Serva di Dio Aurelia Oreglia (Leletta) d'Isola

Terziaria domenicana

Nascita-morte: Torino, 1 aprile 1926 – Saint-Pierre, Aosta, 18 agosto 1993

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Nascita - morte:
Torino, 1 aprile 1926 – Saint-Pierre, Aosta, 18 agosto 1993

Categoria: Servi di Dio

Calendario: I santi senza data

Biografia

A cura di Nora Possenti Chiglia

L'infanzia
Scendeva la sera del giovedì santo, 1 aprile 1926. In una Torino appena sfiorata dalla primavera la gente rientrava a casa dalla visita alle sette chiese, come era la consuetudine di allora. In un signorile palazzo di via Giannone 7, poi distrutto dalla guerra, stava per venire al mondo una bimba intensamente desiderata dai suoi genitori: Aurelia Oreglia d'Isola che fu poi per tutti Leletta. Il padre era il barone Vittorio Oreglia d'Isola, la madre la contessa Caterina Malingri di Bagnolo, entrambi di antica nobiltà piemontese. Ancora stremata dal parto, la madre ebbe un gesto di fede profonda che segnò la vita della sua bambina: la sollevò sulle braccia e la offrì alla Madonna. Leletta lo seppe più tardi, ormai adulta, e lo racconta lei stessa: "Un giorno qualunque del mio 33° anno, mentre andavo e venivo nella camera di mia madre ammalata, e il suo sguardo mi seguiva con una carica particolarmente ironica e affettuosa, dal fondo del suo lettone essa mi disse: ‘Ti ha ben presa, però, la Madonna!’ Allora - solo allora - mia madre mi raccontò che alla mia nascita, ancora tutta coperta di pelli e di sangue, mi aveva offerta alla Madonna e - aggiunse negli ultimi giorni - la gioia era stata tale che per tutta la notte non aveva potuto dormire.
Per 33 anni, dunque, non presi coscienza di questa 'offerta' che pure mi fu di consolazione per tutta la vita - anzi, di 'ultima speranza' in certi momenti. Ma il 'filo' si era svolto ugualmente da solo.” Venne battezzata nella chiesa parrocchiale di Santa Barbara il 10 aprile, sabato della domenica in albis, con i nomi di Aurelia Alessandra Anna Maria.
Meno di due anni dopo nacque il fratello Aimaro, amatissimo e inseparabile. Con lui trascorse un’infanzia felice condividendo infiniti giochi fra la casa di Torino e il giardino della Cittadella dove andavano a giocare sotto lo sguardo attento della Tita, la loro governante, fra il Palas del Villar di Bagnolo, con il giardino antico punteggiato di ortensie blu, la casa della nonna paterna sul Banale a Isola di Benevagienna e la villa di Albissola. Da bambini e poi anche da ragazzi li chiamavano i Maroletti e loro due si consideravano la Società Maroletta.
A tre anni Leletta ebbe una polmonite: era gravissima, all'epoca non c'erano gli antibiotici e si temette di perderla. La mamma la curava, ma lei aveva sentito parlare del Paradiso e voleva andarci, come Teresa di Lisieux più o meno a quell'età: "Ricordo il dispiacere che provavo perché i miei non mi lasciavano andare in Paradiso." Guarì, ma dovette faticosamente reimparare a camminare e a vivere, rimanendo poi delicata di salute per tutta la vita. La mamma la portò a Lourdes in ringraziamento per la guarigione, e spontaneamente nacque in lei un'infantile devozione a Maria: piccolissima, infilava al braccio un rosario e si dondolava sulle ginocchia "per il forte desiderio sentito di assomigliare al 'ritratto' non di questa o quell'altra santa, ma della Madonna (di cui non sapeva niente)."
Da allora si portò dentro la nostalgia del Paradiso, e non ebbe mai paura della morte che anzi aspettava come desiderandola. Frequentò le prime classi elementari presso le Suore Giuseppine di via San Massimo e poi la scuola pubblica. Era una scolara intelligente e vivace, fiera delle medaglie al merito scolastico e pronta al gioco e allo scherzo. Nella cappella delle Giuseppine il 15 maggio 1934 ricevette la cresima da mons. Pinardi e l’8 giugno la prima comunione.
Per l'occasione le venne regalato un braccialetto-rosario di ametiste che sul momento non gradì, ma che in seguito portò sempre, quasi a conferma del primo rosario messo al braccio al ritorno da Lourdes. Nel pomeriggio di quel giorno - era la festa del Sacro Cuore - era seduta su una poltrona di pelle nera nel salotto di via Giannone, sola con la mamma. Racconta: "Ebbi un grande momento di raccoglimento, come capita credo a quasi tutti, e dissi poi a mia Madre che mi sarei fatta suora. Mi rispose con una certa durezza che si vede che avevo saputo che le suore si vestivano di bianco da spose.
In quel momento ebbi la certezza che avrei dovuto rinunziare ai vestiti. Ora so - disse verso la fine della vita - che furono due, da sposa e da suora."
La vita di Leletta non era intessuta solo di pie occupazioni. Era sbarazzina e lieta, fatta di giochi, di scuola, di incontri con amici e compagni, - come per tutti i ragazzi - di camminate in città e sulle colline torinesi, e anche sulle montagne di Bagnolo, soprattutto nei mesi estivi quando la famiglia si trasferiva al Villar. Per il ginnasio venne iscritta al d'Azeglio, e pure lei ne trarrà una sorta di solidale fierezza, come tanti. Qui cominciò a entusiasmarsi per la filosofia intavolando vivaci discussioni con il professore, aveva molte amiche con le quali studiava o passava le ore a parlare. Imparò a ballare insieme ad altri rampolli della nobiltà piemontese, si divertiva ai balli e alle feste e andava a pattinare sul ghiaccio. Come per le scolaresche di allora era inevitabile la partecipazione alle adunate della Gioventù del Littorio, ma volentieri le marinava per andare presso le Madri Ausiliatrici del Purgatorio o al Cenacolo a riunioni di formazione cristiana: l'incontro con alcune di queste suore fu importante per lei e confermò l'educazione religiosa ricevuta in famiglia soprattutto dalla madre e dalle zie Maria Oreglia d’Isola e Barbara Malingri di Bagnolo. La famiglia era decisamente antifascista, e questo creò qualche difficoltà ai ragazzi a scuola.

