Santi Fratelli Massabki
Laici maroniti, martiri
Festa: 10 luglio
Gruppo di appartenenzaSanti 11 Martiri di Damasco
Nascita-morte: † Damasco, Siria, 10 luglio 1860
Nascita - morte:
† Damasco, Siria, 10 luglio 1860
Festa:
10 luglio
Emblema:
Palma, scimitarra
Categoria: I santi che iniziano con la lettera F
Calendario: I santi del 10 luglio
Gruppo: Santi 11 Martiri di Damasco
Martirologio Romano
A Damasco in Siria, passione dei beati martiri Emanuele Ruíz, sacerdote, e compagni, sette dell’Ordine dei Frati Minori e tre fratelli fedeli della Chiesa Maronita, che, con l’inganno consegnati ai nemici da un traditore, furono sottoposti per la fede a varie torture e conclusero il loro martirio con una morte gloriosa.
[I loro nomi sono: beati Carmelo Volta, Pietro Soler, Nicola Alberca, Engelberto Kolland, Ascanio Nicanor, sacerdoti, e Francesco Pinzao e Giovanni Giacomo Fernández, religiosi, dell’Ordine dei Frati Minori; Francesco, Mootius e Raffaele Massabki, fratelli.]
Biografia
A cura di Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini
Tre fratelli stimati da tanti
A metà del 1800, nella comunità cristiana maronita di Damasco, tre fratelli godevano di vasta stima: erano Francesco, Abdel Mooti e Raffaele Massabki. La loro famiglia aveva un’origine molto antica: nel XIV secolo, un loro antenato era già residente in città.
Francesco era un negoziante di seta molto ricco, padre di otto figli. Abdel Mooti (che significa “servo del Donatore”) viveva a casa di Francesco con la moglie e i loro cinque figli. Raffaele, infine, non aveva un lavoro particolare, ma aiutava spesso nel negozio del fratello maggiore.
Anche se appartenevano a una tradizione religiosa diversa da quella dei frati, i quali invece erano cristiani latini, i tre fratelli collaboravano volentieri con loro ed erano apprezzati per la generosità con cui si prestavano a vari servizi: ad esempio, Abdel Mooti insegnava nella scuola del convento, mentre Raffaele aiutava il sacrestano.
L’inizio dei massacri a Damasco
La loro vita piuttosto tranquilla fu sconvolta dalla sommossa di popolo che si era scatenata a Damasco, a partire dal 9 luglio, a causa dello scontro, fomentato da interferenze straniere, tra i musulmani drusi e i cristiani maroniti. Ahmed Pascià, governatore di Damasco, non fece nulla per impedire i massacri che colpirono l’una e l’altra parte. L’emiro Abd-el-Kader, invece, offrì ospitalità ai cristiani.
Intorno alle otto di sera, un incendio si scatenò nel quartiere cristiano ortodosso di Damasco, presto ridotto a un cumulo di macerie fumanti. In quel momento, i fratelli erano ciascuno a casa propria: temendo il pericolo, corsero al convento di San Paolo.
L’accoglienza nel convento
Il superiore dei Frati Minori, padre Emanuele Ruiz, aveva deciso di non rifugiarsi con i confratelli nel palazzo dell’emiro, perché le porte erano protette da lamine di ferro, mentre le mura del convento apparivano molto solide. Alle undici di sera, padre Emanuele sprangò e barricò le porte, invitando i rifugiati ad andare in chiesa.
Quindi espose il Santissimo Sacramento e invitò all’adorazione i presenti, compresi i fratelli Massabki, i bambini della scuola parrocchiale e altri fedeli. Poco dopo, i religiosi sacerdoti s’impartirono l’assoluzione a vicenda e confessarono i fedeli, quindi distribuirono la Comunione e attesero lo sviluppo degli eventi.
