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Beati Martiri in Algeria

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Algeria, 1994/1996

- Fratel Henri Vergès, Frère Mariste (+ 8 maggio 1994)
- Suor Paul- Hélène Saint–Raymond, Petite Sœur de l’Assomption (+ 8 maggio 1994)
- Suor Esther Paniagua Alonso, Sœur Augustine Missionnaire (+ 23 ottobre 1994)
- Suor Caridad Alvarez Martin, Sœur Augustine Missionnaire (+ 23 ottobre 1994)
- Padre Jean Chevillard, Père Blanc (+ 27 dicembre 1994)
- Padre Charles Deckers, Père Blanc (+ 27 dicembre 1994)
- Padre Christian Chessel, Père Blanc (+ 27 dicembre 1994)
- Padre Alain Dieulangard, Pere Blanc (+ 27 dicembre 1994)
- Suor Angèle- Marie (Jeanne Littlejohn), Sœur de Notre-Dame des Apôtres (+ 3 settembre 1995)
- Suor Bibiane (Denise Leclercq), Sœur de Notre-Dame des Apôtres (+ 3 settembre 1995)
- Suor Odette Prévost, Petite Sœur du Sacré-Cœur (+ 10 novembre 1995)
- I 7 fratelli trappisti di Tibhirine (+ 21 maggio 1996)
  Dom Christian de Chergé
  Fratel Luc Dochier
  Padre Christophe Lebreton
  Fratel Michel Fleury
  Padre Bruno Lemarchand
  Padre Célestin Ringeard
  Fratel Paul Favre-Miville
- Monsignor Pierre Claverie, Vescovo d’Oran (+ 1 agosto 1996)