La guerra e il tempo della giovinezza
Nell'ottobre 1939 nacque un fratellino, Saverio, che subito morì. Una pensosità nuova cominciò a farsi strada in Leletta, resa più acuta da una debilitazione causata da polmoniti ricorrenti e poi dallo scoppio della guerra nel giugno del 1940. Gli Isola rimasero tuttavia a Torino, dove gli allarmi e le incursioni aeree diurne e notturne si susseguivano: molte erano le case bombardate, molti i morti e i feriti, le scuole e i servizi funzionavano a singhiozzo, c'era penuria di viveri.
In seguito a una terribile notte di bombardamenti su Torino che causò numerosi morti, incendi e devastazioni e che determinò un massiccio esodo dalla città, il 21 novembre 1942, una giornata grigia e fredda, la famiglia partì in bicicletta per Bagnolo e si stabilì nell'antica casa patrizia che divenne un rifugio non solo per loro, perché ben presto la madre aprì la sua proprietà per dare ospitalità anche ad altri. Leletta e Aimaro ogni mattina si alzavano all'alba per raggiungere il liceo a Torino e rientravano a pomeriggio inoltrato, infreddoliti e affamati. Solo l'anno seguente il Liceo Porporato di Pinerolo, pieno di sfollati, li accettò come allievi.
Dopo l'8 settembre 1943 cominciò la resistenza. Nelle valli piemontesi affluirono dalla Francia soldati italiani sbandati, considerati renitenti se non rispondevano alla chiamata alle armi nell’esercito della repubblica di Salò. La baronessa Caterina - la barona, come tutti la chiamavano – nascose nella casa avita e in piccole cascine sulla montagna partigiani, sbandati, ebrei; curò feriti e malati, aiutò la popolazione provata da uccisioni, incendi, ruberie.
Il Villar di Bagnolo Piemonte era come un piccolo feudo governato con discrezione e saggezza dalla baronessa, in tacito accordo con il comandante partigiano della zona, il comunista Barbato (Pompeo Colajanni). Leletta guardava ammirata a sua madre quando si occupava della popolazione o parlamentava con ufficiali tedeschi, o medicava i feriti facendosi aiutare da lei e dalla sorella Barbara - zia Bibi - che era infermiera. Una volta era salita in montagna di notte con il vecchio parroco don Giuseppe Bianco per recuperare una salma, rischiando di cadere in un'imboscata.
La saldezza morale di questa nobildonna ancora oggi ricordata e ammirata dai Villaresi lasciò un segno profondo nella figlia, destando in lei un'analoga forza interiore e l'attitudine a farsi carico degli altri.
Gli anni di guerra la maturarono attraverso il dolore: “Terribili esperienze di guerra, coinvolta in pieno.” scrisse. “Sono bruciate venti case al Villar e ci sono sette morti.” Il giorno dopo si seppe che i morti erano tredici. Leletta andò con la madre a portare conforto, colpita dal coraggio silenzioso di quella gente, e intanto gli incendi delle case continuarono e così pure i rastrellamenti, le perquisizioni, le uccisioni.
Nel marzo 1945 Leletta venne catturata, caricata su un camion e poi interrogata, ma se la cavò, e la rilasciarono. Annotò nel diario: “Ho rivisto come in un lampo la mia vita e ho toccato con mano l'aiuto dell'Angelo Custode.” Un estratto del diario da lei tenuto in quegli anni uscì in volume un mese prima della sua morte con il titolo Diario di Leletta ed ebbe vasto successo; nel “finale” scritto nel 1991 citò il Salmo 76: “Ho pensato ai giorni antichi e ho avuto in mente gli anni eterni.”