Tuttavia, dietro il convento, c’era una porticina secondaria, che nessuno aveva pensato di sprangare. Fu da quell’accesso che la folla inferocita irruppe nel convento, dopo la mezzanotte del 10 luglio.
Il martirio dei religiosi e dei tre fratelli
Il primo a morire fu proprio padre Emanuele, dichiarando di essere cristiano e di voler morire da cristiano: fu decapitato dopo che, spontaneamente, aveva posato la testa sulla mensa dell’altare. Altri sette frati perirono nella stessa occasione, raggiunti dagli aggressori e dopo aver dichiarato di essere disposti a morire perché cristiani.
Quanto ai tre fratelli, il primo a morire fu Francesco, che si era inginocchiato davanti all’altare della Madonna Addolorata. Uno degli aggressori si rivolse a lui: «Lo sceicco Abdallah ci ha inviati per salvare dalla morte te, i tuoi fratelli, le vostre famiglie e tutti coloro che dipendono da voi per la propria protezione, a condizione che voi rinneghiate la fede e vi convertiate all’Islam».
Francesco, con calma, replicò: «Lo sceicco Abdallah può prendere il denaro che gli ho prestato e può anche prendere la mia vita; ma nessuno può farmi rinnegare la mia fede. Io sono un cristiano maronita e nella fede di Cristo morirò». «Ti ammazzeremo», risposero gli altri. «Io sarò col mio Dio», incalzò Francesco, il quale, subito dopo, iniziò a pregare; fu però massacrato a colpi di scimitarre, sciabole e mazze ferrate.
Abdel Mooti, invece, fu decapitato presso la porta della chiesa. Per ultimo toccò a Raffaele; una volta morto, il suo corpo fu calpestato.
L’esito della sommossa
La sommossa durò dal 9 al 18 luglio, allargandosi alla valle della Békaa: si contarono le uccisioni di circa ventimila cristiani, mentre nella sola Damasco perirono tra i quattromila e i seimila cristiane. Andarono distrutte almeno undici chiese e tre conventi nella città e vennero rase al suolo tra le millecinquecento e le duemila case, insieme a circa duecento attività commerciali.
Grazie all’aiuto di alcuni musulmani, tra i quali l’emiro Abd-el-Kader, molti cristiani poterono raggiungere zone più sicure del Libano, dalle quali perpetuarono il ricordo di coloro che consideravano martiri.
Appena tornò la calma, nel 1861, i corpi dei religiosi e dei tre fratelli, già nascosti in un sotterraneo del convento, vennero collocati in due casse e sepolti in una medesima tomba, aperta nel pavimento della chiesa di San Francesco a Damasco.
Inizialmente esclusi dalla causa
Il 17 dicembre 1885 fu iniziato il processo per la beatificazione di padre Manuel Ruiz e compagni. Nella primavera del 1926, anno in cui cadeva il settimo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, la data della beatificazione venne fissata al 10 ottobre.
A quel punto, il Patriarca della Chiesa Maronita (che è in comunione con Roma) Elias Boutros Hoyek (Venerabile dal 2019) e l’intero episcopato maronita presentarono a papa Pio XI una urgente istanza affinché i tre fratelli Massabki, dei quali erano stati rinvenuti i nomi, fossero accomunati nella gloria ai francescani, come lo furono nella vita e nel sacrificio supremo.
La beatificazione
Papa Pio XI, con un gesto rimasto unico nella storia della Congregazione dei Riti (l’organismo vaticano competente all’epoca per le cause di beatificazione e canonizzazione), riconoscendo legittima la richiesta, dispose un processo sulla vita e sulla morte di Francesco, Abdel Mooti e Raffaele, incaricando per questo monsignor Carlo Salotti, promotore della fede, e padre Antonio Maria Santarelli, postulatore generale dell’Ordine dei Frati Minori.