Nel maggio di dieci anni fa, in Algeria, sette trappisti cadevano sotto i colpi degli integralisti islamici, testimoni di un'autentica fede in Dio e di una profonda amicizia verso il popolo algerino. Ma quale eredità spirituale hanno lasciato alla Chiesa universale? E come il dialogo islamocristiano può oggi trarre ispirazione dalla loro testimonianza? Nell'anniversario della scomparsa, Popoli ne ricorda il martirio cercando nelle loro parole e in quelle di chi li ha conosciuti un germe di speranza per un mondo che sembra lacerarsi in un inutile scontro di civiltà.
«Memoria evangelica della Chiesa», così il gesuita padre Jean-Claude Guy aveva definito la vita religiosa e monastica in particolare: ne aveva colto la fecondità delle origini e il suo progressivo dilatarsi all'interno di una Chiesa che usciva dalla stagione del martirio di sangue ed entrava in quella che sarebbe diventata la plurisecolare epoca della cristianità. «Memoria evangelica» perché con il loro «essere», prima ancora che con il loro «agire», i religiosi ricordano alla Chiesa alcune istanze dell'Evangelo che rischiano, nel succedersi delle epoche storiche, di finire trascurate, dimenticate, quando non contraddette.
Ed è a questo tipo di «memoria» che ci rimanda la ricorrenza del decimo anniversario del rapimento e poi dell'uccisione dei sette monaci trappisti di Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria. Frère Christian, il priore, e i suoi confratelli Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria», come scrisse nel suo testamento - un testo di pregnanza cristiana paragonabile a quella che emerge dagli Acta Martyrum dei primi secoli - frère Christian nel dicembre 1993-gennaio 1994, dopo la prima, seria minaccia da parte degli integralisti di matrice islamica. I sette monaci furono gli ultimi di 18 religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano padre Pierre Claverie, assassinato assieme al suo giovane autista musulmano al ritorno da una celebrazione in memoria dei sette monaci dell'Atlas.
Eppure, ciascuna di queste vittime, così come ognuno dei pochi, umili, ma fieri cristiani rimasti in Algeria, a cominciare dall'arcivescovo di Algeri, monsignor Henri Teissier, ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora frère Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio" il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'Islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'Islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L'Algeria e l'Islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e un'anima».
Parole, queste, che paiono scritte ieri e che invece precedono di otto anni quell'11 settembre che molti continuano a considerare uno spartiacque nella nostra epoca. Parole che in realtà si fondano su un quotidiano, instancabile, agire gli uni accanto agli altri, in un costante impegno a fare dell'altro un amico, a trasformare l'hostes, l'avversario, in hospes, l'ospite accolto nella propria casa, nella propria mente e nel proprio cuore. Solo pochi mesi fa, con la tragica uccisione di don Andrea Sartoro a Trabzon in Turchia, questa testimonianza fino al sangue di qualche cristiano in Paesi dove la Chiesa è ridotta a una sparuta minoranza è tornata a scuotere nel profondo non solo chi ne condivide la fede, ma anche quanti, ormai allontanatisi dalla fede e dalla pratica cristiana, misurano cosa significhi vivere e testimoniare il proprio credo in un contesto, se non ostile, perlomeno indifferente. Sì, percepiamo qualcosa della portata di termini come «cristianità», «religione civile», «radici cristiane» o ancora «piccolo gregge», «lievito», «sale della terra», quando la brutalità di alcuni eventi sconvolgono i nostri ragionamenti e ci pongono di fronte all'apparente «follia» dell'Evangelo. Allora, volenti o nolenti, capiamo che nell'annuncio della buona notizia il «modo» di testimoniarla non fa parte di strategie di mercato né di calcoli di potere, bensì ha a che fare con il contenuto stesso della fede.
Dei sette monaci dell'Atlas i giornali francesi scrissero che la loro vicenda aveva «rievangelizzato» la Francia intera. In questo senso possiamo riprendere l'adagio patristico che vedeva nel «sangue dei martiri il seme dei cristiani»: guardando le vicende umane con lo sguardo di Dio, da autentici «contemplativi», possiamo discernere la fecondità della buona notizia evangelica tra gli uomini e le donne del nostro tempo, al di là di divisioni e differenze. Così scriveva ancora frère Christian nel suo testamento: «ecco che (ucciso) potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze».
Il XX secolo è stato tragicamente fecondo di testimonianze rese all'unico Dio fino a versare il sangue e, sovente, rese in una luminosa comunione di martirio che cancellava nelle atroci sofferenze di lager e gulag qualsiasi separazione confessionale. Questo sguardo sull'umano dispiegarsi della fede nel Dio unico riuscirà forse a far balenare qualcosa di quella che sarà «la visione di pace» che ci sarà dato di contemplare nella pienezza dei tempi. In questi ultimi decenni l'intrinseco legame tra vita cristiana quotidiana e testimonianza fino al martirio è tornato a brillare al cuore stesso della Chiesa, dopo che per quindici secoli era rimasto confinato nelle estreme regioni della missione. Uomini e donne forti solo del loro battesimo, catechisti, religiose, monaci, vescovi, seminaristi hanno testimoniato fino al compimento della «vita donata» la radicalità della loro sequela del Signore Gesù. Certo l'irrompere del martirio in una Chiesa che si scopre minoranza senza le più garanzie fornitele da una società cristiana provoca timore, sbandamento, insicurezza... Ma sono questi i sentimenti che devono abitare quanti non desiderano più nulla per se stessi e hanno a cuore l'annuncio dell'Evangelo? Così scriveva frère Christian: «Insicurezza? È una grazia di fede. La più scomoda per chi pensa solo a dormire. La più adatta alla vigilanza... A Cristo è stato proposto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto il suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo nel corso della storia la Chiesa ha spesso preferito il trono. Soprattutto dopo che l'editto di Costantino ha reso la croce più diffusa e il trono più complice». Davvero questa «insicurezza», questo ritorno della possibilità del martirio è un grande segno per tutti, dentro e accanto alla Chiesa: cristiani di ogni latitudine e confessione mostrano ai loro fratelli in umanità che val la pena di vivere perché val la pena di morire per Gesù Cristo e che essere battezzati è una cosa seria, il «caso serio» che arriva a determinare la stessa morte fisica. La sofferenza fino alla morte, accettata nell'amore anche per il nemico, è l'estremo rifiuto della logica dell'inimicizia, l'unico atto che può porre fine alla catena delle rivalse e delle vendette. Con il martirio, un cristianesimo che sembra in difficoltà nel comunicare con gli uomini di oggi ritrova, in una «grazia a caro prezzo», la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. Come annotava Ignazio di Antiochia alla fine del I secolo, mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza la sua vera natura, il suo essere «non opera di persuasione, ma di grandezza».
Sì, per il ritrovamento di questa ricchezza perduta dobbiamo essere grati alla folla di testimoni di ogni lingua, razza, popolo e nazione che hanno versato il sangue per Cristo, facendo di tutta la loro vita una costante «memoria evangelica della Chiesa». Il loro sacrificio suona anche giudizio per noi: siamo consapevoli che questi fratelli, nostri contemporanei, affrontavano per amore di Cristo le sofferenze, la tortura, la morte violenta nello stesso contesto storico in cui noi siamo tentati di accondiscendere alle lusinghe della mondanità e cerchiamo di rendere il cristianesimo più comodo, finendo a volte per depauperare quella fede che sola vince il mondo?


Autore:
Guido Dotti


Fonte:
www.giovaniemissione.it


Note:
Per approfondire: www.19martyrs.jimdo.com

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Aggiunto/modificato il 2009-04-13

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