Abito domenicano e palma del martirio
Categoria: I santi che iniziano con la lettera T
Calendario: I santi del 17 novembre
Martirologio Romano
Conosciuto anche come Tommaso Nishi di San Giacinto, fu un sacerdote domenicano giapponese martirizzato a Nagasaki durante la persecuzione anticristiana del periodo Tokugawa. Nato nell’area di Hirado, nell’isola di Kyūshū, proveniva da una famiglia cristiana colpita dalla repressione religiosa. Formatosi presso i gesuiti, svolse dapprima il servizio di catechista; raggiunse poi Manila, dove entrò nell’Ordine dei Predicatori e ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1626. Dopo un periodo missionario a Formosa, tornò clandestinamente in Giappone nel 1629, dedicandosi ai fedeli privati di assistenza spirituale. Arrestato nel 1634 insieme al confratello Giordano Ansalone, subì la tortura detta della forca e della fossa. La memoria del Martirologio Romano è fissata al 17 novembre, benché una ricostruzione domenicana collochi la sua morte al 15 novembre. Beatificato nel 1981 e canonizzato nel 1987 da Giovanni Paolo II, appartiene al gruppo dei sedici martiri domenicani del Giappone, commemorati insieme anche il 28 settembre.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Origini a Hirado e famiglia cristiana
Tommaso Nishi nacque nel 1590 nell’area di Hirado, nell’attuale prefettura di Nagasaki, sull’isola di Kyūshū. La conferenza episcopale giapponese precisa come luogo di origine Ikitsuki, isola legata storicamente a Hirado. Le fonti lo designano in forme diverse: Hioji, Hiohi, Hioji Rokuzayemon o Rokusayemon Nishi; la grafia Kokuzayemon presente in alcuni repertori italiani non deve essere interpretata come un personaggio distinto. La tradizione giapponese conserva il nome 西六左衛門, Nishi Rokuzayemon. In religione assunse il nome di Tommaso di San Giacinto, che nelle fonti latine appare come Thomas a Sancto Hyacintho.
Una pubblicazione della Conferenza episcopale del Giappone, edita nel 1988, identifica il padre con Gaspar Nishi, legato all’amministrazione della famiglia Koteda, e riferisce che nel 1609 egli fu ucciso con la moglie e il primogenito per essersi rifiutato di abbandonare la fede cristiana. La ricostruzione pubblicata da un’istituzione domenicana giapponese indica per la madre il nome cristiano di Ursula. Questi particolari provengono da tradizioni storiche ecclesiastiche locali e vanno distinti dai dati anagrafici attestati in modo indipendente. Il fatto che Tommaso provenisse da una famiglia di cristiani martirizzati è confermato anche dalla biografia ufficiale diffusa in occasione della canonizzazione.
La biografia domenicana inglese Witnesses of the Faith in the Orient racconta invece che il giovane avrebbe assistito al martirio dei genitori quando aveva dieci anni: tale collocazione intorno al 1600 non coincide con il 1609 indicato dalla pubblicazione episcopale giapponese. Non è corretto combinare i due racconti come se fornissero una cronologia univoca. Rimane storicamente significativa l’esperienza familiare della persecuzione, mentre la data e la modalità precisa dell’eventuale testimonianza diretta del ragazzo richiedono cautela.
Formazione presso i gesuiti e servizio di catechista
Intorno al 1602, secondo la tradizione biografica domenicana, Tommaso entrò nel seminario o collegio dei gesuiti di Nagasaki, dove ricevette un’educazione religiosa e culturale. La preparazione di giovani collaboratori giapponesi era essenziale per la missione: la conoscenza della lingua, delle relazioni sociali e delle consuetudini locali permetteva loro di assistere i sacerdoti europei e di mantenere i contatti con le comunità cristiane. Le fonti ricordano che Tommaso esercitò la funzione di catechista, indicata nelle testimonianze giapponesi anche con il termine dōjuku, collaboratore stabile della missione.
I ritratti spirituali tramandati dai domenicani insistono sulla sua moderazione, sulla disciplina personale e sulla capacità di accompagnare altri fedeli. Si tratta di giudizi propri della letteratura religiosa e non di episodi che possano essere controllati singolarmente. Più solido è il dato del suo inserimento nella rete educativa e pastorale della Chiesa giapponese prima dell’ordinazione sacerdotale. L’esperienza di catechista aiuta a comprendere perché, quando tornò nel paese sotto persecuzione, poté svolgere il ministero senza dipendere costantemente da interpreti o intermediari.