Questi ultimi si recarono a Beirut e Damasco per le indagini: interpellarono tredici testimoni (nove presentati dall’episcopato maronita e quattro “ex officio”), compreso il parroco maronita, Moussa Karam, sfuggito alla strage. Raccolsero inoltre prove documentarie, stampate e manoscritte, per sostenere le testimonianze.
Il 7 ottobre 1926 il Santo Padre, viste le prove raccolte, firmò il decreto “de tuto” per la beatificazione dei tre fratelli insieme a quella degli otto frati: fu celebrata il 10 ottobre seguente.
La canonizzazione
Il 18 dicembre 2022 il cardinal Béchara Boutros Raï, Patriarca dei Maroniti, annunciò che per i tre fratelli era in vista la canonizzazione senza la conferma formale di un miracolo. Tale supplica era stata presentata dal Santo Sinodo dei Vescovi Maroniti, nel 2022, a papa Francesco; alla richiesta si erano associati anche i Superiori Maggiori dell’Ordine dei Frati Minori, il Ministro generale e il Custode di Terra Santa, chiedendo la canonizzazione per l’intero gruppo degli undici martiri.
Le motivazioni erano duplici: per i tre fratelli, offrire, mediante la canonizzazione, un messaggio di dialogo, di pace e di unità nel contesto medio-orientale; per i frati, l’imminenza dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, che ricorreva nel 2026.
Il 23 marzo 2023, papa Francesco autorizzò l’iter speciale per la redazione e lo studio della “Positio super Canonizatione” e, il 23 maggio 2024, approvò i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi del Dicastero delle Cause dei Santi per la canonizzazione degli undici Martiri di Damasco. Lo stesso Pontefice li canonizzò a Roma, in piazza San Pietro, domenica 20 ottobre 2024.
La memoria e il culto
Il Martirologio Romano commemora insieme gli undici martiri al 10 luglio, ma nel Calendario dell’Ordine dei Frati Minori sono ricordati il 13 luglio. A Damasco, invece, sono festeggiati sia nell’anniversario del martirio, sia, in modo solenne, la domenica successiva al 12 luglio. I loro resti mortali sono venerati nella chiesa della Conversione di San Paolo a Damasco.
L’iconografia raffigura solitamente i fratelli Massabki insieme, inginocchiati davanti all’altare con l’immagine dell’Addolorata, talvolta con la scimitarra, oggetto del loro martirio. L’8 gennaio 2015 venne inaugurata una chiesa intitolata a loro nel quartiere di Kachkoul, alla periferia est di Damasco.
I profili singoli
100504 - Francesco Massabki, padre di famiglia
100505 - Abdel Mooti Massabki, padre di famiglia
100506 - Raffaele Massabki, celibe, cristiano maronita
A metà del 1800, nella comunità cristiana maronita di Damasco, tre fratelli godevano di vasta stima: erano Francesco, Abdel Mooti e Raffaele Massabki. La loro famiglia aveva un’origine molto antica: nel XIV secolo, un loro antenato era già residente in città.
Francesco era un negoziante di seta molto ricco, padre di otto figli. Abdel Mooti (che significa “servo del Donatore”) viveva a casa di Francesco con la moglie e i loro cinque figli. Raffaele, infine, non aveva un lavoro particolare, ma aiutava spesso nel negozio del fratello maggiore.
Anche se appartenevano a una tradizione religiosa diversa da quella dei frati, i quali invece erano cristiani latini, i tre fratelli collaboravano volentieri con loro ed erano apprezzati per la generosità con cui si prestavano a vari servizi: ad esempio, Abdel Mooti insegnava nella scuola del convento, mentre Raffaele aiutava il sacrestano.
L’inizio dei massacri a Damasco
La loro vita piuttosto tranquilla fu sconvolta dalla sommossa di popolo che si era scatenata a Damasco, a partire dal 9 luglio, a causa dello scontro, fomentato da interferenze straniere, tra i musulmani drusi e i cristiani maroniti. Ahmed Pascià, governatore di Damasco, non fece nulla per impedire i massacri che colpirono l’una e l’altra parte. L’emiro Abd-el-Kader, invece, offrì ospitalità ai cristiani.