Nell'adolescenza attraversò una profonda crisi religiosa: non abbandonò mai i sacramenti, ma era tormentata da dubbi e prove di fede. Intorno a lei c'era l'orrore della guerra e dell'odio, ma c'erano anche tanti atti di eroismo e di fraternità, tante preghiere silenziose che in qualche modo percepiva, mentre il desiderio della verità e l'esperienza del dolore proprio e altrui scavavano nel suo cuore. E lei stessa a raccontare come avvenne la sua conversione, “con la fronte sull'ammattonato sconnesso della mia soffitta a Bagnolo”: “Al compiere dei 17 anni [...]. mi buttai sull'ammattonato della mia soffitta a Bagnolo, decisa a non rialzarmi se non avessi avuto il dono della fede e a consacrare la vita a darla agli altri. L'ebbi - ed i “Santi Salesiani” sfollati a Bagnolo: don Vismara, don Lupo, don Castellino - mi aiutarono allora a esplicitarla.”
La fede ritrovata accrebbe di nuovo fervore la sua vita interiore e la sua gioia nel conoscere, non solo attraverso il lavoro scolastico ma anche nello studio della filosofia e della teologia, e destò il vivo desiderio che quella stessa fede si accendesse in altri. Partecipava in quel periodo agli incontri della Turris eburnea organizzati dal dinamico teologo Michele Peyron per i giovani dei paesi vicini a Bagnolo, come più tardi avrebbe partecipalo alle riunioni della “FUCI infuocata di don Barra” a Pinerolo.
Il 9 giugno 1944, giorno del Sacro Cuore, nella raccolta cappella neogotica delle Suore del Cenacolo allora in corso Vittorio Emanuele I a Torino, divenne Figlia di Maria. Le radici mariane della sua vita erano così confermate, e Leletta, che progressivamente ne veniva scoprendo le profondità, tenne moltissimo alla sua consacrazione a Maria nelle Congregazioni Mariane, come un tempo si chiamavano. Quella che aveva sede presso il Cenacolo era denominata Stella Matutina.
Nell'autunno 1944 si era intanto iscritta alla Facoltà di filosofia dell'Università di Torino. La frequenza alle lezioni comportava viaggi disagevoli in bicicletta o in treno fra Bagnolo e Torino, sistemazioni di fortuna nella città disastrata, e tuttavia si entusia¬smava alle lezioni universitarie di Mazzantini, di Guzzo, di Abbagliano; aveva preso contatto con il vecchio prof. Pastore e qualche volta andava a sentire le lezioni di Bobbio.
La guerra finì e nell'entusiasmo della pace ritrovata a Torino c'era tutto un fermento culturale, politico, religioso, una vivacità di di¬scussioni e di proposte cui partecipava appassionatamente, Leletta era piena di vitalità e di iniziative, gentile e ironica, trasmetteva intorno la gioia di vivere ed esercitava un innegabile fascino sui giovani della sua cerchia.
“Eravamo un po’ tutti innamorati di lei e si sognava di averla come compagna della propria vita” così ricorda uno dei ragazzi di allora. Aveva infatti molti amici con i quali s’incontrava per discutere o per intervenire a riunioni, e con loro s'interrogava con serietà sull'orientamento da dare alla propria vita. Nella contentezza di sentirsi vivi e senza pericoli incombenti che accomunava i giovani di allora. Leletta non mancava ai balli e alle filodrammatiche giovanili, frequentava con impegno incontri cul¬turali, mostre, i corsi del Centro Culturale Cattolico che era sorto nel palazzo dei conti Rossi di Montelera in via Pomba 1, visitava i malati al Cottolengo, animava le iniziative dell'Apostolato della Preghiera, e, da sola o con amici, andava a pregare e a adorare nelle chiese della città, prima fra tutte la Consolata, ma anche San Domenico.
Qualche volta aveva partecipato con spirito critico e libero alle riunioni dei “sinistri cristiani” che si tenevano intorno a Felice Balbo.
La famiglia intanto era tornata a Torino e abitava in corso Oporto 33, quello che avrebbe preso il nome di corso Matteotti.
Fonte: www.amicidomenicani.it

Aggiunto/modificato il 14 agosto 2007