L’ambiente in cui si formò era attraversato da profonde trasformazioni. Le autorità giapponesi avevano progressivamente ristretto gli spazi concessi alle missioni cattoliche, mentre la presenza di operatori commerciali e religiosi europei alimentava sospetti politici. Il divieto generale del cristianesimo promulgato nel 1614 aggravò una situazione già difficile e impose a molti missionari l’espulsione o la clandestinità. Tommaso fu coinvolto direttamente in queste misure, che interruppero il suo primo servizio nella patria.
Dall’espulsione al noviziato domenicano a Manila
Le fonti divergono su una tappa importante. La biografia vaticana preparata per la canonizzazione riassume il suo trasferimento a Manila nell’anno 1614, collegandolo all’espulsione dal Giappone. La ricostruzione pubblicata dalla Conferenza episcopale giapponese parla invece di un trasferimento verso Manila intorno al 1620; un profilo domenicano giapponese distingue l’espulsione del 1614 verso Macao dal successivo arrivo nelle Filippine nel 1620. Perciò il 1614 può essere considerato l’anno della rottura con la missione giapponese, ma non è prudente presentarlo senza riserve come data certa del suo arrivo a Manila.
Nelle Filippine, allora sotto il governo spagnolo, Tommaso si avvicinò ai domenicani della Provincia del Santissimo Rosario, impegnata nelle missioni dell’Asia orientale. La formazione si svolse nell’ambiente del Collegio di San Tommaso di Manila, con studi filosofici e teologici. La biografia domenicana ricorda, fra i docenti, Domingo González e Francisco de Paula; questi nomi appartengono alla ricostruzione interna dell’Ordine e non sono indispensabili per stabilire la sequenza essenziale degli avvenimenti.
Il 15 agosto 1624 ricevette l’abito domenicano. La Conferenza episcopale giapponese conferma il 1624 come anno di ingresso nel noviziato e il 1625 come anno della professione religiosa. La fonte domenicana inglese indica il 16 agosto 1625 per la professione e il 15 agosto 1626 per l’ordinazione presbiterale; la stessa conferenza episcopale giapponese, pur registrando la sua condizione sacerdotale, dichiara non accertato il giorno dell’ordinazione. È dunque ragionevole conservare il 1626 come anno tradizionalmente riconosciuto per l’ordinazione, distinguendolo dalla precisione calendariale non condivisa da tutte le fonti.
Il nome religioso di Tommaso di San Giacinto richiama sia san Tommaso d’Aquino sia san Giacinto di Polonia, venerato come missionario domenicano. Questa interpretazione è attestata nella tradizione dell’Ordine. L’ingresso in una famiglia religiosa europea non cancellò la sua identità giapponese: proprio la combinazione di preparazione domenicana e radicamento culturale locale divenne una caratteristica del suo successivo apostolato.
La missione a Formosa e il ritorno in Giappone
Dopo l’ordinazione, Tommaso fu destinato alla missione di Formosa, l’odierna Taiwan. La presenza domenicana nell’isola si inseriva nell’espansione missionaria collegata alle basi spagnole del Pacifico e alle comunicazioni con Manila. Le biografie ecclesiastiche collocano il suo servizio a Formosa fra il 1626 e il 1629, prima del ritorno clandestino nella patria. Non è possibile ricostruire con sicurezza tutte le località nelle quali operò né attribuirgli personalmente ogni iniziativa missionaria sviluppata in quegli anni nell’isola.
L’esperienza a Formosa fu una fase reale della sua vita, ricordata espressamente dal Martirologio Romano e dalla biografia vaticana. La sua missione non si esauriva nel servizio a gruppi europei: le fonti domenicane la collegano anche all’annuncio presso le popolazioni locali. Mancano tuttavia elementi sufficienti per definire con precisione la consistenza delle comunità affidategli o il numero delle conversioni. Un simile silenzio documentario non sminuisce il significato della sua attività, ma impedisce di trasformare in dati numerici le descrizioni generali di zelo apostolico.
La Conferenza episcopale giapponese registra il 10 novembre 1629 come data del suo rientro in Giappone. Il profilo domenicano giapponese menziona una rotta che passava per Ishigaki, nelle isole Ryūkyū, prima dell’approdo nell’area di Nagasaki. Il ritorno comportava un rischio concreto: il divieto del cristianesimo era ormai consolidato e il sostegno ai missionari poteva esporre anche i laici a detenzione e condanna. Tommaso decise comunque di raggiungere le comunità che avevano perso gran parte del clero e vivevano sotto controllo delle autorità.