Intorno alle otto di sera, un incendio si scatenò nel quartiere cristiano ortodosso di Damasco, presto ridotto a un cumulo di macerie fumanti. In quel momento, i fratelli erano ciascuno a casa propria: temendo il pericolo, corsero al convento di San Paolo.
L’accoglienza nel convento
Il superiore dei Frati Minori, padre Emanuele Ruiz, aveva deciso di non rifugiarsi con i confratelli nel palazzo dell’emiro, perché le porte erano protette da lamine di ferro, mentre le mura del convento apparivano molto solide. Alle undici di sera, padre Emanuele sprangò e barricò le porte, invitando i rifugiati ad andare in chiesa.
Quindi espose il Santissimo Sacramento e invitò all’adorazione i presenti, compresi i fratelli Massabki, i bambini della scuola parrocchiale e altri fedeli. Poco dopo, i religiosi sacerdoti s’impartirono l’assoluzione a vicenda e confessarono i fedeli, quindi distribuirono la Comunione e attesero lo sviluppo degli eventi.
Tuttavia, dietro il convento, c’era una porticina secondaria, che nessuno aveva pensato di sprangare. Fu da quell’accesso che la folla inferocita irruppe nel convento, dopo la mezzanotte del 10 luglio.
Il martirio dei religiosi e dei tre fratelli
Il primo a morire fu proprio padre Emanuele, dichiarando di essere cristiano e di voler morire da cristiano: fu decapitato dopo che, spontaneamente, aveva posato la testa sulla mensa dell’altare. Altri sette frati perirono nella stessa occasione, raggiunti dagli aggressori e dopo aver dichiarato di essere disposti a morire perché cristiani.
Quanto ai tre fratelli, il primo a morire fu Francesco, che si era inginocchiato davanti all’altare della Madonna Addolorata. Uno degli aggressori si rivolse a lui: «Lo sceicco Abdallah ci ha inviati per salvare dalla morte te, i tuoi fratelli, le vostre famiglie e tutti coloro che dipendono da voi per la propria protezione, a condizione che voi rinneghiate la fede e vi convertiate all’Islam».
Francesco, con calma, replicò: «Lo sceicco Abdallah può prendere il denaro che gli ho prestato e può anche prendere la mia vita; ma nessuno può farmi rinnegare la mia fede. Io sono un cristiano maronita e nella fede di Cristo morirò». «Ti ammazzeremo», risposero gli altri. «Io sarò col mio Dio», incalzò Francesco, il quale, subito dopo, iniziò a pregare; fu però massacrato a colpi di scimitarre, sciabole e mazze ferrate.
Abdel Mooti, invece, fu decapitato presso la porta della chiesa. Per ultimo toccò a Raffaele; una volta morto, il suo corpo fu calpestato.
L’esito della sommossa
La sommossa durò dal 9 al 18 luglio, allargandosi alla valle della Békaa: si contarono le uccisioni di circa ventimila cristiani, mentre nella sola Damasco perirono tra i quattromila e i seimila cristiane. Andarono distrutte almeno undici chiese e tre conventi nella città e vennero rase al suolo tra le millecinquecento e le duemila case, insieme a circa duecento attività commerciali.
Grazie all’aiuto di alcuni musulmani, tra i quali l’emiro Abd-el-Kader, molti cristiani poterono raggiungere zone più sicure del Libano, dalle quali perpetuarono il ricordo di coloro che consideravano martiri.
Appena tornò la calma, nel 1861, i corpi dei religiosi e dei tre fratelli, già nascosti in un sotterraneo del convento, vennero collocati in due casse e sepolti in una medesima tomba, aperta nel pavimento della chiesa di San Francesco a Damasco.