Cinque anni di ministero clandestino
Tra il novembre 1629 e l’arresto del 1634 Tommaso esercitò il ministero sacerdotale clandestinamente. La biografia ufficiale della canonizzazione sintetizza questo periodo come cinque anni di attività apostolica in mezzo a gravi pericoli. Le testimonianze domenicane precisano che si dedicò alla celebrazione dell’eucaristia, all’amministrazione dei sacramenti, alla catechesi e al sostegno dei fedeli che avevano ceduto alle pressioni per rinnegare il cristianesimo. Le indicazioni sulle regioni attraversate, soprattutto Nagasaki e l’area di Ōmura, devono essere lette nel quadro di una rete di comunità mobili e spesso costrette alla segretezza.
La persecuzione non colpiva soltanto i sacerdoti. Anche chi li ospitava, comunicava con loro o forniva sostegno materiale rischiava di essere denunciato. Il governo Tokugawa perseguiva la soppressione delle strutture cristiane e sviluppava strumenti di sorveglianza che rendevano sempre più difficili gli spostamenti. La condizione di giapponese consentiva a Tommaso, secondo la storiografia domenicana, una libertà di movimento relativamente maggiore rispetto ai missionari europei, ma non gli garantiva sicurezza. Le autorità lo ricercavano proprio per l’efficacia del suo servizio.
Una circostanza particolarmente importante è l’esistenza di scritti attribuiti a Tommaso. Il repertorio Witnesses of the Faith in the Orient segnala cinque lettere composte tra il 1629 e il 1633 e una relazione del 28 settembre 1633 riguardante la persecuzione e il martirio di Domenico Ibáñez de Erquicia, Francesco Shoyemon e altri cristiani. La pubblicazione rimanda alla documentazione della causa, curata dal domenicano Fidel Villarroel. Non si tratta dunque soltanto di un protagonista conosciuto per racconti edificanti posteriori: egli fu anche un testimone che comunicò notizie sulle condizioni delle comunità e sulle violenze subite. La presenza di questi testi non autorizza però ad attribuirgli parole o citazioni non controllate sui manoscritti o sulle edizioni della documentazione.
Negli ultimi mesi collaborò con Giordano di Santo Stefano, noto anche come Giacinto Giordano Ansalone, domenicano siciliano giunto in Giappone nel 1632. I due sacerdoti appartenevano a percorsi diversi ma operavano nello stesso contesto di clandestinità. La tradizione domenicana riferisce che Tommaso raggiunse il confratello quando seppe che era gravemente malato, per assisterlo spiritualmente e materialmente. La notizia è coerente con le testimonianze della loro cattura congiunta, benché i particolari narrativi della ricerca del malato derivino da una tradizione biografica interna all’Ordine.
Arresto, prigionia e martirio a Nagasaki
L’arresto dei due domenicani è collocato dalle ricostruzioni più dettagliate al 4 agosto 1634, in prossimità della festa di san Domenico secondo il calendario allora in uso. Le notizie divulgative non sono tutte concordi: alcune indicano il 4 luglio, mentre il racconto domenicano e quello presente nella scheda italiana del santo privilegiano il 4 agosto. Per questo la data va attribuita esplicitamente alla tradizione documentaria che la tramanda. Dopo la cattura, Tommaso fu condotto a Nagasaki, interrogato e incarcerato. Le biografie dell’Ordine descrivono la reclusione in una struttura angusta e il ricorso a torture volte a ottenere l’abiura.
L’11 novembre 1634 Tommaso e Giordano furono avviati al supplizio sul colle di Nishizaka, luogo già segnato da precedenti esecuzioni di cristiani. Le fonti narrano che i due sacerdoti furono condotti insieme ad altri prigionieri, fra i quali figurava Marina di Ōmura, associata alla famiglia domenicana. I racconti devozionali ricordano gesti di preghiera e un saluto fra i due confratelli. Tali particolari sono da presentare come tradizione trasmessa dai biografi, non come verbale contemporaneo ricostruibile parola per parola.
Il supplizio della forca e della fossa, noto nella storiografia del martirio giapponese come ana-tsurushi, consisteva nel sospendere il condannato a testa in giù sopra una fossa. La procedura poteva protrarsi per giorni e aveva lo scopo di ottenere la rinuncia alla fede. Il Martirologio Romano accomuna Tommaso e Giordano, ricordando che morirono dopo giorni di torture per ordine delle autorità del governo Tokugawa, durante il potere dello shōgun Tokugawa Iemitsu. La morte fu conseguenza della repressione religiosa e del rifiuto di abbandonare il ministero cristiano.