Inizialmente esclusi dalla causa
Il 17 dicembre 1885 fu iniziato il processo per la beatificazione di padre Manuel Ruiz e compagni. Nella primavera del 1926, anno in cui cadeva il settimo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, la data della beatificazione venne fissata al 10 ottobre.
A quel punto, il Patriarca della Chiesa Maronita (che è in comunione con Roma) Elias Boutros Hoyek (Venerabile dal 2019) e l’intero episcopato maronita presentarono a papa Pio XI una urgente istanza affinché i tre fratelli Massabki, dei quali erano stati rinvenuti i nomi, fossero accomunati nella gloria ai francescani, come lo furono nella vita e nel sacrificio supremo.
La beatificazione
Papa Pio XI, con un gesto rimasto unico nella storia della Congregazione dei Riti (l’organismo vaticano competente all’epoca per le cause di beatificazione e canonizzazione), riconoscendo legittima la richiesta, dispose un processo sulla vita e sulla morte di Francesco, Abdel Mooti e Raffaele, incaricando per questo monsignor Carlo Salotti, promotore della fede, e padre Antonio Maria Santarelli, postulatore generale dell’Ordine dei Frati Minori.
Questi ultimi si recarono a Beirut e Damasco per le indagini: interpellarono tredici testimoni (nove presentati dall’episcopato maronita e quattro “ex officio”), compreso il parroco maronita, Moussa Karam, sfuggito alla strage. Raccolsero inoltre prove documentarie, stampate e manoscritte, per sostenere le testimonianze.
Il 7 ottobre 1926 il Santo Padre, viste le prove raccolte, firmò il decreto “de tuto” per la beatificazione dei tre fratelli insieme a quella degli otto frati: fu celebrata il 10 ottobre seguente.
La canonizzazione
Il 18 dicembre 2022 il cardinal Béchara Boutros Raï, Patriarca dei Maroniti, annunciò che per i tre fratelli era in vista la canonizzazione senza la conferma formale di un miracolo. Tale supplica era stata presentata dal Santo Sinodo dei Vescovi Maroniti, nel 2022, a papa Francesco; alla richiesta si erano associati anche i Superiori Maggiori dell’Ordine dei Frati Minori, il Ministro generale e il Custode di Terra Santa, chiedendo la canonizzazione per l’intero gruppo degli undici martiri.
Le motivazioni erano duplici: per i tre fratelli, offrire, mediante la canonizzazione, un messaggio di dialogo, di pace e di unità nel contesto medio-orientale; per i frati, l’imminenza dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, che ricorreva nel 2026.
Il 23 marzo 2023, papa Francesco autorizzò l’iter speciale per la redazione e lo studio della “Positio super Canonizatione” e, il 23 maggio 2024, approvò i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi del Dicastero delle Cause dei Santi per la canonizzazione degli undici Martiri di Damasco. Lo stesso Pontefice li canonizzò a Roma, in piazza San Pietro, domenica 20 ottobre 2024.
La memoria e il culto
Il Martirologio Romano commemora insieme gli undici martiri al 10 luglio, ma nel Calendario dell’Ordine dei Frati Minori sono ricordati il 13 luglio. A Damasco, invece, sono festeggiati sia nell’anniversario del martirio, sia, in modo solenne, la domenica successiva al 12 luglio. I loro resti mortali sono venerati nella chiesa della Conversione di San Paolo a Damasco.
L’iconografia raffigura solitamente i fratelli Massabki insieme, inginocchiati davanti all’altare con l’immagine dell’Addolorata, talvolta con la scimitarra, oggetto del loro martirio. L’8 gennaio 2015 venne inaugurata una chiesa intitolata a loro nel quartiere di Kachkoul, alla periferia est di Damasco.
I profili singoli
100504 - Francesco Massabki, padre di famiglia
100505 - Abdel Mooti Massabki, padre di famiglia
100506 - Raffaele Massabki, celibe, cristiano maronita