Sulla data esatta della morte individuale esiste una divergenza da conservare. Il Martirologio Romano e la pubblicazione della Conferenza episcopale giapponese commemorano il martirio di Tommaso il 17 novembre 1634; la biografia domenicana Witnesses of the Faith in the Orient lo colloca invece al 15 novembre, distinguendolo da Giordano, morto il 17. L’inizio del supplizio all’11 novembre spiega perché le fonti possano indicare una durata di cinque, sei o sette giorni. In mancanza di una concordanza documentaria assoluta, la memoria del 17 novembre resta il riferimento liturgico richiesto, mentre la data storica individuale va segnalata come discussa.
La tradizione riferisce che, dopo la morte, il corpo di Tommaso fu bruciato per impedire la raccolta delle reliquie. La dispersione o distruzione dei resti è ricordata anche per altri martiri di Nagasaki. Non risultano, nelle fonti qui identificate, reliquie corporee sicuramente attribuibili a lui. L’assenza di reliquie accertate non va colmata con indicazioni di santuari o traslazioni non documentate.
Riconoscimento ecclesiastico e memoria dei sedici martiri
Tommaso Nishi appartiene al gruppo dei sedici martiri domenicani del Giappone uccisi tra il 1633 e il 1637. Il gruppo comprende sacerdoti, religiosi, catechisti e laici di diverse provenienze nazionali, fra i quali Lorenzo Ruiz di Manila. Questa composizione rende la causa particolarmente significativa per la storia della missione cattolica in Asia: la testimonianza non fu esclusivamente europea, ma coinvolse cristiani giapponesi e filippini, donne e uomini, persone consacrate e collaboratori laici.
Giovanni Paolo II beatificò i sedici martiri a Manila il 18 febbraio 1981 e li canonizzò a Roma il 18 ottobre 1987. La documentazione vaticana relativa alla canonizzazione presenta Tommaso come sacerdote giapponese, figlio di martiri, formato dai gesuiti, poi domenicano missionario a Taiwan e in Giappone. Il riconoscimento ufficiale del culto è quindi un dato certo e non una semplice attribuzione tradizionale del titolo di santo.
Il Martirologio Romano ricorda Tommaso il 17 novembre insieme a Giordano Ansalone, mentre il calendario proprio domenicano celebra il gruppo dei sedici martiri il 28 settembre. La distinzione tra memoria individuale e celebrazione collettiva evita un’apparente contraddizione fra le date riportate dai diversi repertori. La Conferenza episcopale giapponese ha inoltre dedicato ai sedici martiri una pubblicazione specifica, uscita nel 1988, nella quale la figura di Tommaso occupa un posto di rilievo.
Nella memoria ecclesiale giapponese il santo è legato in modo particolare all’isola di Ikitsuki, alla formazione cristiana di Nagasaki e al colle di Nishizaka. Il suo percorso, da catechista a sacerdote, dalle Filippine a Formosa e infine alla clandestinità in patria, documenta la dimensione transnazionale delle missioni del Seicento. La sua vicenda resta tuttavia inseparabile da quella delle comunità locali, senza le quali il ministero clandestino non avrebbe potuto essere esercitato.
Biografia
A cura di Andreas Resch
I santi DOMENICO IBÁÑEZ, GIACOMO KYUSHEI TOMONAGA, Domenicani, LORENZO RUIZ, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici. Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli. Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente. Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti. A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione. Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente. Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre al¬l'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso. Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai. I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione al¬l'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari. Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568 – 1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582 – 1598). In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (S. Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo pote respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600 – 1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616 – 1622) e il nipote Yemitsu (1622 – 1651), e poi una lunga serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò. La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
TOMMASO HIOJI ROKUZAYEMON NISHI DI S. GIACINTO, Sacerdote Domenicano
Il santo Tommaso Hioji nacque in Hirado, Giappone, nel 1590 da genitori cristiani poi martirizzati. A 12 anni entrò nel Collegio dei Gesuiti e diventò catechista. Nel 1614 andò a Manila, dove continuò gli studi per diventare sacerdote. Il 15 agosto 1624, vesti l'abito Domenicano e nel 1626 fu ordinato sacerdote. Salpò subito per Formosa con altri religiosi, dove fondò una missione in cui lavorò per 3 anni tra gli spagnoli e i nativi. Nel 1629 andò a Nagasaki dove fu perseguitato da tiranni ed infine arrestato il 4 agosto 1634. Dal tribunale fu condotto in prigione, insieme con l'Ansalone. L'11 novembre 1634 fu portato al « Nishizaka » (Monte Santo) dove, dopo aver baciato la terra e salutato P. Ansalone, fu sottoposto alle torture della forca e fossa e morì dopo cinque o sei giorni. Il suo corpo fu cremato.
Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.
Approfondimenti
La data del martirio e le memorie liturgiche
La commemorazione del 17 novembre corrisponde al Martirologio Romano e alla pubblicazione della Conferenza episcopale giapponese, mentre una biografia domenicana colloca la morte individuale al 15 novembre. La festa collettiva dei sedici martiri nel calendario domenicano cade il 28 settembre. Questi tre riferimenti non vanno confusi: due riguardano ricostruzioni della morte e il terzo la celebrazione liturgica del gruppo.
Le testimonianze scritte del missionario
Il repertorio domenicano Witnesses of the Faith in the Orient segnala cinque lettere attribuite a Tommaso e una relazione del 28 settembre 1633 sulla persecuzione, rinviando alla documentazione della causa curata da Fidel Villarroel. Il dato indica un nucleo documentario più preciso delle sole narrazioni posteriori, pur richiedendo un esame diretto delle edizioni per qualunque citazione testuale.
Cronologia
- 1590: nascita nell’area di Hirado, a Ikitsuki.
- 1602 circa: formazione presso i gesuiti di Nagasaki, secondo la tradizione biografica.
- 1609: martirio dei familiari secondo la pubblicazione episcopale giapponese.
- 1614: espulsione dal Giappone nel contesto del divieto del cristianesimo; la cronologia del trasferimento a Manila è controversa.
- 1624: ingresso nel noviziato domenicano a Manila.
- 1625: professione religiosa.
- 1626: ordinazione sacerdotale secondo la tradizione domenicana; successiva missione a Formosa.
- 10 novembre 1629: ritorno clandestino in Giappone.
- 1634: arresto insieme a Giordano Ansalone, tradizionalmente datato al 4 agosto.
- 11 novembre 1634: inizio del supplizio a Nishizaka.
- 15-17 novembre 1634: morte; 17 novembre secondo il Martirologio Romano, 15 novembre secondo una ricostruzione domenicana.
- 18 febbraio 1981: beatificazione a Manila.
- 18 ottobre 1987: canonizzazione a Roma.
Valutazione storico-critica
L’identificazione di Tommaso Nishi è sicura per provenienza, appartenenza domenicana, attività missionaria e riconoscimento ecclesiastico del martirio. Le varianti Hioji, Hiohi, Rokuzayemon, Rokusayemon e Kokuzayemon non autorizzano la creazione di figure distinte. Occorre inoltre non confonderlo con altri domenicani chiamati Tommaso di San Giacinto, in particolare il fratello cooperatore martirizzato nel 1628. Sono ben attestati il percorso attraverso Manila e Formosa, il ritorno in Giappone nel 1629 e la morte nella persecuzione del 1634. Restano invece divergenze sulla data dell’arrivo a Manila, su alcuni particolari della vicenda familiare, sul giorno preciso dell’ordinazione, sulla data dell’arresto e sul giorno individuale della morte. La letteratura religiosa contiene anche descrizioni edificanti di gesti e atteggiamenti: esse appartengono alla memoria agiografica e non possono essere assunte senza riserve come testimonianze verbalizzate. La pubblicazione episcopale giapponese, la documentazione ufficiale vaticana e il repertorio domenicano consentono di ricostruire il nucleo storico senza eliminare queste incertezze.
Fonti e bibliografia essenziale
- Martyrologium Romanum, editio typica altera, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2004, memoria del 17 novembre.
- Santa Sede, Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Lorenzo Ruiz, Domingo Ibáñez de Erquicia, Santiago Kyushei Tomonaga y 13 compañeros filipinos, mártires en Japón, profilo biografico per la canonizzazione del 18 ottobre 1987.
- Conferenza episcopale cattolica del Giappone (a cura di), Sei Tomasu Nishi to jūgo junkyōsha (San Tommaso Nishi e i quindici martiri), 30 agosto 1988, testo integrale pubblicato dall’editore ecclesiastico.
- Pedro González Tejero, sezione sui martiri del Giappone del 1629-1637, in Ceferino Puebla Pedrosa (direzione), Witnesses of the Faith in the Orient: Dominican Martyrs of Japan, China, and Vietnam, seconda edizione riveduta, Provincial Secretariat of Missions, Dominican Province of Our Lady of the Rosary, Hong Kong, 2006.
- Ordine dei Predicatori, Proprio liturgico, memoria dei santi Domenico Ibáñez de Erquicia, Giacomo Kyushei Tomonaga, Lorenzo Ruiz e compagni, 28 settembre; Additamenta ad Proprium Missalis et Liturgiae Horarum, Roma, Santa Sabina, 2006.
- Nobuaki Kashiwagi, profilo di san Tommaso di San Giacinto Hioji Nishi, calendario dei santi domenicani, istituzione scolastica Saint Dominic, Giappone.
